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Sindromi coronariche acute (attacco cardiaco; infarto miocardico; angina instabile)

Di

Ranya N. Sweis

, MD, MS, Northwestern University Feinberg School of Medicine;


Arif Jivan

, MD, PhD, Northwestern University Feinberg School of Medicine

Ultima revisione/verifica completa apr 2019| Ultima modifica dei contenuti apr 2019
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I fatti in Breve
Risorse sull’argomento

Le sindromi coronariche acute originano da un’improvvisa ostruzione di un’arteria coronaria. Questa ostruzione provoca angina instabile o attacco cardiaco (infarto miocardico), in base alla sede e all’entità dell’ostruzione. Un attacco cardiaco è la morte del tessuto cardiaco a causa del mancato apporto di sangue.

  • I soggetti che manifestano sindrome coronarica acuta presentano generalmente pressione o fastidio toracico, respiro affannoso e affaticamento.

  • In caso di sospetta sindrome coronarica acuta, il paziente deve chiamare il pronto soccorso e assumere una compressa di aspirina.

  • Per stabilire se si tratti o meno di sindrome coronarica acuta, i medici sottopongono il paziente a elettrocardiogramma e rilevano i livelli delle sostanze nel sangue.

  • Il trattamento varia in base al tipo di sindrome ma, generalmente, comprende tentativi di aumentare il flusso sanguigno nelle aree affette del cuore.

Ogni anno, negli Stati Uniti oltre 900.000 soggetti hanno un attacco cardiaco o un decesso cardiaco improvviso. Le sindromi coronariche acute, inoltre, causano quasi 400.000 decessi all’anno. Quasi tutti presentano coronaropatia sottostante e circa due terzi sono soggetti di sesso maschile.

Cause

Il muscolo cardiaco necessita di un costante apporto di sangue ricco di ossigeno. A garantire questa necessaria quota ematica sono le arterie coronarie, che si ramificano dall’aorta alla sua uscita dal cuore. Di solito, la sindrome coronarica acuta compare quando l’ostruzione di una coronaria riduce drasticamente o interrompe l’apporto di sangue a un’area del muscolo cardiaco (miocardio). La riduzione dell’afflusso di sangue a qualsiasi tessuto viene detta ischemia. Se l’apporto è molto ridotto o interrotto per vari minuti, il tessuto cardiaco muore. L’attacco cardiaco, detto anche infarto miocardico (IM), è la morte del tessuto cardiaco a causa di ischemia.

Un coagulo di sangue è la causa più comune di ostruzione di un’arteria coronaria (vedere anche Panoramica delle coronaropatie). Solitamente, l’arteria è già parzialmente stenotica per l’accumulo di colesterolo e altri materiali lipidici sulla parete arteriosa (ateroma). L’ateroma può rompersi o lacerarsi, rilasciando sostanze che rendono le piastrine più collose e favorendo la formazione di coaguli. In circa due terzi della popolazione, il coagulo di sangue si scioglie spontaneamente, in genere nell’arco di 24 ore. Tuttavia, entro questo lasso di tempo, in genere il cuore subisce un certo grado di lesione.

Raramente l’attacco cardiaco si verifica in seguito alla formazione di un coagulo all’interno del cuore, che si frammenta, diffondendosi a distanza, fino a localizzarsi in una coronaria. Un’altra causa poco frequente è lo spasmo coronarico che arresta il flusso sanguigno. Gli spasmi possono originare dall’azione di sostanze come la cocaina. Talvolta la causa è sconosciuta.

Classificazione

I medici classificano le sindromi coronariche acute in base a

  • Presenza di sostanze nel sangue (marcatori cardiaci) rilasciate dal cuore danneggiato

  • Sintomi

  • Risultati dell’elettrocardiogramma (ECG)

La classificazione è importante perché ogni sindrome coronarica acuta deve essere trattata con agenti specifici. Esistono l’angina instabile e due tipi di attacco cardiaco.

