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Immunodeficienza combinata grave (Severe Combined Immunodeficiency, SCID)

Di

James Fernandez

, MD, PhD, Cleveland Clinic Lerner College of Medicine at Case Western Reserve University

Ultima revisione/verifica completa dic 2019| Ultima modifica dei contenuti dic 2019
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L’immunodeficienza combinata grave è un disturbo da immunodeficienza primaria che deriva da bassi livelli di anticorpi (immunoglobuline) e da bassi livelli o assenza di linfociti T.

  • La maggior parte dei lattanti con immunodeficienza combinata grave sviluppa polmonite, infezioni virali persistenti, mughetto e diarrea, di solito a partire dai 6 mesi di età.

  • La diagnosi si basa sulla misurazione del numero di linfociti B e linfociti T, dei livelli delle immunoglobuline nel sangue e sugli esami per valutare il buon funzionamento dei linfociti B e T.

  • I soggetti affetti da questa malattia vengono protetti in un ambiente sicuro, per prevenire l’esposizione a possibili infezioni.

  • Il trattamento prevede antibiotici per prevenire le infezioni e immunoglobuline, ma gli unici trattamenti efficaci sono il trapianto di cellule staminali ed eventualmente la terapia genica.

Si tratta di un disturbo da immunodeficienza grave e potenzialmente fatale. È presente alla nascita e può essere causato da mutazioni di diversi geni. Le forme sono tutte ereditarie.

La forma più comune è causata da una mutazione genetica sul cromosoma sessuale X (cosiddetta malattia legata al cromosoma X), e si verifica quasi esclusivamente nei maschi. Un’altra forma viene solitamente ereditata come patologia autosomica (non correlata al sesso) recessiva: vale a dire che sono necessari due geni, uno da ciascun genitore, perché la malattia si sviluppi.

Un’altra forma di questo disturbo è dovuta alla carenza dell’enzima adenosina deaminasi. Questo enzima scinde una sostanza tossica nei globuli bianchi. Se l’ adenosina deaminasi non è presente in quantità sufficienti, la sostanza tossica si accumula, distruggendo i globuli bianchi. Pertanto, i globuli bianchi che combattono le infezioni sono meno numerosi.

Poiché i linfociti T sono assenti e i linfociti B non possono produrre anticorpi (immunoglobuline) senza i linfociti T, i livelli delle immunoglobuline risultano bassi.

Inoltre, le cellule natural killer non funzionano normalmente. Le cellule natural killer sono un tipo di globuli bianchi che riconosce e uccide le cellule anomale (come determinate cellule infette e tumorali).

Nelle persone con immunodeficienza combinata grave, il sistema immunitario non fornisce praticamente alcuna protezione da batteri, virus e miceti. Ne risultano infezioni ripetute e persistenti.

Sintomi

La maggior parte dei lattanti con immunodeficienza combinata grave sviluppa polmonite, infezioni virali persistenti, mughetto e diarrea, di solito a partire dai 6 mesi di età. Inoltre, possono insorgere infezioni più serie, compresa la polmonite da Pneumocystis jirovecii. Di conseguenza, i lattanti non crescono e non si sviluppano in maniera normale (cosiddetto ritardo nella crescita). Possono presentare eruzioni cutanee con desquamazione.

Tutti i lattanti con questo disturbo presentano il timo fortemente sottosviluppato.

In assenza di trattamento, questi bambini muoiono solitamente prima dell’anno di età.

Diagnosi

  • Esami del sangue

  • Eventuale test di screening per i neonati

Sono i sintomi a suggerire la malattia. Vengono eseguiti esami del sangue per misurare il numero di linfociti B e T e delle immunoglobuline e per valutare il buon funzionamento dei linfociti B e T.

Alcuni esperti raccomandano di sottoporre a screening per l’immunodeficienza combinata grave tutti i neonati eseguendo un esame del sangue che stabilisca la presenza di linfociti T alterati o in quantità insufficiente: si tratta del test del frammento circolare di escissione del recettore dei linfociti T (TREC). Il test TREC su tutti i neonati è ora obbligatorio in molti Stati statunitensi. L’identificazione precoce dei lattanti affetti dalla malattia può evitarne la morte in tenera età.

Si può ricorrere ai test genetici per identificare la mutazione specifica causa della malattia, contribuendo quindi a stabilirne la gravità e la prognosi.

Trattamento

  • Isolamento inverso

  • Antibiotici, antimicotici e immunoglobuline per prevenire le infezioni

  • Trapianto di cellule staminali

  • Talvolta, sostituzione di adenosina deaminasi o terapia genica

I soggetti affetti da questa malattia vengono protetti in un ambiente sicuro, per prevenire l’esposizione a possibili infezioni (cosiddetto isolamento inverso). In passato, i bambini con questa patologia venivano tenuti in stretto isolamento, talvolta in una tenda in plastica e per questo veniva chiamata la “sindrome del bambino nella bolla”.

Il trattamento con antibiotici e immunoglobuline (anticorpi ottenuti dal sangue di soggetti con un sistema immunitario sano) aiuta a prevenire le infezioni, ma non cura la malattia.

L’unico trattamento efficace è il trapianto di cellule staminali (ad esempio da un fratello sano, con lo stesso tipo di tessuto). Se il trapianto avviene entro i 3 mesi di vita, il 96% dei bambini sopravvive.

Se vi è una carenza di adenosina deaminasi e il trapianto è impossibile, la sostituzione dell’enzima per iniezione può essere parzialmente efficace.

La terapia genica può essere efficace, in base alla forma di immunodeficienza combinata grave. La terapia genica consiste nel prelievo, dal bambino affetto, di alcuni globuli bianchi midollari in cui viene sostituito, in laboratorio, il gene alterato con uno normale, prima della loro reinfusione nel bambino. Nella forma legata al cromosoma X dell’immunodeficienza combinata grave, tuttavia, questa terapia non può essere adottata a causa del rischio di leucemia, tipica conseguenza di questi trattamenti.

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