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Notizie selezionate COVID-19

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Per aiutare le persone a tenersi aggiornate, il Manuale sta raccogliendo le notizie più significative riguardanti COVID-19.

 
    

  14 luglio 2020

  Una grossa percentuale di pazienti con COVID-19 ha presentato sintomi persistenti dopo la guarigione dall’infezione acuta

Uno studio condotto da ricercatori italiani e pubblicato sul Journal of the American Medical Association ha scoperto che un numero elevato di pazienti con COVID-19 presentava sintomi persistenti. Lo studio ha incluso 143 pazienti che erano stati dimessi dall’ospedale dopo la guarigione da COVID-19. Tutti i pazienti avevano soddisfatto i criteri per l’interruzione della quarantena (assenza di febbre per 3 giorni consecutivi, miglioramento di altri sintomi e 2 risultati negativi dei test per COVID-19, a 24 ore di distanza). I pazienti erano stati arruolati nello studio in media 36 giorni dopo la dimissione e presentavano un altro test PCR negativo per COVID-19 al momento dell’arruolamento. La maggior parte dei pazienti ha riferito affaticamento e respiro affannoso come sintomi persistenti. Al momento della valutazione, solo il 12,6% era completamente libero da qualsiasi sintomo correlato a COVID-19, mentre il 30% presentava uno o due sintomi e il 55% aveva tre o più sintomi. Nessuno ha avuto febbre o segni di malattia acuta. È stata osservata una peggiore qualità della vita nel 44,1% dei pazienti. Un’elevata percentuale di soggetti ha riferito affaticamento (53,1%), dispnea (43,4%), dolore articolare (27,3%) e dolore toracico (21,7%). I ricercatori sottolineano che, sebbene si sia concentrata molta attenzione sulla fase acuta del COVID-19, è necessario continuare il monitoraggio dopo le dimissioni per gli effetti a lungo termine. Gli autori hanno fatto notare che lo studio presenta dei limiti, tra cui l’essere uno studio monocentrico, e non erano disponibili le informazioni sui sintomi presentati dai pazienti prima dell’infezione. Inoltre, non vi era alcun gruppo di controllo per il confronto.

Link: https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2768351


  8 luglio 2020

  Comprendere la fisiologia respiratoria chiarisce l’ipossiemia silente (felice)

Un nuovo articolo pubblicato sull’American Journal of Respiratory and Clinical Care Medicine affronta la condizione enigmatica dell’ipossiemia silente (felice) nei pazienti con COVID-19. L’ipossia silente si riferisce ai pazienti con bassi livelli di ossigeno (PaO2) senza dispnea. Gli autori hanno presentato informazioni su 16 pazienti con COVID-19 con ipossia silente e hanno spiegato che diversi meccanismi patofisiologici possono essere responsabili per la gran parte, se non la totalità, di questo fenomeno. Hanno inoltre evidenziato i fattori confondenti che influiscono sul fenomeno.

I meccanismi che possono essere responsabili dell’ipossia silente includono:

  • La ventilazione che risponde più rapidamente alle alterazioni di PaCO2 rispetto a PaO2 e i livelli di PaCO2 sono spesso bassi o all’interno della norma
  • I pazienti diabetici e anziani (una parte significativa dei pazienti gravemente malati) hanno una ridotta risposta ventilatoria all’ipossia
  • I corpi carotidei possiedono recettori dell’enzima di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2) e possono essere direttamente influenzati dal virus

I fattori confondenti includono

  • La pulsossimetria è accurata con livelli elevati di ossigenazione, ma può esagerare la gravità della bassa saturazione d’ossigeno
  • La febbre sposta la curva di dissociazione ossigeno-emoglobina a destra, causando desaturazione, ma i chemiorecettori del corpo carotideo rispondono solo a PaO2 piuttosto che alla saturazione d’ossigeno
  • La risposta all’ipercapnia o all’ipossia può variare notevolmente tra le persone

Link: https://www.atsjournals.org/doi/abs/10.1164/rccm.202006-2157CP


  6 luglio 2020

 Una revisione di COVID-19 e apparato digerente

Una revisione pubblicata sull’American Journal of Gastroenterology (AJG) il 4 luglio 2020 sulla relazione tra COVID-19 e apparato digerente, si è concentrata sia sui risultati clinici che sui potenziali meccanismi di base della patogenesi gastrointestinale (GI) di COVID-19. Uno studio precedente sull’incidenza dei sintomi GI durante l’epidemia di COVID-19 a Wuhan, Cina (AJG, maggio 2020) ha riferito che sebbene il COVID-19 fosse prevalentemente caratterizzato da sintomi respiratori, il 18,6% dei pazienti presentava sintomi GI di nausea, vomito e diarrea durante la presentazione. Occasionalmente, questi sintomi GI erano i sintomi iniziali che si presentavano senza sintomi respiratori. Inoltre, la presenza di sintomi GI era strettamente associata a malattia più grave. L’attuale revisione ha inoltre indicato che l’infezione da SARS-CoV-2 può portare a lesioni epatiche e le anomalie negli enzimi epatici sono associate alla gravità del COVID-19.

Gli autori hanno sottolineato che l’enzima di conversione dell’angiotensina 2, che è il recettore funzionale di SARS-CoV-2, è ampiamente distribuito in vari organi umani, ma hanno fatto notare che l’espressione del recettore è circa 100 volte superiore nell’apparato GI rispetto al sistema respiratorio. La revisione illustra le evidenze cliniche e patologiche per il COVID-19 che coinvolgono il sistema digestivo, i meccanismi di danno interstiziale e di lesioni epatiche. Gli autori di questo articolo di revisione hanno concluso che i sintomi dell’apparato digerente devono essere trattati con cautela nella fase iniziale del COVID-19 e il monitoraggio della funzione epatica e delle citochine sono importanti durante la pratica clinica.

Link: https://journals.lww.com/ajg/FullText/2020/07000/COVID_19_and_the_Digestive_System.11.aspx


  2 luglio 2020

 Il CDC afferma che le donne in gravidanza presentano un rischio maggiore di COVID-19 grave

Secondo un nuovo rapporto pubblicato online sul Morbidity and Mortality Weekly Report (MMWR) il 26 giugno 2020, le donne in gravidanza possono essere a maggior rischio di COVID-19 grave. Nelle donne in età produttiva (dai 15 ai 44 anni) che erano infettate da SARS-CoV-2 (il virus che causa COVID-19), la gravidanza era associata a una maggiore probabilità di ricovero, ricovero in unità di terapia intensiva e necessità di ventilazione meccanica. Tuttavia, la gravidanza non era associata a un aumento del rischio di decesso. Al 7 giugno, vi erano stati 8207 casi segnalati al CDC di donne in gravidanza risultate positive al COVID-19. Queste donne sono state confrontate con 83.205 donne in età riproduttiva che non erano gravidanza e che erano risultate positive al COVID-19. È stata osservata una percentuale sostanzialmente maggiore di ricoveri ospedalieri nelle donne in gravidanza (31,5%) rispetto alle donne non in gravidanza (5,8%). Sono stati segnalati ricoveri in UTI per l’1,5% delle donne in gravidanza rispetto allo 0,9% delle controparti non gravide e per lo 0,5% delle donne in gravidanza è stata necessaria la ventilazione meccanica rispetto allo 0,3% delle loro controparti non gravide. Le donne ispaniche e afroamericane sembrano tendere maggiormente a contrarre l’infezione da SARS-CoV-2 durante la gravidanza. Gli autori sottolineano che durante la gravidanza le donne manifestano alterazioni fisiologiche e immunologiche che potrebbero aumentare il rischio di malattie più gravi derivanti da infezioni respiratorie. Sebbene lo studio abbia diverse limitazioni, gli autori di questo rapporto del CDC dichiarano che “…le donne in gravidanza devono essere consapevoli del loro potenziale rischio di malattia grave da COVID-19. Le donne in gravidanza e le loro famiglie devono adottare misure per garantire la loro salute e prevenire la diffusione dell’infezione da SARS-CoV-2. Le azioni specifiche in gravidanza possono comprendere: non saltare appuntamenti di assistenza prenatale, limitare le interazioni con altre persone il più possibile, adottare precauzioni per prevenire di contrarre COVID-19 quando interagiscono con gli altri, avere almeno una fornitura di farmaci di 30 giorni e parlare con il proprio medico su come restare in salute durante la pandemia da COVID-19. Per ridurre gli esiti gravi del COVID-19 tra le donne in gravidanza, è necessario sottolineare le misure per prevenire l’infezione da SARS-CoV-2 e affrontare i potenziali ostacoli alla capacità di aderire a queste misure”.

Link: https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/69/wr/mm6925a1.htm?s_cid=mm6925a1_w

                                                                                                             

  30 giugno 2020

 Cinque tecniche per ridurre la depressione e l’ansia

Gli operatori sanitari, soprattutto le squadre di emergenza, sono ad alto rischio di conseguenze per la salute mentale durante la pandemia da COVID-19. In risposta, il Dipartimento di Medicina d’Urgenza dell’Università di Ottawa, Canada, ha fornito ai suoi soci informazioni su 5 tecniche basate sull’evidenza, che hanno dimostrato di ridurre i sintomi di depressione e ansia. Queste tecniche sono state descritte in dettaglio in un documento approvato per la pubblicazione sul Canadian Journal of Emergency Medicine (vedere link di seguito). Le 5 tecniche sono:

  • Meditazione mindfulness: un termine generico per una varietà di pratiche meditative per aiutare a radicare le persone nel presente. Un esempio: durante le situazioni stressanti, utilizzare la respirazione della scatola: inalare per 4 secondi, trattenere il respiro per 4 secondi, espirare per 4 secondi, quindi trattenere il respiro per 4 secondi.
  • Esercizio: aumentare gradualmente fino a 150 minuti di attività fisica da moderata a vigorosa alla settimana.
  • Stabilire un limite sui social media (< 30 minuti al giorno): piuttosto, videochiamare o chiamare una persona cara.
  • Seguire una dieta sana come la dieta mediterranea: mettersi ai fornelli.
  • Terapia e consulenza: ingaggiare risorse per la salute mentale attraverso il supporto dei colleghi o attraverso un professionista della salute mentale.