  • L’angina instabile è una variazione del profilo sintomatologico associato ai sintomi di angina (fastidio toracico), compreso un prolungamento o un aggravamento dell’angina e nuova insorgenza di sintomi anginosi gravi. I soggetti che presentano angina instabile non mostrano segni di attacco cardiaco all’ECG o a seguito degli esami del sangue.

  • L’IM senza sopraslivellamento del tratto ST è un attacco cardiaco rilevabile in base agli esiti delle analisi del sangue che, tuttavia, non produce le tipiche alterazioni elettrocardiografiche (sopraslivellamento del tratto ST).

  • L’IM con sopraslivellamento del tratto ST è un attacco cardiaco diagnosticabile mediante gli esiti delle analisi del sangue e che produce anche delle alterazioni elettrocardiografiche tipiche (sopraslivellamento del tratto ST).

Sapevate che...

  • Circa un terzo delle persone che hanno avuto un attacco cardiaco non manifesta dolore al petto.

Sintomi

I sintomi delle sindromi coronariche acute sono simili e, generalmente, è impossibile distinguerle sulla sola base clinica.

I sintomi dell’angina instabile sono gli stessi dell’angina pectoris, e, più precisamente, pressione intermittente o dolore sottosternale (sotto lo sterno). Il paziente spesso interpreta la sensazione come un fastidio o pesantezza anziché dolore. Il fastidio può anche manifestarsi a livello delle spalle, sulla faccia interna delle braccia, lungo la schiena e a livello di gola, mandibola o denti. Tuttavia, in pazienti affetti da angina instabile, il profilo cambia, laddove si manifestano episodi più frequenti o più gravi di angina oppure episodi a riposo o dopo il minimo sforzo fisico. Circa due soggetti su tre che hanno attacchi cardiaci manifestano angina instabile, respiro affannoso o affaticamento qualche giorno o settimana prima dell’evento. Tale cambiamento delle caratteristiche del dolore toracico può culminare in attacco cardiaco.

Di solito, i sintomi più evidenti di un attacco cardiaco sono il dolore in sede medio-toracica con possibile irradiazione al dorso, alla mandibola o al braccio sinistro. Meno di frequente, il dolore si irradia al braccio destro. Il dolore può essere localizzato in una o più di queste sedi, senza interessare necessariamente il torace. Il dolore di un attacco cardiaco è simile a quello anginoso, ma di solito è più intenso, dura più a lungo e non è alleviato dal riposo o dalla nitroglicerina. Sono più rari i casi in cui viene percepito a livello addominale, dove può essere scambiato per una cattiva digestione, soprattutto perché l’eruttazione può dare sollievo parziale o temporaneo. Per ragioni sconosciute, le donne presentano spesso sintomi diversi, meno riconoscibili.

Circa un terzo delle persone che hanno avuto un attacco cardiaco non manifesta dolore al petto. Si tratta soprattutto di donne non di razza bianca, di età superiore a 75 anni, affette da insufficienza cardiaca o diabete, oppure di soggetti con pregresso ictus.

Altri sintomi comprendono: sensazione di svenimento o effettivo svenimento, sudorazione profusa e improvvisa, nausea, respiro affannoso e sensazione di oppressione cardiaca (palpitazioni).

In corso di attacco cardiaco, il paziente può diventare irrequieto, sudato e ansioso, con sensazione di pericolo di vita imminente. Labbra, mani e piedi possono assumere un colore bluastro.

Gli anziani presentano sintomi insoliti. In molti casi, il sintomo dominante è il respiro affannoso. I sintomi possono somigliare a quelli di un disturbo gastrico o di un ictus. Questi soggetti possono entrare in stato confusionale ma, ad ogni modo, circa i due terzi degli anziani presentano dolore toracico come i più giovani. I soggetti in età avanzata, soprattutto le donne, spesso lasciano trascorrere più tempo rispetto ai più giovani prima di rendersi conto di stare male o di consultare un medico.

Nonostante tutti i possibili sintomi, circa un quinto dei soggetti con attacco cardiaco presenta sintomi lievi oppure è del tutto asintomatico. Tale attacco cardiaco silente viene diagnosticato solo quando viene eseguito un controllo elettrocardiografico (ECG) in un momento successivo.

