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Amebiasi

(Amoebiasis)

Di

Richard D. Pearson

, MD, University of Virginia School of Medicine

Ultima revisione/verifica completa mag 2020| Ultima modifica dei contenuti mag 2020
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L’amebiasi è un’infezione dell’intestino crasso e, talvolta, del fegato e di altri organi causata dal protozoo parassita unicellulare Entamoeba histolytica, un’ameba.

  • Le amebe possono diffondersi da persona a persona o attraverso gli alimenti o l’acqua.

  • I soggetti colpiti possono essere asintomatici o presentare diarrea, stitichezza, dolore addominale crampiforme, dolorabilità alla palpazione della parte superiore dell’addome superiore e febbre.

  • I medici basano la diagnosi sull’analisi di un campione di feci e, se necessario, su altri test, come la colonscopia o l’ecografia e le analisi del sangue.

  • Viene prescritto un farmaco che uccide le amebe, seguito da un farmaco che uccide la forma quiescente (cisti) delle amebe nell’intestino crasso.

L’amebiasi tende a manifestarsi nelle aree con condizioni igienico-sanitarie insufficienti. Il parassita è presente in tutto il mondo, ma la maggior parte delle infezioni si manifesta in alcune aree dell’Africa, nel subcontinente indiano e in alcune parti dell’America centrale e meridionale. Negli Stati Uniti la maggior parte dei casi di amebiasi si verifica tra gli immigrati e, più raramente, nei soggetti che hanno viaggiato nei Paesi in via di sviluppo.

A livello mondiale, ogni anno circa 50 milioni di persone sviluppano l’amebiasi, di cui fino a 100.000 muoiono.

La specie Entamoeba esiste in due forme:

  • Il parassita attivo (trofozoite)

  • Il parassita quiescente (cisti)

Trasmissione dell’amebiasi

L’infezione inizia con l’ingestione delle cisti. Le cisti si schiudono, rilasciando i trofozoiti che si moltiplicano e possono causare ulcere nella mucosa dell’intestino. Occasionalmente, si diffondono fino al fegato o ad altre parti dell’organismo. Alcuni trofozoiti si trasformano in cisti, che sono eliminate con le feci insieme ai trofozoiti. I trofozoiti sono fragili e all’esterno del corpo muoiono, ma le cisti, che sono più resistenti, possono sopravvivere.

Le cisti possono diffondersi direttamente da persona a persona o indirettamente attraverso alimenti o acqua. L’amebiasi può essere trasmessa anche attraverso i rapporti sessuali orali-anali.

In luoghi con condizioni igienico-sanitarie carenti, l’amebiasi viene acquisita ingerendo cibo o bevendo acqua contaminata dalle feci. Frutta e ortaggi possono essere contaminati se crescono su terreni concimati con feci umane, sono lavati in acqua contaminata o preparati da soggetti infetti. L’amebiasi può manifestarsi e diffondersi in strutture con buoni requisiti sanitari, se i soggetti infetti sono incontinenti o se le misure igieniche sono scadenti (per esempio, negli asili per l’infanzia o negli istituti per le malattie mentali).

Sintomi

Nella maggior parte delle persone infette i sintomi sono scarsi o assenti. Tuttavia, le cisti vengono espulse nelle feci, diffondendo così l’infezione.

I sintomi dell’amebiasi si sviluppano nell’arco di 1-3 settimane e possono includere:

  • Diarrea, talvolta con presenza di sangue visibile nelle feci

  • Dolore addominale crampiforme

  • Perdita di peso e febbre

Nei casi gravi, l’addome è dolente alla palpazione e può svilupparsi una forma grave di diarrea con feci che contengono muco e sangue (dissenteria). In alcuni casi si manifestano forti crampi addominali e febbre alta. La diarrea può causare disidratazione. Nei soggetti con infezione cronica possono comparire deperimento organico (emaciazione) e anemia.

A volte, all’interno dell’intestino crasso (colon) possono formarsi grandi noduli (amebomi).

In alcuni soggetti le amebe si diffondono fino al fegato, dove possono causare un ascesso. I sintomi includono febbre, sudorazione, brividi, debolezza, nausea, vomito, perdita di peso e dolore o fastidio nella parte superiore destra dell’addome, sopra il fegato.

Raramente, le amebe si diffondono ad altri organi (compresi polmoni o cervello). Anche la pelle può infettarsi, soprattutto intorno alle natiche (infezione diffusa dalle feci contaminate), ai genitali (per esempio, ulcere del pene dovute a un rapporto sessuale anale con un soggetto infetto) o alle ferite dovute a interventi chirurgici o traumi addominali.