L’articolo termina con un grafico coinvolgente che evidenzia le tecniche sopra indicate.

Link: https://www.cambridge.org/core/services/aop-cambridge-core/content/view/E43093692F0A21B512AA4111A0365B24/S1481803520004339a.pdf/beyond_survival_practical_wellness_tips_during_the_covid19_pandemic.pdf

 

                                                                                                     

  29 giugno 2020

 Riduzione delle emissioni giornaliere di CO2 durante il confinamento COVID-19

La quantità di anidride carbonica (CO2) rilasciata dall’attività umana ogni giorno è scesa fino al 17% durante il picco della crisi dovuta al coronavirus all’inizio di aprile, secondo uno studio pubblicato il 17 maggio 2020 sulla rivista Nature Climate Change. Le politiche governative di confinamento (quarantena o permanenza a casa) per ridurre la trasmissione del virus durante la pandemia da COVID-19 hanno drasticamente alterato i modelli di fabbisogno energetico in tutto il mondo. Le emissioni giornaliere sono scese temporaneamente ai livelli osservati per l’ultima volta nel 2006. L’analisi è stata condotta da un team internazionale di ricercatori che lavorano a un progetto globale di carbonio terrestre, un’iniziativa per tracciare l’impatto dei gas serra generati dall’uomo sul pianeta. Il calo del 17% delle emissioni di CO2 è arrivato all’inizio di aprile quando le misure di confinamento in tutto il mondo erano al picco. L’impatto complessivo sulle emissioni annuali del 2020 dipende dalla durata del confinamento con una stima ridotta di una diminuzione del 4% se le condizioni pre-pandemiche tornassero entro giugno e una stima elevata di una diminuzione del 7% se alcune restrizioni permanessero in tutto il mondo fino alla fine del 2020. Gli autori sottolineano che la riduzione annuale delle emissioni di CO2 tra il 4,2 e il 7,5% è paragonabile al tasso di diminuzione necessario anno dopo anno nel prossimo decennio per limitare il cambiamento climatico a 1,5°C, evidenziando la sfida affrontata per limitare il cambiamento climatico in linea con l’accordo di Parigi sul clima.

Link: https://www.nature.com/articles/s41558-020-0797-x


  25 giugno 2020

 Linee guida cliniche dell’American College of Rheumatology per le malattie reumatologiche pediatriche durante la pandemia da COVID-19 e per i pazienti con sindrome infiammatoria multisistemica

L’American College of Rheumatology ha pubblicato due nuovi documenti di linee guida cliniche con raccomandazioni basate sull’evidenza (vedere i link di seguito per queste raccomandazioni). La prima guida sulla gestione dei bambini affetti da malattia reumatologica durante la pandemia da COVID-19 fornisce raccomandazioni per la prevenzione del COVID-19 nei bambini affetti da malattia reumatologica e raccomandazioni per il trattamento della malattia reumatologica pediatrica in varie situazioni correlate a COVID-19, incluse l’assenza di esposizione, l’esposizione al chiuso/in casa, le infezioni asintomatiche e sintomatiche da COVID-19.

La seconda guida fornisce raccomandazioni dettagliate sulla diagnosi e sul trattamento per la sindrome infiammatoria multisistemica nei bambini (multisystem inflammatory syndrome in children, MIS-C) associata a COVID-19. Le bozze di sintesi sono state approvate dal Consiglio di amministrazione dell’ACR il 17 giugno 2020 e pubblicate online.

Link: https://www.rheumatology.org/Portals/0/Files/COVID-19-Clinical-Guidance-Summary-for-Pediatric-Patients-with-Rheumatic-Disease.pdf

 Link: https://www.rheumatology.org/Portals/0/Files/ACR-COVID-19-Clinical-Guidance-Summary-MIS-C-Hyperinflammation.pdf

 

 

                                                                                                      

  24 giugno 2020

 Posizione prona nei pazienti non intubati con insufficienza respiratoria dovuta a COVID-19

È stato dimostrato che la posizione prona dei pazienti intubati riduce la mortalità nella sindrome da distress respiratorio acuto da moderata a grave. In uno studio che indagava sulla fattibilità e sugli effetti dello scambio di gas della posizione prona nei pazienti non intubati con COVID-19, è stato eseguito uno studio prospettico su 56 pazienti ricoverati con polmonite confermata da COVID-19 tra il 20 marzo e il 9 aprile 2020 a Monza, Italia. I pazienti ricevevano ossigeno supplementare o pressione positiva continua delle vie aeree non invasiva. Dopo aver raccolto i dati al basale, i pazienti sono stati messi in posizione prona e mantenuti in posizione prona per almeno 3 ore. I dati sono stati raccolti nuovamente al basale mentre erano in posizione supina, 10 minuti dopo la messa in posizione prona e 1 ora dopo il ritorno alla posizione supina nei 49 pazienti che hanno eseguito con successo la messa in posizione prona. Lo studio ha scoperto che l’ossigenazione è notevolmente migliorata dalla posizione supina a quella prona (rapporto PaO2/FiO2 180,5 mmHg [DS 76,6] in posizione supina rispetto a 285,5 mmHg [112,9] in posizione prona; p < 0,0001). Dopo aver ripreso la posizione supina, in metà dei pazienti è stata mantenuta una migliore ossigenazione. In generale, il miglioramento 1 ora dopo il ritorno alla posizione supina non era statisticamente significativo. Lo studio supporta le precedenti segnalazioni del beneficio della messa in posizione prona in pazienti svegli con insufficienza respiratoria dovuta a polmonite interstiziale. Lo studio ha dimostrato la fattibilità di questa tecnica nei pazienti affetti da COVID-19. Ulteriori studi devono essere condotti per valutare la sicurezza e gli esiti a medio e lungo termine della posizione prona sui parametri respiratori e sulla sopravvivenza.

Link: https://www.thelancet.com/journals/lanres/article/PIIS2213-2600(20)30268-X/fulltext

                                                                                       

  23 giugno 2020

 Il tipo di sangue è associato alla gravità del COVID-19

Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine il 17 giugno 2020, ha riportato l’analisi genetica condotta su campioni di più di 1.900 pazienti gravemente malati in Spagna e Italia. I pazienti presentavano insufficienza respiratoria dovuta a COVID-19 confermata con test dell’RNA. I campioni di questi pazienti gravemente malati sono stati confrontati con quelli di oltre 2.000 controlli sani, alcuni dei quali potrebbero aver avuto COVID-19 ma hanno avuto solo sintomi lievi o assenti. I ricercatori hanno scoperto che il locus genico 3p21.31 e il locus 9q34.2 erano associati in modo significativo a insufficienza respiratoria dovuta a COVID-19. Al locus 9q34.2 l’associazione coincideva con il locus del gruppo sanguigno ABO. Ulteriori studi hanno rivelato che i pazienti con sangue di tipo A presentavano un rischio significativamente maggiore di insufficienza respiratoria a causa di COVID-19 rispetto alle persone con altri tipi di sangue e che il sangue di tipo O era protettivo. In sintesi, lo studio ha identificato un cluster di geni 3p21.31 come locus di suscettibilità genetica in pazienti con COVID-19 con insufficienza respiratoria e un confermato possibile coinvolgimento del sistema sanguigno ABO. In precedenza, studi non genetici hanno implicato il coinvolgimento dei gruppi sanguigni ABO nella suscettibilità a COVID-19. Sebbene i risultati non dimostrino una connessione di tipo sanguigno, questo sembra essere un segnale significativo per un gruppo a maggior rischio.

Link: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2020283?query=featured_coronavirus#article_references

                                                                                                      

  22 giugno 2020

 Nanoparticelle esche assorbono il SARS-CoV-2

In un nuovo approccio per combattere l’infezione, invece di mirare al virus, i ricercatori della University of California San Diego hanno utilizzato nanoparticelle rivestite con membrane cellulari estratte da cellule epiteliali polmonari e macrofagi. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista sottoposta a revisione tra pari Nano Letters il 17 giugno 2020. Queste nanoparticelle, o nanospugne, agiscono come mimi biologici o esche a cui il virus si attaccherebbe al posto della cellula ospite. Le nanospugne sono migliaia di volte più piccole della larghezza di un capello umano e sono ricoperte da membrane cellulari con gli stessi recettori proteici delle cellule che impersonano. I ricercatori hanno scoperto che dopo l’incubazione con le nanospugne, l’infettività del virus SARS-CoV-2 nella coltura cellulare era ridotta del 90% in modo dose-dipendente. Un vantaggio significativo di questa strategia è che non è correlata alla capacità del virus di mutare. Presentando una nanoparticella esca, questa piattaforma sarebbe efficace contro qualsiasi mutazione o virus che mira alla stessa cellula ospite. I ricercatori intendono valutare l’efficacia di queste nanospugne nelle piattaforme animali nei prossimi mesi. L’efficacia e la sicurezza nell’uomo di questa terapia futuristica non sono state dimostrate.

Link: https://pubs.acs.org/doi/full/10.1021/acs.nanolett.0c02278

                                                                                                    

  19 giugno 2020

 Cocktail di anticorpi anti-SARS-CoV-2 per prevenire una rapida fuga mutazionale

Gli anticorpi monoclonali per il trattamento di COVID-19 sono in fase di sviluppo. Tuttavia, esiste una preoccupazione che la resistenza possa svilupparsi rapidamente a causa della capacità del virus di mutare. Un rapporto pubblicato su Science il 15 giugno 2020, ha studiato il problema della resistenza. Gli autori hanno mostrato in un modello di virus vivo che si è sviluppata resistenza a un singolo anticorpo in poche generazioni. Hanno quindi identificato diverse coppie di anticorpi, una coppia a regioni sovrapposte del dominio di legame al recettore (receptor binding domain, RBD) e una coppia che si lega a regioni separate e non sovrapposte dell’RBD. Hanno riscontrato una resistenza sviluppata quando si è verificata una sovrapposizione tra le aree legate dall’anticorpo. Tuttavia, la resistenza non si è sviluppata quando gli anticorpi hanno mirato a regioni distinte, presumibilmente perché ciò richiede l’improbabile insorgenza di mutazioni virali simultanee in due distinti siti genetici. Questi risultati suggeriscono che un cocktail anticorpale mirato a regioni non sovrapposte dell’RBD virale, piuttosto che un singolo anticorpo, può essere superiore.