Nelle prime ore di un attacco cardiaco, si possono auscultare con lo stetoscopio soffi e altri rumori cardiaci patologici.

Complicanze

I soggetti che hanno un attacco cardiaco potrebbero anche manifestare complicanze a lungo termine. Le complicanze delle sindromi coronariche acute dipendono dall'entità del danno subito dal muscolo cardiaco, una conseguenza diretta del punto in cui l’arteria coronaria era ostruita e della durata dell’ostruzione stessa. Se l’ostruzione interessa un’area estesa del muscolo cardiaco, il cuore non riesce a pompare in modo efficace e può subire un ingrossamento, con possibile conseguente insufficienza cardiaca. Se l’ostruzione interrompe il flusso sanguigno al sistema elettrico del cuore, il ritmo cardiaco può subire ripercussioni, con possibile conseguente aritmia e morte improvvisa (arresto cardiaco).

Diagnosi

  • Elettrocardiogramma (ECG)

  • Esami del sangue

Se un uomo d’età superiore ai 35 anni o una donna d’età superiore ai 40 anni lamenta dolore toracico, i medici in genere prendono in considerazione una sindrome coronarica acuta. Tuttavia, un dolore simile può essere causato da molte altre malattie: polmonite, presenza di un coagulo di sangue in un polmone (embolia polmonare), pericardite, frattura costale, spasmo esofageo, indigestione o dolorabilità della muscolatura toracica a seguito di un trauma o di uno sforzo.

L’ECG, nonché alcuni esami del sangue, possono di solito confermare la diagnosi nell’arco di qualche ora.

Elettrocardiogramma

L’ECG è la principale procedura diagnostica iniziale in caso di sospetta sindrome coronarica acuta. Esso fornisce una rappresentazione grafica dell’attività elettrica che produce ogni battito cardiaco. In molti casi, rileva immediatamente un attacco cardiaco. Le alterazioni rilevate con l’ECG sono utili nel determinare il tipo di trattamento necessario. Inoltre, mostrano la sede interessata dalla lesione cardiaca. Se un soggetto ha avuto precedenti problemi cardiaci in grado di alterare l’ECG, il danno in atto può essere più difficile da diagnosticare. Tali soggetti devono sempre portare con sé una copia di un esame precedente in modo che, in presenza di sintomi sospetti di sindrome coronarica acuta, sia possibile mettere a confronto i dati rilevati in precedenza con quelli attuali. Se un certo numero di ECG registrati nell’arco di diverse ore risultano nella norma, i medici scartano la possibilità di attacco cardiaco.

Marcatori cardiaci

La diagnosi delle sindromi coronariche acute può essere facilitata con la misurazione dei livelli di determinate sostanze (definite marker cardiaci). Si tratta di sostanze normalmente presenti nel muscolo cardiaco, ma rilasciate nel sangue solo in caso di lesione o morte del muscolo cardiaco. Le sostanze più comunemente misurate sono un tipo di proteine del muscolo cardiaco dette troponina I e troponina T e un enzima conosciuto come CK-MB (creatinina chinasi, banda miocardica). I loro livelli nel sangue aumentano nelle 6 ore successive a un attacco cardiaco e rimangono tali per alcuni giorni. Il controllo dei livelli dei marker cardiaci viene solitamente effettuato durante il ricovero in ospedale e a intervalli di 6-12 ore nelle 24 ore successive.

Altri esami

Se i controlli effettuati mediante ECG e marker sierici non forniscono informazioni sufficienti, si può ricorrere all’ecocardiogramma o alla scintigrafia. L’ecocardiogramma può rilevare la riduzione della motilità di parte della parete del ventricolo sinistro (la camera cardiaca che pompa il sangue a tutto il corpo). Tale riscontro suggerisce un danno da attacco cardiaco.

