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Prove di sensibilità

Di

Maria T. Vazquez-Pertejo

, MD, FACP, Wellington Regional Medical Center

Ultima modifica dei contenuti giu 2020
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I test di sensibilità determinano la vulnerabilità del germe ai farmaci antimicrobici mediante l'esposizione di una concentrazione standardizzata del microrganismo a specifiche concentrazioni di farmaci antimicrobici. Le prove di sensibilità possono essere effettuate su batteri, funghi e virus. Per alcuni microrganismi, i risultati ottenuti con un unico farmaco predicono i risultati ottenibili con farmaci simili. Così, non vengono testati tutti i farmaci potenzialmente utili.

Le prove di sensibilità si eseguono in vitro e possono non tener conto di fattori in vivo (p. es., farmacodinamica e farmacocinetica, concentrazioni farmacologiche sito-specifiche, stato immunitario dell'ospite, difese dell'ospite sito-specifiche) che influenzano il successo del trattamento. Così, i risultati dei test di sensibilità in vitro non sempre prevedono l'esito del trattamento.

I test di sensibilità possono essere eseguiti in maniera qualitativa, quantitativa o usando metodiche basate sugli acidi nucleici. Il test può anche determinare gli effetti dell'associazione di diversi antibiotici (test sinergici).

Metodi qualitativi

I metodi qualitativi sono meno precisi di quelli semiquantitativi. I risultati sono generalmente riportati come segue:

  • Sensibile (S)

  • Intermedio (I)

  • Resistente (R)

Alcuni ceppi di cui non sono stati stabiliti i criteri per la resistenza possono essere riportati solo come sensibili o non sensibili. La determinazione delle concentrazioni specifiche di farmaco che rappresentano S, I, e R si basa su molteplici fattori, in particolare i dati farmacocinetici, farmacodinamici, clinici e microbiologici.

Il metodo di diffusione da dischetti comunemente utilizzato (noto come test di Kirby-Bauer) è appropriato per i microrganismi a crescita rapida. Esso prevede il posizionamento di dischetti impregnati di antibiotico su piastre di agar inoculate con il microrganismo da testare. Dopo l'incubazione (generalmente di 16-18 h), si misura il diametro della zona di inibizione attorno a ciascun dischetto. Ogni associazione microrganismo-antibiotico ha diametri diversi che indicano S, I o R.

Metodi semiquantitativi

I metodi semiquantitativi determinano la concentrazione minima di un farmaco che inibisce la crescita di un particolare microrganismo in vitro. Questa concentrazione minima inibitoria (CMI) è riportata come valore numerico che può essere tradotto in 1 di 4 gruppi: S (sensibile), I (intermedio), R (resistente) o talvolta non suscettibile. La determinazione della concentrazione minima inibente (CMI) è usata principalmente per l'isolamento di batteri, compresi i micobatteri e gli anaerobi, e talvolta viene utilizzata per i miceti specialmente Candida spp.

Può anche essere determinata la concentrazione minima battericida ma è tecnicamente difficile, e non sono stati concordati standard interpretativi in merito. La valenza della concentrazione minima battericida è quella di indicare se un farmaco può essere batteriostatico o battericida.

L'antibiotico può essere diluito in agar o in brodo, che viene poi inoculato insieme al microrganismo. La diluizione in brodo rappresenta il metodo di riferimento ma è pesante dal punto di vista lavorativo perché per ogni tubo può essere testata solo una concentrazione del farmaco. Un metodo più efficiente utilizza una striscia di film di poliestere impregnata di un antibiotico con un gradiente di concentrazione lungo la sua estensione. La striscia viene depositata su una piastra di agar che contiene l'inoculo e la concentrazione minima inibente (CMI) viene determinata dal punto della striscia in cui inizia l'inibizione, su una piastra possono essere testati molti antibiotici.

La concentrazione minima inibente (CMI) permette una correlazione tra sensibilità farmacologica del microrganismo e concentrazione del farmaco libero (ossia, farmaco non legato alle proteine) raggiungibile nei tessuti. Se la concentrazione tissutale del farmaco libero è maggiore della concentrazione minima inibente (CMI), è probabile che il trattamento abbia successo. Le denominazioni di S, I, e R derivate dallo studio delle concentrazioni minimali inibitrici di solito correlano con le concentrazioni sieriche, plasmatiche, o urinarie ottenibili del farmaco libero.

Metodi basati sugli acidi nucleici

Questi test si avvalgono di tecniche con acidi nucleici simili a quelle usate per l'identificazione dei microrganismi ma modificate per identificare geni di resistenza o mutazioni note. Un esempio è il mecA, un gene per la resistenza all'oxacillina nello S. aureus; in presenza di questo gene, il microrganismo è considerato resistente alla maggior parte dei farmaci beta-lattamici a prescindere dai risultati di sensibilità evidenti. Tuttavia, sebbene si conoscano molti di questi geni, la loro presenza non conferisce uniformemente una resistenza in vivo. Anche se possono essere presenti nuove mutazioni o altri geni di resistenza, la loro assenza non garantisce la sensibilità al farmaco. Per queste ragioni, di routine, le metodiche di test di suscettibilità fenotipica restano l'approccio standard per stimare la suscettibilità dei batteri e dei funghi ai farmaci antibiotici.

Tuttavia, i metodi per gli acidi nucleici sono preferiti per

  • Diagnosi rapida di tubercolosi multiresistente in gruppi a rischio

  • Una rapida individuazione di possibile resistenza nei microrganismi ottenuta direttamente da emocolture positive

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