Link: https://science.sciencemag.org/content/early/2020/06/15/science.abd0831

                                                                                                 

  18 giugno 2020

 Le comorbilità aumentano la mortalità di 12 volte nei casi COVID-19

Il numero pubblicato in anticipo del 15 giugno dell’US Centers for Disease Control, Morbidity and Mortality Weekly Report, descrive le caratteristiche demografiche, le condizioni di salute sottostanti, i sintomi e gli esiti tra 1.320.488 casi di COVID-19 confermati in laboratorio al 30 maggio 2020. Complessivamente, 184.673 (14%) pazienti sono stati ricoverati, 29.837 (2%) sono stati ricoverati in unità di terapia intensiva (UTI) e 71.116 (5%) sono deceduti. Tra 287.320 (22%) di casi con dati sulle condizioni di salute sottostanti individuali, le condizioni di salute sottostanti più comuni erano: malattia cardiovascolare 32%, diabete 30% e malattia polmonare cronica 18%. I ricoveri erano 6 volte più alti e i decessi 12 volte superiori tra quelli con patologie sottostanti segnalate rispetto a quelli che non hanno riferito patologie sottostanti. Il CDC ritiene che i risultati sottolineino la necessità di strategie di mitigazione continuative nella comunità, specialmente per le popolazioni vulnerabili.

Link: https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/69/wr/mm6924e2.htm?s_cid=mm6924e2_e&deliveryName=USCDC_921-DM30615

                                                                                 

  17 giugno 2020

 Il desametasone ha ridotto i decessi nei pazienti con COVID-19 grave

Un Comunicato stampa della Oxford University datato 16 giugno 2020, ha riportato i risultati positivi di una sperimentazione clinica su 6.425 pazienti con COVID-19 grave. I pazienti sono stati assegnati casualmente a ricevere desametasone 6 mg una volta al giorno per via orale o endovenosa per 10 giorni (n = 2104) o le sole cure abituali (n = 4321). Il desametasone ha ridotto i decessi di 1/3 nei pazienti ventilati e di 1/5 nei pazienti che ricevevano solo ossigeno. Entrambi i risultati erano statisticamente molto significativi. Sulla base di questi risultati, un decesso sarebbe impedito con il trattamento di 8 pazienti ventilati o di circa 25 pazienti che necessitano solo di ossigeno. Non vi è stato alcun beneficio nei pazienti che non hanno richiesto supporto respiratorio. Nel comunicato stampa, Peter Horby, professore di malattie infettive emergenti del Nuffield Department of Medicine, University of Oxford, e uno degli sperimentatori principali per la sperimentazione, ha affermato che “il desametasone è il primo farmaco a dimostrare una migliore sopravvivenza per COVID-19”. È importante notare che i dati dello studio non sono ancora stati pubblicati o sottoposti a revisione tra pari, ma gli esperti esterni hanno immediatamente accolto i risultati. Patrick Vallance, capo consulente scientifico del governo del Regno Unito, ha definito i risultati una “notizia straordinaria” e “uno sviluppo innovativo nella lotta contro la malattia”. Scott Gottlieb, ex commissario della Food and Drug Administration statunitense, lo ha definito “un risultato molto positivo.

Link: https://www.recoverytrial.net/files/recovery_dexamethasone_statement_160620_v2final.pdf

                                                                                     

  16 giugno 2020

 Diabete di nuova insorgenza e COVID-19

Una lettera pubblicata sul New England Journal of Medicine e firmata da un gruppo internazionale di 17 importanti diabetologi coinvolti nel progetto CoviDiab Registry, ha avvisato che il COVID-19 potrebbe attivare il diabete di nuova insorgenza. L’obiettivo del registro è stabilire l’entità e le caratteristiche del diabete di nuova insorgenza nei pazienti con COVID-19. Le osservazioni cliniche finora hanno mostrato una relazione bidirezionale tra COVID-19 e diabete. Dei pazienti deceduti con COVID-19, dal 20 al 30% hanno avuto il diabete. D’altra parte, il diabete di nuova insorgenza e le complicanze metaboliche atipiche del diabete preesistente sono state osservate nelle persone con COVID-19. Non è chiaro in che modo SARS-CoV-2 influisca sul diabete. Un possibile meccanismo coinvolge la proteina enzima di conversione dell’angiotensina 2 (angiotensin-converting enzyme 2, ACE2) che si lega a SARS-CoV-2, consentendo al virus di penetrare nelle cellule umane. ACE2 si trova in molti organi coinvolti nel metabolismo del glucosio, come le cellule beta pancreatiche, l’intestino tenue, il tessuto adiposo e i reni.

Link: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMc2018688

                                                                                      

  15 giugno 2020

 La FDA incoraggia i medici a utilizzare il programma e l’app CURE ID per segnalare nuovi utilizzi di farmaci esistenti nella lotta contro COVID-19

I professionisti sanitari sono da tempo in grado di prescrivere un farmaco legalmente commercializzato per un uso non approvato se ritengono che il farmaco sia appropriato dal punto di vista medico per un determinato paziente. Tuttavia, a meno che tale prescrizione non venga effettuata nell’ambito di una sperimentazione farmacologica formale, il successo o il fallimento di tale uso raramente diventa noto alle comunità mediche e scientifiche. Pertanto, nel 2013, l’FDA e il National Center for Advancing Translational Sciences (NCATS), parte dei National Institutes of Health (NIH), hanno implementato il programma volontario CURE ID, che ha creato un modo diretto per i medici di segnalare i risultati dell’uso non approvato nei singoli pazienti. I dati resi anonimi sono aggregati per malattia e sono disponibili alla consultazione da parte degli utenti. Il programma è volto a semplificare l’identificazione dei candidati al farmaco per gli studi di ricerca, piuttosto che far parte del processo formale di approvazione del farmaco. Recentemente, il programma CURE ID, inclusa la sua app gratuita, è stato aggiornato per semplificare la segnalazione dei dati COVID-19 e auspicabilmente per identificare nuove terapie efficaci.

Link: https://www.fda.gov/drugs/science-and-research-drugs/cure-id-app-lets-clinicians-report-novel-uses-existing-drugs

                                                                                

  12 giugno 2020

 Notevole declino nelle visite al Pronto soccorso durante le prime fasi della pandemia

La pandemia da COVID-19 ha avuto un impatto significativo sul numero di visite al Pronto soccorso negli Stati Uniti. Un rapporto pubblicato dal CDC nel Morbidity and Mortality Weekly Report il 3 giugno 2020, ha mostrato un declino delle visite al Pronto soccorso del 42% durante le prime fasi della pandemia da COVID-19. Il numero medio di visite alla settimana durante il periodo di tempo dal 29 marzo al 25 aprile 2020 è stato di 1,2 milioni. Nello stesso arco di tempo dell’anno precedente, dal 31 marzo al 27 aprile 2019, ci sono state 2,2 milioni di visite alla settimana. La percentuale di visite correlate alla malattia infettiva, tuttavia, era quattro volte superiore durante questo periodo di tempo. Le riduzioni sono state particolarmente pronunciate per bambini e soggetti di sesso femminile e anche nel nord-est del Paese. Le visite per molte patologie, tra cui dolore addominale e altri sintomi gastrointestinali, dolore toracico non specifico, infarto miocardico acuto e ipertensione arteriosa sono diminuite durante la pandemia, sollevando il timore che alcune persone possano ritardare le cure per patologie che potrebbero comportare una mortalità aggiuntiva se non trattate.

Link allo studio: https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/69/wr/mm6923e1.htm?s_cid=mm6923e1_w

                                                                                             

  10 giugno 2020

 Tassi di mortalità per COVID-19 messi in prospettiva

Il New York Times ha esaminato il numero di decessi in 25 città e regioni di tutto il mondo durante i mesi più devastanti dell’epidemia, confrontando queste cifre rispetto ai loro livelli di mortalità normali, quindi confrontando gli aumenti con altri disastri naturali nella storia.

Aumento dei decessi durante il mese di picco rispetto agli anni normali:

  • 7,3 volte l’influenza spagnola del 1918 a Philadelphia
  • 6,7 volte il COVID-19 a Bergamo, Italia
  • 5,8 volte il COVID-19 a New York City
  • 4,0 volte il COVID-19 a Lima, Perù
  • 2,4 volte l’uragano Katrina a New Orleans
  • 1,05 volte la brutta stagione influenzale a New York City

 Link all’articolo: https://www.nytimes.com/interactive/2020/06/10/world/coronavirus-history.html?smid=em-share

                                                                                    

  5 giugno 2020

 Ritirato studio sull’idrossiclorochina

Diversi autori di uno studio recentemente pubblicato su The Lancet hanno ritirato il loro articolo dalla pubblicazione. Le fonti di dati dello studio, che sembravano mostrare l’inefficacia dell’idrossiclorochina o clorochina per il trattamento di COVID-19, sono state messe in discussione dopo la pubblicazione. Tre autori del documento hanno poi tentato di avere una terza parte indipendente per esaminare i dati e l’analisi, ma questi revisori tra pari non hanno avuto accesso all’intera serie di dati, portando gli autori a ritirare il documento.

Link: https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)31324-6/fulltext

                                                                                   

  5 giugno 2020

 Un caso di COVID-19 con una lunga durata di diffusione virale

Una lettera del 23 maggio al direttore del Journal of Microbiology, Immunology and Infection descrive un caso di COVID-19 con la durata più lunga riportata di diffusione virale. La durata media di diffusione virale per COVID-19 è stata riferita andare dagli 11 ai 20 giorni e il periodo più lungo riferito in precedenza era di 49 giorni. Questo caso di studio riguardava una donna di 59 anni, che aveva ricevuto la diagnosi di COVID-19 a Wuhan, che ha dimostrato di avere un test PCR positivo a intermittenza dell’RNA di SARS-CoV-2 per 72 giorni dopo l’insorgenza della malattia. La paziente era asintomatica dalla prima settimana del ricovero ospedaliero e ha dimostrato di avere anticorpi anti-SARS-CoV-2 a partire da 38 giorni dall’insorgenza della malattia. Tuttavia, i test PCR dell’RNA multipli sono risultati positivi a intermittenza fino a 72 giorni. Il caso di studio non conteneva evidenze del fatto che i test positivi della PCR fossero dovuti alla presenza di virus trasmissibili o semplicemente a frammenti virali residui. 