Durante o subito dopo il ricovero, possono essere eseguiti altri accertamenti. Questi servono a stabilire se il paziente necessiti di ulteriore trattamento o abbia probabilità di sviluppare ulteriori disturbi cardiaci. Per esempio, si può applicare un monitor Holter che registra l’attività elettrica del cuore per 24 ore. Tale procedura permette ai medici di stabilire la presenza di turbe del ritmo (aritmie) o episodi asintomatici di inadeguato apporto di sangue (ischemia silente). Untest da sforzo (elettrocardiogramma svolto sotto sforzo fisico) prima o subito dopo la dimissione può aiutare a determinare lo stato di benessere del soggetto successivamente all’attacco cardiaco e l’eventuale persistenza di ischemia. Se tali procedure documentano la presenza di aritmie o di uno stato ischemico, può essere raccomandata una terapia farmacologica. Se l’ischemia persiste, il medico può consigliare una coronarografia per valutare la praticabilità di un intervento coronarico percutaneo o di un innesto di bypass aorto-coronarico per ripristinare la perfusione cardiaca.

Prognosi

Molti soggetti con angina instabile subiscono un attacco cardiaco entro circa 3 mesi.

Il periodo di tempo più pericoloso per un soggetto in cui è in corso un attacco cardiaco sono le prime ore e le ore prima di recarsi in ospedale. Durante questo periodo, fino a un 20-30 percento dei soggetti con un attacco cardiaco può morire, pertanto è fondamentale consultare immediatamente un medico se si sospetta un attacco cardiaco. La maggior parte dei soggetti che sopravvive per un periodo di pochi giorni dopo un attacco cardiaco può avere un recupero completo, ma circa il 10% di essi muore entro un anno. La maggior parte dei decessi si verifica nei primi 3 o 4 mesi, in genere nei soggetti che continuano ad avere angina, turbe del ritmo cardiaco di origine ventricolare (aritmie ventricolari) o insufficienza cardiaca. La prognosi peggiora in caso di dilatazione ventricolare postinfartuale, rispetto a quanto avviene se le dimensioni del cuore si mantengono normali.

A seguito di un attacco cardiaco, gli anziani corrono un maggior rischio di decesso o di sviluppare complicanze come insufficienza cardiaca. La prognosi per i soggetti con corporatura piccola è peggiore rispetto a quella dei soggetti di maggiore corporatura. Questo riscontro può aiutare a spiegare perché, nelle donne colpite da attacco cardiaco, la prognosi è peggiore rispetto all’uomo. Inoltre, le donne tendono ad essere più anziane e ad essere affette da altre gravi patologie nel momento in cui compare un attacco cardiaco. Tendono, inoltre, ad aspettare più a lungo degli uomini prima di andare in ospedale.

Sapevate che…

  • Metà delle morti da infarto cardiaco si verifica durante le prime 3-4 ore dalla comparsa di sintomi.

Prevenzione

Dopo un attacco cardiaco, i medici raccomandano di assumere quotidianamente una compressa di aspirinetta, corrispondente alla metà di un’aspirina per adulti intera. Dato che l’aspirina previene la formazione di coaguli piastrinici, riduce il rischio di decesso e di recidiva di attacco cardiaco del 15-30%. I soggetti allergici all’aspirina possono assumere clopidogrel come alternativa.

In genere, i medici raccomandano che il paziente senza pregresso attacco cardiaco di età superiore a 50 anni e con 2 o più fattori di rischio assuma aspirina a basso dosaggio quotidianamente per prevenire eventuali attacchi cardiaci e ictus. Tuttavia, l'aspirina può talvolta causare complicanze come sanguinamento gastrointestinale e le evidenze recenti suggeriscono che queste complicanze possono controbilanciare il possibile beneficio dell’aspirina nei soggetti che non hanno subito un attacco cardiaco. I medici aiuterà i pazienti a valutare i rischi e benefici del caso specifico.