Diagnosi

  • Esami delle feci

  • Talvolta, analisi del sangue per rilevare gli anticorpi contro le amebe

  • A volte, esame di un campione di tessuto prelevato dall’intestino crasso

Per poter diagnosticare l’amebiasi, il medico raccoglie dei campioni di feci da analizzare. L’approccio migliore consiste nell’analizzare le feci alla ricerca di una proteina rilasciata dalle amebe (test antigenico) oppure utilizzare la tecnica della reazione a catena della polimerasi (PCR) per valutare la presenza di materiale genetico dell’ameba nelle feci. La tecnica della PCR produce molte copie del materiale genetico dell’ameba e, pertanto, ne facilita l’identificazione. Questi test sono più utili rispetto all’esame microscopico dei campioni di feci, che spesso è inconcludente. Inoltre, l’esame al microscopio può richiedere da tre a sei campioni di feci per trovare le amebe e, persino quando vengono individuate, non è possibile distinguere Entamoeba histolytica da altre amebe affini, come per esempio Entamoeba dispar, che ha lo stesso aspetto ma è geneticamente diversa e non causa malattie.

Può venire usata una sonda flessibile a fibre ottiche (endoscopio) per osservare l’interno dell’intestino crasso. Se si riscontrano ulcere o altri segni di infezione, l’endoscopio viene utilizzato per prelevare un campione di tessuto o di liquido dall’area anomala.

Quando le amebe si diffondono a sedi esterne all’intestino (come il fegato), possono non essere più presenti nelle feci. L’ecografia, la tomografia computerizzata (TC) o la risonanza magnetica per immagini (RMI) vengono effettuate per confermare un ascesso al fegato, ma questi test non indicano la causa. Vengono quindi eseguite analisi del sangue alla ricerca degli anticorpi contro le amebe (gli anticorpi sono proteine prodotte dal sistema immunitario per contribuire a difendere l’organismo dall’attacco di particolari agenti, parassiti compresi). Oppure, se il medico sospetta che l’ascesso del fegato sia dovuto ad amebe, può avviare una terapia con un farmaco che uccide le amebe (un amebicida). Se il soggetto migliora, la diagnosi di amebiasi è probabilmente confermata.

Prevenzione

Evitare che il cibo e l’acqua vengano contaminati da feci umane è la chiave per prevenire l’amebiasi. Può essere utile migliorare gli impianti igienico-sanitari nei luoghi dove l’infezione è comune.

Quando si viaggia in luoghi dove l’infezione è comune, si dovrebbe evitare il consumo di alimenti crudi, come insalate e verdure, nonché di ghiaccio e di acqua potenzialmente contaminati. La bollitura dell’acqua uccide le cisti. Lavarsi le mani con acqua e sapone è importante. Il filtraggio dell’acqua attraverso un filtro da 0,1 o 0,4 micron può rimuovere Entamoeba histolytica e altri parassiti, nonché batteri patogeni. Può essere utile aggiungere iodio o cloro nell’acqua. Tuttavia, l’efficacia dello iodio o del cloro contro Entamoeba histolytica dipende da molti fattori, come la quantità di particelle sospese nell’acqua (torbidità) e la sua temperatura.

Trattamento

  • Un amebicida e/o un farmaco per eliminare le cisti

Se si sospetta un’amebiasi e il soggetto è sintomatico, viene impiegato un amebicida (un farmaco che uccide le amebe), il metronidazolo o il tinidazolo. Il metronidazolo deve essere assunto per 7-10 giorni. Il tinidazolo deve essere assunto per 3-5 giorni. Il tinidazolo produce meno effetti collaterali rispetto al metronidazolo. Durante l’assunzione di uno di questi due farmaci, o per diversi giorni dopo aver terminato la terapia, non si devono consumare alcolici, in quanto ciò può determinare nausea, vomito, vampate di calore e cefalea. La nitazoxanide è stata proposta come alternativa per il trattamento dell’amebiasi. Il metronidazolo, il tinidazolo o la nitazoxanide vengono somministrati alle donne in gravidanza solo se i benefici superano i rischi.

Né il metronidazolo né il tinidazolo uccidono tutte le cisti presenti nell’intestino crasso. Per uccidere queste cisti ed evitare una recidiva viene utilizzato un secondo farmaco (come paromomicina, diiodoidrossichina o diloxanide furoato). Uno di questi farmaci può essere impiegato da solo per trattare i soggetti asintomatici nelle cui feci è presente Entamoeba histolytica.

Ai pazienti disidratati vengono somministrati dei liquidi.

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