Link allo studio: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1684118220301225?via%3Dihub

                                                                                

  4 giugno 2020

 Prima sperimentazione di fase 1 di farmaco anticorpale per COVID-19

Eli Lilly questa settimana ha iniziato la prima sperimentazione di fase 1 di un anticorpo monoclonale specifico per il virus SARS-CoV-2. L’anticorpo duplica uno dei 550 diversi anticorpi rilevati utilizzando una nuova tecnica di screening nel sangue di un paziente guarito da COVID-19. 

Link all’annuncio: https://www.biopharmadive.com/news/eli-lilly-abcellera-coronavirus-antibody-drug-first-trial/578980/

                                                                                

  3 giugno 2020

 Tempistica del test COVID-19 e della variabilità dei risultati falsi negativi

In uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine, il 13 maggio 2020, i ricercatori della Johns Hopkins University hanno analizzato i risultati di sette studi precedentemente pubblicati sulle prestazioni del test RT-PCR e hanno scoperto che la probabilità di un risultato falso negativo variava significativamente con la tempistica del test. Le date dei test variavano a partire dalla data dell’infezione (la data di esposizione), all’insorgenza dei sintomi (in genere il giorno 5) e successivamente alle date dopo l’insorgenza dei sintomi. Hanno scoperto che la probabilità media di un risultato falso negativo era del 100% il giorno 1 di infezione, del 67% il giorno 4, del 38% il giorno dell’insorgenza dei sintomi e del 20% (il tasso falso-negativo più basso) il giorno 8. Dopo il giorno 8, la probabilità di un risultato falso negativo ha iniziato ad aumentare di nuovo. Pertanto, il tasso di falsi negativi più basso era 8 giorni dopo l’esposizione e 3 giorni dopo l’insorgenza tipica dei sintomi. Gli autori hanno concluso che questo potrebbe essere il momento ottimale per il test se l’obiettivo è di ridurre al minimo i risultati falsi negativi. Hanno sottolineato che occorre prestare attenzione nell’interpretazione dei risultati del test RT-PCR per l’infezione da SARS-CoV-2, in particolare all’inizio nel corso dell’infezione. Se il sospetto clinico è elevato, l’infezione non deve essere esclusa solo sulla base dei risultati del test. I ricercatori hanno consigliato ai medici di considerare la tempistica del test nell’interpretazione dei risultati negativi, specialmente per i soggetti che probabilmente sono stati esposti e con sintomi coerenti con COVID-19. Hanno concluso che quando la probabilità di infezione pre-test è elevata, la probabilità post-test rimane elevata, anche con un risultato negativo del test. Inoltre, se il test viene eseguito immediatamente dopo l’esposizione, il risultato del test non fornisce ulteriori informazioni sulla probabilità di infezione. Gli autori hanno affermato che la ricerca in approcci di sensibilità più elevati è fondamentale.

Link allo studio: https://www.acpjournals.org/doi/10.7326/M20-1495

                                                                              

  2 giugno 2020

 Cosa possono dirci le fognature sulla diffusione di COVID-19

I ricercatori hanno scoperto che grandi quantità di RNA di SARS-CoV-2, il materiale genetico per COVID-19, sono escrete nelle feci. Trovare la firma virale di COVID-19 nelle fognature ha consentito agli scienziati di correlare la presenza e la quantità di virus con la diffusione e la gravità della malattia. L’analisi delle fognature può essere uno strumento per la sorveglianza della malattia e offre un modo più semplice per ottenere una prospettiva più ampia della pandemia senza dover prelevare campioni e testare ogni persona. In un articolo pubblicato su Smithsonian Magazine il 14 maggio 2020, Catherine J. Wu, giornalista scientifica di Boston e PhD in microbiologia e immunologia dell’Università di Harvard, parla della recente ricerca su come le acque reflue possano aiutare a tenere traccia della diffusione del virus COVID-19 e le possibili implicazioni per la salute della diffusione virale nelle feci, che poi entra nel sistema delle acque reflue.

Link all’articolo: https://www.smithsonianmag.com/science-nature/how-wastewater-could-help-track-spread-new-coronavirus-180974858/

                                                                                

  1° giugno 2020

 A New York City, la dimensione del nucleo familiare può essere un fattore determinante più importante del tasso di infezione da COVID-19 rispetto alla densità della popolazione

Negli Stati Uniti e anche nella stessa città, il numero di casi di COVID-19 confermati relativi alla dimensione della popolazione è variato notevolmente. È importante sapere quali fattori determinano questa variazione perché ciò comporta importanti implicazioni politiche su come contenere l’epidemia. Uno studio statistico (pubblicato nella prestampa di medRxiv il 20 maggio 2020; non ancora sottoposto a revisione tra pari) di questa variazione a New York City, ha utilizzato i dati disponibili per analizzare questi fattori in base al codice postale (CAP). Lo studio ha scoperto che quando prendeva in considerazione fattori importanti come la densità della popolazione, la dimensione media del nucleo familiare, la percentuale di popolazione al di sotto della linea della povertà e la percentuale di età superiore ai 65 anni, era una dimensione media della famiglia che si è rivelata la variabile più importante associata al tasso di casi confermati. La percentuale di popolazione superiore ai 65 anni e la popolazione sotto la linea della povertà erano indicatori aggiuntivi che influenzavano il tasso di incidenza dei casi. È interessante notare che, contrariamente alla convinzione comune, la densità della popolazione non ha avuto un impatto significativo sul tasso dei casi in un determinato CAP. Infatti, quando sono stati presi in considerazione gli altri fattori, lo studio ha scoperto che la densità della popolazione e l’incidenza di casi erano negativamente correlati. Tuttavia, lo studio ha utilizzato dati statistici del 2018 che non hanno tenuto conto di eventuali variazioni della popolazione durante l’epidemia. Inoltre, non era chiaro come le case di cura e i loro residenti siano stati classificati ai fini di questo studio, il che potrebbe avere influenzato i risultati dello studio.

Link allo studio: https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.05.25.20112797v1.full.pdf+html

                                                                             

  29 maggio 2020

L’articolo è stato ritirato il 4 giugno 2020.

Nessun beneficio di idrossiclorochina o clorochina in monoterapia o con macrolidi in un ampio studio di database retrospettivo multinazionale

Un ampio studio multinazionale che ha analizzato gli esiti ospedalieri per i pazienti con COVID-19 trattati con clorochina o idrossiclorochina in monoterapia o in combinazione con macrolidi è stato pubblicato sulla rivista Lancet il 22 maggio 2020. È stato analizzato un registro multinazionale comprendente dati di 671 ospedali in sei continenti. I dati includevano pazienti ricoverati tra il 20 dicembre 2019 e il 14 aprile 2020, con un risultato di laboratorio positivo di SARS-CoV-2. Il registro ha prodotto i dati di 96.032 pazienti per l’inclusione nello studio; 14.888 pazienti hanno ricevuto uno dei trattamenti di interesse entro 48 ore dalla diagnosi e 81.114 pazienti erano nel gruppo di controllo che non ha ricevuto clorochina o idrossiclorochina in monoterapia o in combinazione con macrolidi. Gli esiti non hanno prodotto alcuna evidenza a conferma del beneficio di idrossiclorochina o clorochina quando utilizzate in monoterapia o con un macrolide in termini di esiti ospedalieri per COVID-19. Lo studio ha dimostrato un’associazione di ciascuno di questi regimi farmacologici con una ridotta sopravvivenza ospedaliera e una maggiore frequenza delle aritmie ventricolari rispetto al gruppo di controllo. A causa del disegno retrospettivo dello studio osservazionale, la possibilità di fattori confondenti non misurati non può essere esclusa. Una di queste possibilità è che i medici curassero i pazienti più malati con i farmaci. Gli autori hanno concluso che “saranno necessarie sperimentazioni cliniche randomizzate prima di poter giungere a qualsiasi conclusione in merito ai benefici o ai danni di questi agenti nei pazienti con COVID-19”. Gli autori hanno inoltre dichiarato che “questi risultati suggeriscono che questi regimi farmacologici non devono essere utilizzati al di fuori delle sperimentazioni cliniche”.

Link allo studio: https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)31180-6/fulltext?rss=yes

                                                                           

  27 maggio 2020

 Studio autoptico dei polmoni di pazienti deceduti per COVID-19

Uno studio autoptico sui polmoni dei pazienti COVID-19 ha scoperto che il coronavirus che causa COVID-19 invade il rivestimento endoteliale dei vasi sanguigni, favorendo la formazione di coaguli di sangue. Lo studio pubblicato online su The New England Journal of Medicine il 21 maggio 2020, ha esaminato le caratteristiche morfologiche e molecolari dei polmoni ottenuti durante l’autopsia da pazienti deceduti per COVID-19 e ha effettuato un confronto con i polmoni di pazienti che erano deceduti per influenza e con i polmoni di controlli non infetti corrispondenti per età. I polmoni dei pazienti con COVID-19 hanno mostrato caratteristiche vascolari particolari e gravi lesioni endoteliali. L’analisi istologica dei vasi polmonari nei pazienti con COVID-19 ha mostrato una trombosi diffusa con microangiopatia. I microtrombi capillari alveolari erano 9 volte più prevalenti nei pazienti con COVID-19 rispetto ai pazienti con influenza. Inoltre, lo studio ha riscontrato che i polmoni di pazienti con COVID-19 presentavano una crescita significativa di nuovi vasi attraverso un meccanismo di angiogenesi per intussuscezione. Lo studio ha inoltre esaminato e riscontrato differenze significative nell’espressione dell’infiammazione e nei geni correlati all’angiogenesi nel tessuto polmonare dei pazienti deceduti per COVID-19 e per influenza A (H1N1).