Di solito, i medici prescrivono un beta-bloccante (come il metoprololo), che riduce il rischio di decesso di circa il 25%. I beta-bloccanti sono tanto più efficaci quanto più grave è l’attacco cardiaco. Tuttavia, alcuni soggetti non tollerano gli effetti collaterali (come sibili respiratori, stanchezza, disfunzione erettile e freddo alle estremità) e non tutti ottengono benefici.

L’assunzione di farmaci ipolipemizzanti riduce il rischio di decesso postinfartuale. I soggetti ad alto rischio (specialmente gli obesi e i diabetici), senza pregresso attacco cardiaco o ictus, possono trarre beneficio da una terapia a base di farmaci ipolipemizzanti.

Spesso, dopo un attacco cardiaco, sono prescritti inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE) come il captopril, l’enalapril, il perindopril, il trandolapril, il lisinopril e il ramipril. Essi aiutano a prevenire il decesso e lo sviluppo di insufficienza cardiaca, soprattutto nei soggetti affetti da infarto cardiaco massivo o che sviluppano insufficienza cardiaca.

Inoltre, è necessario che il paziente cambi il proprio stile di vita, segua una dieta ipocalorica e aumenti l’attività fisica. Eventuale ipertensione arteriosa o diabete devono essere tenuti sotto controllo. I soggetti che fumano devono smettere.

Trattamento

  • Farmaci

  • Riapertura o bypass delle arterie ostruite

  • Cambiamenti dello stile di vita

Le sindromi coronariche acute sono condizioni che richiedono un trattamento di urgenza. Metà delle morti da infarto cardiaco si verifica durante le prime 3-4 ore dalla comparsa di sintomi. La tempestività del trattamento condiziona positivamente la possibilità di sopravvivenza. Chiunque sviluppi sintomi riconducibili a una sindrome coronarica acuta deve essere valutato tempestivamente da un medico. Il trasporto immediato in ambulanza, con l’assistenza di personale specializzato, presso un pronto soccorso ospedaliero, può salvare la vita del soggetto. Ogni tentativo di contattare il medico di famiglia, i parenti, gli amici o i vicini rappresenta una perdita di tempo rischiosa.

I soggetti con sospetto attacco cardiaco vengono di norma ricoverati in strutture ospedaliere munite di unità di terapia intensiva cardiologica. Il ritmo cardiaco, la pressione arteriosa e la quantità di ossigeno nel sangue vengono monitorati con accuratezza, in modo da poter valutare il danno cardiaco. Gli infermieri di queste unità vengono appositamente addestrati per assistere soggetti affetti da cardiopatie e trattare urgenze cardiologiche.

Spesso si pratica ossigenoterapia per via nasale o tramite maschera facciale. La somministrazione di una quota extra di ossigeno al cuore contribuisce a ridurre al minimo il danno al tessuto cardiaco.

In assenza di complicanze nei primissimi giorni, la maggior parte dei soggetti può tranquillamente essere dimessa dall’ospedale dopo pochi giorni. In caso di complicanze, come aritmie, o insufficienza contrattile, il paziente può essere trattenuto più a lungo.

Trattamento farmacologico

Il fattore più importante nel trattamento precoce di un attacco cardiaco è di recarsi quanto prima in ospedale in modo che i medici possano tentare di ripristinare il flusso ematico nell’arteria colpita. In caso di sospetto attacco cardiaco, il paziente deve assumere una compressa di aspirina subito dopo aver chiamato l’ambulanza. Se l’aspirina non viene assunta in casa o al momento del primo soccorso, di solito viene somministrata non appena giunti in ospedale. Tale terapia aumenta le possibilità di sopravvivenza riducendo le dimensioni del trombo coronarico (eventualmente presente). I soggetti allergici all’aspirina possono assumere clopidogrel, ticlopidina o ticagrelor come alternativa. In alcuni casi, si opta per un trattamento combinato di aspirina e clopidogrel/ticlopidina/ticagrelor.

Vengono somministrati farmaci per prevenire la formazione di coaguli di sangue, per ridurre l’ansia e per ridurre le dimensioni cardiache. Potrebbe essere necessario assumere questi farmaci per un certo periodo dopo essersi ripresi da un attacco cardiaco. I farmaci vengono utilizzati per ridurre il carico di lavoro cardiaco durante e successivamente a un attacco cardiaco.