Link allo studio: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2015432

                                                                     

  22 maggio 2020

 La durata di vita nell’aria delle goccioline disperse parlando e la loro potenziale importanza nella trasmissione di SARS-CoV-2

Uno studio pubblicato il 13 maggio 2020 su Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America (PNAS) ha dimostrato che il normale eloquio umano emette goccioline in grado di permanere nell’aria. I ricercatori hanno usato i laser per emettere un intenso fascio di luce per visualizzare le esplosioni di goccioline disperse parlando e prodotte quando i soggetti pronunciavano le parole “stay healthy” (stare in salute). Questo metodo di dispersione della luce fornisce una prova visiva dell’emissione di goccioline disperse parlando e ne valuta anche la durata di vita nell’aria. Questo metodo è particolarmente sensibile nella misurazione delle goccioline disperse parlando con diametro inferiore a 30 micrometri, che potrebbero rimanere nell’aria più a lungo rispetto alle goccioline più grandi che normalmente sono state oggetto di ricerca. Hanno stimato che 1 minuto di conversazione ad alta voce genera almeno 1000 nuclei di goccioline contenenti virioni che rimangono nell’aria per più di 8 minuti. Le goccioline disperse parlando e generate da portatori asintomatici sono sempre più considerate una probabile modalità di trasmissione della malattia. Questa visualizzazione diretta dimostra in che modo il normale eloquio genera goccioline disperse nell’aria che possono rimanere sospese per decine di minuti o più e sono particolarmente capaci di trasmettere la malattia in ambienti confinati. Tuttavia, va notato che questo studio non affronta la trasmissione effettiva di COVID-19.

Link allo studio: https://www.pnas.org/content/early/2020/05/12/2006874117

                                                                                                                                         

  21 maggio 2020

 Il consiglio dei CDC per la cura di una persona malata a casa

I Centers for Disease Control and Prevention (CDC) hanno recentemente pubblicato linee guida sulla cura di una persona con COVID-19 a casa o in un contesto non sanitario. Il consiglio riguarda la cura delle persone sintomatiche con COVID-19 e per le persone asintomatiche, ma risultate positive al test. Le raccomandazioni sono ampie e dettagliate. I CDC forniscono utili strategie su come soddisfare le esigenze di base di una persona malata. I CDC identificano anche i sintomi che possono richiedere l’attenzione medica d’urgenza. I CDC spiegano in che modo gli operatori sanitari possono proteggersi. Nel documento sono disponibili istruzioni su come limitare il contatto con la persona malata, come gestire i pasti e quando una persona malata o un assistente deve indossare coperture per il viso o usare guanti. Vengono forniti consigli sul lavarsi le mani, usare il bagno, pulire e disinfettare in casa e fare il bucato. I CDC forniscono anche indicazioni su come interrompere l’isolamento a casa.

Link alla guida CDC: https://www.cdc.gov/coronavirus/2019-ncov/if-you-are-sick/care-for-someone.html

                                                                    

  20 maggio 2020

 Comprendere l’immunità a SARS-CoV-2

Per comprendere meglio la risposta immunitaria dell’organismo a SARS-CoV-2, i ricercatori de La Jolla University hanno studiato la risposta immunitaria cellulare in un gruppo di 20 adulti guariti dal COVID-19. Nello studio pubblicato online su Cell il 14 maggio 2020, i ricercatori hanno scoperto che era presente una robusta risposta immunitaria cellulare al virus. I ricercatori hanno scelto di studiare le persone che avevano un corso della malattia da lieve a moderato che non richiedeva il ricovero per fornire un riferimento per quanto riguarda la normale risposta immunitaria. Il sistema immunitario ha riconosciuto il virus in molti modi con immunità umorale (anticorpi) e cellulare (cellule T). Ciò ha aiutato a dissipare i timori che il virus potrebbe eludere gli sforzi per creare un vaccino efficace. Hanno scoperto una robusta risposta delle cellule T non solo alla proteina “spike” ma anche ad altre proteine, teorizzando che potrebbe essere utile avere più epitopi in un candidato vaccino piuttosto che semplicemente la proteina “spike”. È interessante notare che hanno rilevato le cellule T CD4+ SARS-CoV-2−reattive nel ~40-60% dei soggetti non esposti (analisi dei campioni prelevati prima della pandemia attuale), suggerendo il riconoscimento a reazione incrociata delle cellule T tra la circolazione di coronavirus del ‘comune raffreddore’ e SARS-CoV-2 sebbene non sia noto se e in che misura questi possano essere protettivi.

Link allo studio: https://www.cell.com/cell/fulltext/S0092-8674(20)30610-3

                                                      

  19 maggio 2020

 COVID-19: La trasmissione spiegata

In un recente post sul blog, “The Risks-Know Them-Avoid Them” (I rischi: conoscerli per evitarli), Erin S. Bromage, Phd, professore associato di biologia presso la University of Massachusetts Dartmouth, spiega la scienza di una dose contagiosa, dove e come il virus si diffonde e quali ambienti sono i più rischiosi.  Il Dott. Bromage ha svolto un ottimo lavoro per tradurre i dati e i risultati in prosa che i non scienziati possono comprendere più facilmente. Ci auguriamo che una migliore comprensione del modo in cui si diffonde il virus COVID-19 aiuterà le persone a prendere decisioni su come evitare di contrarre il virus.

Link al post sul blog: https://www.erinbromage.com/post/the-risks-know-them-avoid-them

                                                              

  18 maggio 2020

 Vaccino per COVID-19 promettente usando il virus inattivato

I virus inattivati purificati sono stati tradizionalmente utilizzati nello sviluppo dei vaccini, fornendo vaccini sicuri ed efficaci per prevenire le malattie causate da virus come il poliovirus e il virus influenzale. In un documento pubblicato su Science il 6 maggio 2020, un gruppo di ricercatori in Cina ha riferito di un vaccino (PiCoVacc) per SARS-CoV-2 inattivato, purificato, che ha prodotto anticorpi neutralizzanti in topi, ratti e primati non umani. Gli anticorpi hanno dimostrato di neutralizzare 10 ceppi rappresentativi del virus. In seguito all’infezione da SARS-CoV-2, i macachi Rhesus (specie di primati non umani che presentano una malattia simile a COVID-19 causata da infezione da SARS-CoV-2) che hanno ricevuto una dose da 6 microgrammi, hanno mostrato una protezione completa. Il vaccino non ha provocato alcun effetto avverso osservabile o biochimico. In particolare, non vi è stata alcuna evidenza di un fenomeno noto come rafforzamento dell’infezione dipendente da anticorpi, che i precedenti rapporti avevano sollevato come timore.

Gli autori hanno affermato: “Questi risultati suggeriscono un percorso verso lo sviluppo clinico dei vaccini per SARS-CoV-2 per l’uso negli esseri umani”. Si prevede che le sperimentazioni cliniche con PiCoVacc inizieranno nel corso di quest’anno.

Link allo studio: https://science.sciencemag.org/content/early/2020/05/06/science.abc1932

                                                          

  15 maggio 2020

 Concentrazioni maggiori dell’enzima di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2) negli uomini

Gli uomini sono più vulnerabili a COVID-19 rispetto alle donne. Esiste una preponderanza degli uomini rispetto alle donne che risultano positivi a COVID-19. Un rapporto dall’Italia ha scoperto che il 70% dei pazienti deceduti per COVID-19 erano uomini.

Uno studio condotto su diverse migliaia di pazienti con insufficienza cardiaca in 11 Paesi europei ha riscontrato concentrazioni significativamente maggiori di enzima di conversione dell’angiotensina 2 (angiotensin-converting enzyme 2, ACE2) nel sangue degli uomini rispetto alle donne. ACE2 è un recettore sulla superficie delle cellule sane. Il coronavirus si lega a questo recettore, consentendo al virus di infettare le cellule sane. Il predittore più forte di concentrazioni elevate di ACE2 era il sesso maschile. Lo studio ha inoltre scoperto che i pazienti che ricevevano inibitori dell’ACE o bloccanti del recettore dell’angiotensina (angiotensin receptor blockers, ARB) non avevano concentrazioni plasmatiche maggiori di ACE2. Questa scoperta di concentrazioni più elevate di ACE2 può spiegare perché gli uomini siano più vulnerabili a COVID-19 rispetto alle donne. Lo studio è stato pubblicato online sull’European Heart Journal il 10 maggio 2020.

Link allo studio:https://academic.oup.com/eurheartj/article/41/19/1810/5834647

                                                 

  13 maggio 2020

 Sindrome infiammatoria pediatrica multisistemica potenzialmente associata a COVID-19

Il Boston Children’s Hospital ha pubblicato una breve panoramica di una sindrome pediatrica recentemente segnalata che potrebbe essere correlata a COVID-19. Nelle ultime settimane, sono pervenute dall’Europa e dagli Stati Uniti orientali segnalazioni di un piccolo numero di bambini gravemente malati affetti da una malattia infiammatoria multisistemica denominata sindrome infiammatoria pediatrica multisistemica (pediatric multisystem inflammatory syndrome, PMIS). Le segnalazioni sono ancora frammentate e le descrizioni dei sintomi variano, ma i pazienti sembrano presentare febbre, vari gradi di disfunzione d’organo e più marcatori di laboratorio di grave infiammazione. A volte la sindrome progredisce a uno shock significativo, che richiede farmaci vasoattivi e ventilazione meccanica.

Sembra esserci una connessione all’attuale pandemia COVID-19 in quanto un numero dei bambini colpiti presenta un test PCR positivo per SARS-CoV-2 e un numero simile di bambini negativi all’antigene presenta risultati positivi per il test anticorpale. Tuttavia, un numero significativo di casi non presenta nessuno dei due. La connessione resta poco chiara.

La sindrome ha anche qualche relazione con la malattia di Kawasaki, con alcuni bambini che soddisfano tutti o alcuni criteri per la malattia di Kawasaki. Tuttavia, sebbene la miocardite sia comune nei bambini con PMIS, il coinvolgimento dell’arteria coronaria (compresi gli aneurismi delle arterie coronarie), un segno distintivo della malattia Kawasaki, non sembra essere segnalato.