Poiché una riduzione del carico di lavoro cardiaco contribuisce anche a contenere il danno tissutale, in genere, si somministra anche un beta-bloccante per rallentare la frequenza cardiaca. Il rallentamento della frequenza consente di alleggerire il carico cardiaco e riduce l’area di tessuto leso.

La maggior parte dei pazienti viene trattata con un farmaco anticoagulante, come l’eparina, per contribuire alla prevenzione della formazione di ulteriori coaguli di sangue.

Alla maggior parte dei soggetti viene somministrata la nitroglicerina, che allevia il dolore riducendo il carico di lavoro cardiaco e dilatando le arterie. Di solito, all’inizio, i nitroderivati vengono somministrati per via sublinguale e, successivamente, per via endovenosa. Occasionalmente, se la nitroglicerina non può essere usata o è inefficace, il medico somministra morfina per ridurre il disagio e l’ansia.

Gli ACE-inibitori possono ridurre la dilatazione cardiaca e aumentare le probabilità di sopravvivenza in molti soggetti. Pertanto, tali farmaci vengono spesso somministrati nei giorni immediatamente successivi, raccomandandone l’uso cronico.

Le statine hanno trovato per lungo tempo impiego nella prevenzione della coronaropatia, ma di recente è emerso che questa categoria di farmaci produce anche un beneficio a breve termine nei soggetti affetti da sindrome coronarica acuta. La somministrazione di una statina è limitata ai pazienti che non ne assumano già un altro tipo.

Ulteriori informazioni sui farmaci utilizzati per trattare gli attacchi cardiaci sono reperibili in altre sezioni del Manuale (vedere la tabella Farmaci utilizzati per il trattamento della coronaropatia).

Sblocco delle arterie

La decisione relativa ai tempi e alla modalità di sblocco di un’arteria coronaria ostruita dipende dal tipo di sindrome coronarica acuta e dalla tempestività del ricovero in ospedale. Esistono vari modi per riaprire le arterie coronarie ostruite:

Nei soggetti affetti da IM con sopraslivellamento del tratto ST, l’immediata apertura dell’arteria coronaria ostruita salva tessuto cardiaco e migliora la sopravvivenza. I medici tentano di sbloccare l’arteria entro 90 minuti dall’arrivo del paziente in ospedale. Poiché prima l’arteria viene sbloccata, migliore è l’esito, il tipo di intervento non è verosimilmente importante quanto la tempestività.

Se eseguiti entro 90 minuti dall’arrivo del paziente in ospedale, gli interventi cardiaci percutanei (ICP) come l’angioplastica e l’impianto di stent sembrano le opzioni migliori per aprire le arterie ostruite in corso di IM con sopraslivellamento del tratto ST.

I farmaci che sciolgono i coaguli (detti anche trombolitici o fibrinolitici, vedere la tabella Farmaci utilizzati per il trattamento della coronaropatia) vengono somministrati in vena (per via endovenosa) per aprire le arterie se non è possibile eseguire un intervento di IPC entro il tempo utile di 90 minuti. Questi farmaci includono streptochinasi, tenecteplasi (TNK-tPA), alteplasi e reteplasi. Anche se l’ideale è somministrarli immediatamente, dimostrano efficacia anche quando somministrati entro 3 ore e possono essere, in certa misura, utili fino a 12 ore dall’arrivo del paziente in ospedale. In alcune aree, i farmaci trombolitici vengono somministrati prima dell’arrivo in ospedale da personale paramedico qualificato. La maggioranza dei pazienti trattati con un farmaco trombolitico deve comunque essere sottoposta a ICP prima di essere dimessa dall’ospedale.

Dato che i trombolitici possono provocare emorragie, di solito non vengono somministrati in caso di emorragia del tubo digerente, ipertensione arteriosa grave, ictus recente, o se i soggetti sono stati sottoposti a intervento chirurgico da meno di un mese. I pazienti in età più avanzata, che non presentano nessuna di queste condizioni, possono ricevere trombolitici in sicurezza.