Sebbene rari, i casi sono abbastanza gravi e sembrano rispondere a trattamenti come anticoagulanti, immunoglobulina EV, blocco dell’IL-1 o IL-6 e corticosteroidi. I medici devono prestare attenzione a queste manifestazioni e rinviare i bambini potenzialmente interessati a un centro specializzato.

Link al riepilogo: https://discoveries.childrenshospital.org/covid-19-inflammatory-syndrome-children/

                                                     

  12 maggio 2020

 La variabilità genetica può incidere sulla suscettibilità a COVID-19

L’analisi delle variazioni genetiche note all’interno del sistema immunitario umano suggerisce che esistono differenze che potrebbero influenzare la capacità di rispondere all’infezione da SARS-CoV-2. La variabilità immunitaria può spiegare perché alcuni soggetti presentano sintomi gravi, mentre altri presentano solo sintomi lievi o sono asintomatici.

Le proteine HLA si legano ai peptidi estranei all’organismo, marcando il peptide estraneo e attivando il sistema immunitario per uccidere la cellula infetta. Maggiore è il numero di peptidi che un virus può rilevare dal sistema HLA, più forte è la risposta immunitaria. Alcune proteine HLA possono essere meglio adattate a SARS-CoV-2 e quindi rappresentano un fattore per l’efficacia con cui il sistema immunitario può combattere il virus.

I ricercatori hanno analizzato il sistema dell’antigene leucocitario umano (human leukocyte antigen, HLA) per determinare quali alleli HLA si legassero più efficacemente ai peptidi del coronavirus. Il documento è pubblicato online sul Journal of Virology come manoscritto accettato. Gli autori hanno usato un modello informatico con un database noto delle proteine che compongono SARS-CoV-2 e poi hanno utilizzato algoritmi per prevedere il grado di legame tra i diversi HLA e queste proteine del coronavirus. Dei 145 diversi alleli HLA, i ricercatori hanno identificato i 3 migliori (A*02:02, B*15:03, C*12:03) e i 3 peggiori (A*25:01, B*46:01, C*01:02) alla presentazione dell’antigene virale. Il modello ha previsto che un allele HLA, B*46:01 era particolarmente negativo nel presentare l’antigene sia di SARS-CoV-2 che di SARS-CoV. I risultati sono stati quindi confrontati con quelli degli studi precedenti. Il confronto ha rivelato che le persone con questo allele (B*46:01) tendevano ad avere infezioni SARS più gravi e carichi virali più elevati. I risultati possono aiutare a spiegare l’ampia disparità nelle presentazioni cliniche di COVID-19, identificare individui ad alto rischio e dare priorità a tali individui per la vaccinazione.

Link allo studio: https://jvi.asm.org/content/early/2020/04/16/JVI.00510-20

                                               

  11 maggio 2020

 Una combinazione di farmaci antivirali migliora l’esito nei pazienti COVID-19

Uno studio pubblicato online l’8 maggio 2020 su The Lancet, ha arruolato 124 pazienti ricoverati a Hong Kong con un tampone nasofaringeo al basale positivo per SARS-CoV-2. Lo studio multicentrico, randomizzato (2:1), in aperto, ha confrontato la combinazione di lopinavir e ritonavir, ribavirina e tre dosi da 8 milioni di unità internazionali di interferone beta-1b con un gruppo di controllo che ha ricevuto solo lopinavir e ritonavir. Il tempo mediano dall’insorgenza dei sintomi all’arruolamento nello studio era di 5 giorni. L’endpoint primario dello studio era il tempo a un tampone nasofaringeo negativo per il virus SARS-CoV-2 mediante trascrizione inversa della PCR. Il gruppo di combinazione aveva un tempo mediano significativamente inferiore dall’inizio del trattamento dello studio al tampone nasofaringeo negativo (7 giorni) rispetto al gruppo di controllo (12 giorni; p = 0,001). Vi è stato anche un significativo miglioramento dei sintomi e della riduzione della durata del ricovero ospedaliero. Gli eventi avversi non erano diversi tra i 2 gruppi e generalmente erano lievi e autolimitanti. Pochissimi pazienti hanno richiesto assistenza in UTI e solo 1 paziente (gruppo di controllo) ha richiesto l’intubazione e il supporto ventilatorio. Non ci sono stati decessi. Questo studio ha scoperto che il trattamento con una combinazione di terapie antivirali è stato efficace nell’abbreviare la durata della diffusione del virus nei pazienti con COVID-19 da lieve a moderata. Gli autori hanno discusso il beneficio di rendere i carichi virali negativi, riducendo così l’infettività del paziente. Hanno raccomandato un successivo studio controllato con placebo per stabilire l’efficacia e la sicurezza di questa terapia combinata.

Link allo studio:  https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)31042-4/fulltext

                                               

  8 maggio 2020

 SARS-CoV-2 si stava già diffondendo in Francia a fine dicembre 2019

Il test RT-PCR su un campione conservato di espettorato di un paziente ricoverato in Francia a fine dicembre con sindrome respiratoria acuta grave è risultato positivo per il coronavirus. Questo risultato ha rivelato che l’epidemia in Francia sia iniziata molto prima di quanto ritenuto inizialmente. Questo risultato è stato pubblicato online sull’International Journal of Antimicrobial Agents il 3 maggio 2020. I ricercatori hanno esaminato le cartelle cliniche di tutti i pazienti ricoverati in UTI con malattia simil-influenzale tra il 2 dicembre 2019 e il 16 gennaio 2020 (n = 124). Hanno escluso i pazienti con un test PCR positivo per altri virus respiratori e hanno escluso i pazienti con cartelle cliniche non tipiche di COVID. Sono stati analizzati i campioni nasofaringei dei restanti 12 pazienti. Un campione è risultato positivo per COVID-19. Il campione positivo apparteneva a un immigrante algerino di 42 anni senza precedenti di viaggio o collegamenti alla Cina. Il 27 dicembre 2019 si è presentato al Pronto soccorso con emottisi, tosse, dolore toracico, cefalea e febbre, in evoluzione per 4 giorni. È importante notare che uno dei suoi figli aveva una malattia simil-influenzale prima dell’insorgenza dei sintomi. Il documento include l’anamnesi medica, la presentazione clinica, i risultati di laboratorio, i risultati radiologici e il decorso clinico della malattia. I ricercatori hanno concluso che la malattia si stava già diffondendo tra la popolazione francese alla fine di dicembre 2019.

Link allo studio: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0924857920301643

                                           

  7 maggio 2020

 Studio epidemiologico della trasmissione di SARS-CoV-2 nei contatti stretti

Uno studio epidemiologico di COVID-19 in 391 casi e 1286 dei loro contatti stretti a Shenzhen, Cina pubblicato su The Lancet, fornisce informazioni sulla storia naturale e sulla trasmissibilità del virus SARS-CoV-2. Usando un set di dati primario ampio, i ricercatori sono stati in grado di fare luce sui tempi di incubazione, i tempi di recupero e la trasmissibilità del virus. È interessante notare che il tasso di attacco secondario nei contatti stretti è in media intorno al 7%. La trasmissione tra contatti molto stretti, come le persone conviventi, era inferiore a uno su sei contatti (ovvero, tasso di attacco secondario dell’11-15%).

Lo studio ha evidenziato il risultato che i bambini avevano la stessa probabilità di infettarsi degli adulti. Sebbene i bambini spesso non si ammalino, non devono essere sottovalutati come fonte di trasmissione significativa. Lo studio ha inoltre dimostrato il valore della sorveglianza basata sui contatti nel ridurre la diffusione del virus SARS-CoV-2 nella comunità.

Link allo studio: https://www.thelancet.com/pdfs/journals/laninf/PIIS1473-3099(20)30287-5.pdf

                                           

  6 maggio 2020

 Gli inibitori dell’ACE o gli ARB peggiorano l’esito di COVID-19?

Il timore che gli inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina (angiotensin-converting enzyme, ACE) o i bloccanti del recettore dell’angiotensina (angiotensin receptor blockers, ARB) peggiorino gli esiti nei pazienti con COVID-19 ha condotto a molte ricerche relative a questa domanda. Il coronavirus che causa COVID-19 infetta le cellule polmonari legandosi alla forma legata alla membrana dell’enzima di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2). Questa consapevolezza ha condotto alla speculazione che questi farmaci potrebbero essere dannosi nei pazienti con COVID-19. Un editoriale di The New England Journal of Medicine del 1° maggio 2020 discute i risultati di tre recenti studi di database che non hanno riscontrato esiti avversi nei pazienti che assumono inibitori dell’ACE o ARB.

Link all’editoriale: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMe2012924

                                             

  5 maggio 2020

 Ictus dei grandi vasi nei pazienti giovani e di mezza età con COVID-19 

Il New England Journal of Medicine ha riferito il 28 aprile 2020 di cinque casi di ictus dei grandi vasi in pazienti di età pari o inferiore a 50 anni affetti da COVID-19. La più giovane era una donna di 33 anni. Il rapporto comprendeva tutti i pazienti con ictus di età inferiore a 50 anni presso il sistema sanitario del Mount Sinai di New York City durante un periodo di due settimane tra fine marzo e inizio aprile. Il tasso era quasi sette volte il numero di pazienti con ictus in tale fascia di età durante un periodo medio di due settimane nell’anno precedente e indica una correlazione molto forte con COVID-19.

Link all’articolo: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMc2009787

         


  4 maggio 2020

 COVID-19, una malattia del sistema colinergico nicotinico?

In Cina, si stima che la prevalenza del tabagismo sia del 31,3%, ma i dati dell’analisi delle serie di casi in Cina rivelano che solo il 6,5% dei pazienti ricoverati con COVID-19 erano fumatori. È interessante notare che questo risultato suggerisce che vi sono effetti potenzialmente benefici della nicotina. Un editoriale pubblicato su Toxicology Reports, disponibile online il 30 aprile 2020, discute la relazione tra i sistemi colinergici e immunitari e in che modo la nicotina possa influenzare le dinamiche e potenzialmente essere un trattamento per COVID-19.  