I soggetti affetti da IM senza sopraslivellamento del tratto ST o angina instabile in genere non traggono beneficio da un ICP immediato o dalla somministrazione di farmaci trombolitici. Tuttavia, i medici eseguono l’ICP entro il primo o il secondo giorno di ricovero. In caso di aggravamento dei sintomi o sviluppo di certe complicanze, l’intervento può essere eseguito prima.

In alcuni soggetti, in corso di sindrome coronarica acuta si opta per l’innesto di bypass di arteria coronaria (CABG) anziché per l’ICP o la somministrazione di un farmaco trombolitico. Per esempio, il CABG può essere usato per i soggetti che non possono essere trattati con un farmaco trombolitico (ad esempio, perché sono affetti da un disturbo emorragico o hanno subito un ictus o un importante intervento chirurgico di recente). Il CABG può inoltre essere indicato in pazienti che non possono sottoporsi a ICP a causa della gravità della coronaropatia (per esempio, per la presenza di numerose aree di ostruzione o scarsa funzionalità cardiaca, specialmente nei diabetici).

Misure generali

Dato che lo sforzo fisico, lo stress emotivo e l’eccitazione gravano sul cuore, ostacolandone il lavoro, un soggetto appena colpito da attacco cardiaco deve rimanere per qualche giorno a letto e in una stanza tranquilla. Di norma le visite sono consentite solo ai familiari o agli amici intimi. La visione di programmi televisivi può essere accordata qualora non sia fonte di stress.

Il fumo, uno dei fattori di rischio maggiori per lo sviluppo di coronaropatia e infarto, è proibito negli ospedali. Inoltre, l’insorgenza di una sindrome coronarica acuta è un’ottima ragione per smettere di fumare.

Per prevenire la stitichezza possono essere utilizzati emollienti fecali e lassativi blandi, per evitare al paziente di affaticarsi. Se il soggetto non è in grado di urinare o il personale ha bisogno di controllare la quantità precisa di urina (diuresi esatta), si posiziona un catetere vescicale.

In caso di forte agitazione (che può stressare il cuore), si può prescrivere un ansiolitico leggero (per esempio, una benzodiazepina come il lorazepam). Per trattare una depressione di lieve entità e il rifiuto della malattia, fattori frequenti dopo una sindrome coronarica acuta, i pazienti sono invitati a dare sfogo alle loro emozioni con medici, infermieri e assistenti sociali, nonché con familiari e amici. In alcuni casi, è necessario intervenire con la prescrizione di un antidepressivo.

Dimissioni

Generalmente dopo circa 3-4 giorni di ricovero, i soggetti reduci da attacco cardiaco privo di complicanze e ICP riuscito vengono dimessi. In altri casi, può essere necessaria una degenza più lunga.

Di norma vengono prescritti nitroglicerina, aspirina e a volte clopidogrel, un beta-bloccante, un inibitore dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE-inibitore) e un ipolipemizzante (nella maggior parte dei casi una statina).

Riabilitazione

La riabilitazione cardiaca, parte importante del processo di guarigione, inizia in ospedale. Un allettamento superiore a 2-3 giorni provoca l’inabilità fisica, accompagnata, talvolta, da una sensazione di depressione e di disperazione. Salvo complicanze, i soggetti colpiti da attacco cardiaco sono di solito in grado di passare alla posizione seduta, di eseguire esercizi passivi, di usare una sedia igienica e di leggere fin dal primo giorno. Al secondo o terzo giorno, i soggetti vengono invitati a recarsi al bagno con le proprie gambe e a svolgere attività non impegnative, aumentando ogni giorno il numero di attività. Se tutto va bene, in genere i pazienti fanno ritorno alle proprie normali attività entro 6 settimane. La partecipazione a un regolare programma di attività fisica, in linea con l’età e la funzionalità cardiaca del paziente, reca beneficio.

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