                     

  30 aprile 2020

 Ipossiemia senza dispnea, nuovo fenomeno descritto in pazienti COVID-19

L’ipossia allarmante senza il sintomo previsto della dispnea è stata discussa in un articolo online scritto da Jennifer Couzin-Frankel il 28 aprile 2020 su Science news. Nell’articolo ha riferito su questo fenomeno, sulle ricerche in corso e sul pensiero riguardo alla sua causa e al suo trattamento. L’autrice ha attirato l’attenzione su uno studio piccolo ma interessante condotto in Brasile da Elnara Marcia Negri e colleghi (vedere link riportato di seguito alla prestampa medrxiv pubblicata il 20 aprile 2020). Questo studio consisteva in una serie di 27 pazienti consecutivi con insufficienza respiratoria dovuta a COVID-19 trattati con eparina e che avevano un tasso migliore di esiti positivi rispetto a quanto segnalato altrove. La Dott.ssa Negri, pneumologa, ha proposto che la coagulazione intravascolare disseminata (CID) o i microemboli nei vasi sanguigni di piccolo calibro nei polmoni causino un alterato rapporto di perfusione, o smistamento, causando ipossiemia. La compliance polmonare sembra essere preservata e i pazienti sono in grado di espellere l’anidride carbonica. La capacità respiratoria è influenzata dai livelli di anidride carbonica nel flusso sanguigno, non dai livelli di ossigeno. Questo spiega perché questi pazienti non presentano affanno con i soli bassi livelli di ossigeno.

 Link all’articolo di Sciencehttps://www.sciencemag.org/news/2020/04/why-don-t-some-coronavirus-patients-sense-their-alarmingly-low-oxygen-levels

                      

  29 aprile 2020

 La Yale University School of Public Health scopre che i campioni di saliva sono una promettente alternativa al tampone nasofaringeo

La Yale University School of Public Health ha condotto uno studio che ha confrontato i campioni saliva e nasofaringei in 44 pazienti ricoverati con COVID-19 e 98 operatori sanitari con esposizione occupazionale ai pazienti COVID-19. Lo studio è stato segnalato da Michael Greenwood il 24 aprile 2020 su Yale News. Sebbene lo studio fosse piccolo e limitato, è stato molto promettente circa l’uso di campioni di saliva al posto dello standard attuale di utilizzo dei tamponi nasofaringei.Lo studio ha rilevato che la saliva ha prodotto una maggiore sensibilità di rilevazione e coerenza durante tutto il corso dell’infezione rispetto ai campioni nasofaringei associati ai pazienti. Si è verificata anche una minore variabilità nella raccolta di autocampionamento. Ciò può rappresentare un grande cambiamento nei test per COVID-19. Il test della saliva non è invasivo, non si basa sui tamponi nasofaringei e può essere facilmente autosomministrato e quindi annulla i rischi, gli ostacoli e l’uso di risorse come tamponi e dispositivi di protezione individuale (DPI) che il contatto diretto con il paziente e le pratiche di test attuali utilizzano. Lo studio non è stato soggetto a revisione tra pari. I risultati della ricerca sono attualmente disponibili sul server prestampa medRxiv.

 Link allo studio: https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.04.16.20067835v1.full.pdf+html

 Link al comunicato stampa: https://news.yale.edu/2020/04/24/saliva-samples-preferable-deep-nasal-swabs-testing-covid-19

  28 aprile 2020

 L’OMS pubblica una guida sui “passaporti d’immunità”

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato un breve avvertimento (24 aprile 2020) che non vi è alcuna evidenza che la presenza di anticorpi contro il virus SARS-CoV-2 protegga dalla reinfezione e dallo sviluppo della malattia COVID-19. L’OMS avverte i governi contro l’uso di test anticorpali per guidarli circa il rilassamento delle misure sociali e l’emissione di “passaporti d’immunità” o “certificati di esenzione dal rischio” che consentono alle persone di presumere di essere protette contro la reinfezione. Non vi sono garanzie che i soggetti che abbiano contratto COVID-19, o che siano risultati positivi per gli anticorpi, possano tornare al lavoro o viaggiare senza rischi. “A questo punto nella pandemia, non vi è sufficiente evidenza sull’efficacia dell’immunità mediata dagli anticorpi per garantire l’accuratezza di un ‘passaporto d’immunità’ o ‘certificato di esenzione dal rischio’” ha dichiarato l’OMS.

L’OMS ha inoltre sottolineato che gli esami di laboratorio che rilevano gli anticorpi contro SARS-CoV-2 nelle persone, inclusi i test rapidi immunodiagnostici, necessitano di ulteriore convalida per determinare la loro accuratezza e affidabilità. I test immunodiagnostici possono classificare erroneamente le persone in due modi. Il primo è che possono falsamente etichettare le persone che sono state infettate come negative (falso negativo) e il secondo è che le persone non infette possono essere erroneamente etichettate come positive (falso positivo). Per ogni test anticorpale dovrà avere essere determinata la relativa accuratezza (tassi di falsi negativi e falsi positivi). Entrambi gli errori hanno conseguenze gravi e influiranno sugli sforzi di controllo.

 Link all’annuncio dell’OMS: https://www.who.int/news-room/commentaries/detail/immunity-passports-in-the-context-of-covid-19
                 

  27 aprile 2020

 Caratteristiche dei pazienti ricoverati con COVID-19

Un’ampia serie di casi di 5700 pazienti sequenziali ricoverati negli ospedali di New York City tra il 1° marzo e il 4 aprile 2020 con COVID-19 confermata sono stati pubblicati su JAMA Network online il 22 aprile 2020. Lo studio fornisce una descrizione completa delle caratteristiche alla presentazione, delle comorbilità e degli esiti. L’aspetto più evidente è che molti pazienti avevano anche altri problemi medici come ipertensione arteriosa (57%), obesità (42%) e diabete (34%). Al triage, solo il 31% aveva febbre. Lo studio si è concentrato su 2.643 pazienti dimessi (2090) o deceduti (553) durante il periodo dello studio. In questo gruppo di pazienti che hanno ottenuto questi esiti, 320 avevano ricevuto ventilazione meccanica, dei quali l’88% è deceduto; tra quelli di età superiore ai 65 anni che hanno ricevuto ventilazione meccanica il 97% è deceduto. Va notato che 3066 pazienti erano ancora ricoverati al momento della raccolta dei dati sull’esito e ciò include certamente una serie di pazienti di età superiore ai 65 anni che hanno richiesto ventilazione meccanica ed erano sopravvissuti fino a quel momento.

 Link allo studio: https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2765184

  24 aprile 2020

 Ulteriori dati sugli antimalarici per COVID-19

L’entusiasmo iniziale e l’abbraccio precoce dell’idrossiclorochina sono stati temperati da timori sull’efficacia e sui potenziali effetti avversi. Diversi studi e rapporti recenti sono riassunti (e menzionati di seguito) in un articolo di revisione online del 21 aprile su Science (1), che evidenzia le ragioni di questi timori:

Un’analisi retrospettiva (2) pubblicata il 21 aprile su 368 veterani ricoverati trattati con idrossiclorochina (hydroxychloroquine, HCQ), HCQ + azitromicina (AZ), o senza HCQ, non ha mostrato alcun beneficio in termini di riduzione della mortalità o della necessità di ventilazione meccanica nei gruppi che ricevevano HCQ in monoterapia o in combinazione con AZ. I tassi di mortalità nei gruppi HCQ, HCQ + AZ e senza HCQ erano rispettivamente del 27,8%, 22,1% e 11,4%. Il gruppo che ha ricevuto solo HCQ ha avuto un aumento della mortalità per qualsiasi causa.

Una pubblicazione di Mayo Clinic Proceedings del 7 aprile (3) ha discusso il meccanismo del prolungamento dell’intervallo QTc di clorochina e idrossiclorochina e ha fornito indicazioni sul relativo monitoraggio e sull’evitare questa complicanza potenzialmente letale. Il documento descrive la farmacologia della clorochina e dell’idrossiclorochina, sottolineando che entrambi i farmaci bloccano il canale del potassio HERG/Kv11.1 codificato dal gene KCNH2, che può prolungare l’intervallo QTc, aumentando il rischio di aritmie pericolose (ad es.: torsione di punta) e morte cardiaca improvvisa. Gli autori elencano i fattori di rischio e raccomandano lo screening per questi prima del trattamento, correggendo i fattori di rischio modificabili e monitorando il prolungamento dell’intervallo QTc durante il trattamento.

Uno studio della New York University School of Medicine (4) ha esaminato la variazione dell’intervallo QT in 84 pazienti adulti con infezione da SARS-CoV-2 trattati con idrossiclorochina + azitromicina. Nel 30% dei pazienti, l’intervallo QTc è aumentato di > 40 ms Nell’11% dei pazienti, l’intervallo QTc è aumentato a > 500 ms, il che rappresenta un alto rischio di aritmia.

In Brasile, una sperimentazione clinica randomizzata in cieco (5) di clorochina ad alto e basso dosaggio (somministrata con ceftriaxone e azitromicina) in soggetti ricoverati in ospedale per COVID-19 è stata interrotta precocemente dopo l’arruolamento di appena 81 pazienti, quando gli sperimentatori hanno riscontrato più decessi nel gruppo che riceveva la più alta tra le due dosi.

 

 Bibliografia

 1. Servick K: Antimalarials widely used against COVID-19 heighten risk of cardiac arrest. How can doctors minimize the danger? Science 21 aprile 2020. https://www.sciencemag.org/news/2020/04/antimalarials-widely-used-against-covid-19-heighten-risk-cardiac-arrest-how-can-doctors

 2. Magagnoli J, Siddharth N, Pereira F, et al: Outcomes of hydroxychloroquine usage in United States veterans hospitalized with Covid-19. 23 aprile 2020 PRESTAMPA medRxiv disponibile su https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.04.16.20065920v2. doi: https://doi.org/10.1101/2020.04.16.20065920

3. Giudicessi JR, Noseworthy PA, Friedman PA, et al: Urgent guidance for navigating and circumventing the QTc-prolonging and torsadogenic potential of possible pharmacotherapies for coronavirus disease 19 (COVID-19). Mayo Clin Proc 7 aprile 2020 doi: 10.1016/j.mayocp.2020.03.024 [Pubblicazione online prima della stampa]

 4. Chorin E, Dai M, Schulman E, et al: The QT interval in patients with SARS-CoV-2 infection treated with hydroxychloroquine/azithromycin. 3 aprile 2020 PRESTAMPA medRxiv disponibile su https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.04.02.20047050v1. doi: https://doi.org/10.1101/2020.04.02.20047050

 5. Silva Borba MG, de Almeida Val F, Sampaio VS, et al: Chloroquine diphosphate in two different dosages as adjunctive therapy of hospitalized patients with severe respiratory syndrome in the context of coronavirus (SARS-CoV-2) infection: Preliminary safety results of a randomized, double-blinded, phase IIb clinical trial (CloroCovid-19 Study). 16 aprile 2020 PRESTAMPA medRxiv disponibile su https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.04.07.20056424v2  doi: https://doi.org/10.1101/2020.04.07.20056424

       


  23 aprile 2020

 Proposto piano d’azione nazionale per il test COVID-19

La Fondazione Rockefeller ha fornito un piano completo (in data 21/4/2020, vedere link riportato di seguito) per riaprire i luoghi di lavoro e le comunità sulla base dei test per COVID-19 e lo stretto follow-up dei risultati positivi al test. L’obiettivo del piano è di costruire un programma nazionale guidato dallo stato di test COVID-19 che supporti la riapertura dell’economia attraverso gli obiettivi di monitoraggio della forza lavoro, il rilevamento precoce delle epidemie ricorrenti e test diagnostici e domiciliari. Il piano ha 3 componenti principali:

  • Espandere drasticamente i test COVID-19 dall’attuale milione di test a settimana a 3 milioni a settimana nelle prossime 8 settimane e successivamente a 30 milioni di test a settimana nei prossimi 6 mesi. Ciò richiederà investimenti e rafforzamento della capacità di test presso i laboratori nazionali, universitari e migliaia di piccoli laboratori locali in tutto il Paese.
  • Formare e lanciare un esercito di operatori sanitari per somministrare i test e per effettuare il tracciamento dei contatti per quelli con test positivi. Suggeriscono che questo sia organizzato intorno ai dipartimenti di sanità pubblica statali. Propongono di assumere da 100.000 a 300.000 lavoratori che dovranno essere supportati da reti informatiche collegate a molte cartelle cliniche elettroniche.
  • Integrare ed espandere piattaforme dati federali, statali e private per facilitare l’analisi in tempo reale e il tracciamento della malattia. Ciò identificherà le epidemie ricorrenti di COVID-19 e i picchi diretti nei volumi dei test e nel follow-up.

Questo white paper fornito dalla Fondazione Rockefeller ha molte buone idee e merita di essere letto. Il piano imponente richiederà l’integrazione di molte piattaforme disperse di dati informatici. Tutto ciò dovrà bilanciare la privacy con la necessità di controllo delle infezioni.

Link al piano: https://www.rockefellerfoundation.org/wp-content/uploads/2020/04/TheRockefellerFoundation_WhitePaper_Covid19_4_21_2020.pdf


  22 aprile 2020

 Evidenziare l’importanza dei disturbi della coagulazione nel COVID-19

Le complicanze trombotiche sono un problema emergente nei pazienti con COVID-19. È importante essere consapevoli delle notevoli complicanze che derivano dalla e contribuiscono alla morbilità e alla mortalità della malattia. La disregolazione della cascata della coagulazione da parte dell’infezione crea uno stato protrombotico. Ciò può causare coagulazione intravascolare disseminata, tromboembolia, emorragia, o la formazione di coaguli evidente. Un documento pubblicato online (vedere link riportato di seguito) per il Journal of Clinical Virology (giugno 2020), evidenzia l’importanza dei disturbi della coagulazione in pazienti con COVID-19 e rivede le esperienze passate con la sindrome respiratoria acuta grave da coronavirus 1 (Sars-CoV-1) e il coronavirus della sindrome respiratoria mediorientale (MERS-CoV).

Link allo studio: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1386653220301049

   

  21 aprile 2020

 28.000 decessi mancanti: tracciare i numeri effettivi della crisi coronavirus

Una revisione dei dati sulla mortalità in 11 Paesi che ha dimostrato che in questi Paesi sono decedute molte più persone rispetto agli anni precedenti è stata riportata da Jin Wu e Allison McCann sul New York Times il 21 aprile 2020. Hanno stimato l’eccesso di mortalità per ciascun Paese confrontando il numero di persone decedute per qualsiasi causa quest’anno con la media storica nello stesso periodo. Il risultato è stato che almeno 28.000 persone in più sono decedute durante la pandemia da coronavirus nel corso dell’ultimo mese rispetto al rapporto ufficiale sulla conta dei decessi per COVID-19. Poiché la maggior parte dei Paesi segnala solo i decessi COVID-19 che si verificano negli ospedali, vi sono molti decessi COVID-19 non segnalati. I 28.000 decessi in più riscontrati in questo studio includono i decessi per COVID-19 e quelli per altre cause, probabilmente compresi i soggetti con altri disturbi che non erano stati trattati perché gli ospedali erano pieni. Questo articolo suggerisce che il numero complessivo globale di decessi per COVID-19 sarà molto più alto rispetto ai rapporti sui decessi dovuti a COVID-19 confermata mediante test. Per una presentazione grafica ragguardevole di queste tendenze in ogni Paese, utilizzare il seguente link all’articolo.

Link all’articolo: https://www.nytimes.com/interactive/2020/04/21/world/coronavirus-missing-deaths.html?smid=em-share

 

  20 aprile 2020

 Il 60% dei marinai che sono risultati positivi è asintomatico

Una storia segnalata da Idress Ali e Phil Stewart di Reuters il 16 aprile 2020 rivela un indizio sulla pandemia. Sebbene sia noto che i pazienti possono essere infetti ed essere asintomatici, con rischio di trasmissione, l’entità dell’infezione asintomatica è sconosciuta e può essere sottovalutata. I test della Marina Militare sull’intero equipaggio di 4.800 membri della portaerei Theodore Roosevelt sono stati completati al 94%. Degli oltre 600 marinai risultati positivi, il 60% era asintomatico. Questa cifra è stata presentata ai giornalisti in una telefonata con il vice ammiraglio Phillip Sawyer, vice capo delle operazioni navali al centro degli sforzi contro il coronavirus della Marina, e commentata in un’intervista televisiva dal Segretario della Difesa Mark Esper. L’articolo commenta che la cifra è superiore all’intervallo del 25-50% offerto dal Dott. Anthony Fauci il 5 aprile. I risultati sono di notevole interesse e forniscono indicazioni sulla possibile portata dell’infezione asintomatica.

Link all’articolo: https://taskandpurpose.com/news/uss-theodore-roosevelt-sailors-coronavirus-asymptomatic

 


   17 aprile 2020

 Modello di assegnazione del punteggio predice il rischio di progressione di COVID-19

I ricercatori cinesi hanno sviluppato un modello a quattro fattori basato su comorbilità, età, conta linfocitaria e livello di lattato deidrogenasi (lactate dehydrogenase, LDH) che prevedeva quali pazienti avrebbero progredito o meno con infezioni confermate da COVID-19. Il modello mira ad aiutare i medici a identificare la strategia terapeutica ottimale per un particolare paziente. Il modello di rischio è stato sviluppato dal Dott. Enqiang Qin e colleghi e pubblicato online sul diario Clinical Infectious Diseases il 9 aprile 2020.

I dati di 208 pazienti consecutivi sono stati raccolti retrospettivamente e analizzati usando una multivariata con regressione di COX che ha identificato quattro fattori alla presentazione: comorbilità, età > 60 anni, bassa conta linfocitaria e livello elevato di LDH, associati in modo indipendente alla progressione della malattia COVID-19. In base a questi fattori, è stato sviluppato un modello di punteggio per classificare le persone in una di tre categorie:

  • Basso rischio con una probabilità di progressione del 10%
  • Rischio intermedio con un rischio di progressione dal 10 al 40%
  • Alto rischio con > 50 % di probabilità di progressione

Questo modello dovrà essere convalidato in studi prospettici per confermare la capacità di questi fattori di rischio di prevedere la progressione di COVID-19.

Link allo studio: https://academic.oup.com/cid/article/doi/10.1093/cid/ciaa414/5818317


 

  16 aprile 2020

 Serosurvey dei NIH è alla ricerca di volontari

Per ottenere un quadro più chiaro della portata della pandemia da COVID-19 negli Stati Uniti, gli istituti nazionali per la sanità (National Institutes for Health, NIH) stanno arruolando fino a 10.000 volontari. I soggetti con anamnesi confermata di COVID-19 o sintomi attuali di COVID-19 non sono idonei a partecipare. “Questo studio…ci indicherà quante persone in comunità diverse sono state infettate senza saperlo, perché avevano una malattia molto lieve e non documentata o non hanno avuto accesso ai test mentre erano malate”, ha affermato Anthony S. Fauci, MD, Direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID). I ricercatori raccoglieranno e analizzeranno i campioni di sangue per gli anticorpi contro la proteina S Sars-CoV-2. I risultati aiuteranno a spiegare la misura in cui il virus si è diffuso in modo non rilevato nella popolazione. Ai partecipanti saranno spediti kit per il prelievo di sangue a casa e saranno fornite loro istruzioni dettagliate sul prelievo di un microcampione di sangue e su come rispedirlo per l’analisi. Le persone interessate a partecipare allo studio devono contattare: clinicalstudiesunit@nih.gov

Link al comunicato stampa: https://www.nih.gov/news-events/news-releases/nih-begins-study-quantify-undetected-cases-coronavirus-infection

 


 

 

 14 aprile 2020

 Perché i tassi di decesso del coronavirus non possono essere riassunti in un unico numero

Johnathan Fuller, MD, PHD, fornisce un articolo chiaro in cui spiega la prospettiva più ampia sulle statistiche COVID-19 in continua evoluzione. Il 10 aprile 2020, in un articolo della rivista online, The Conversation, il Dott. Fuller spiega perché le statistiche e i modelli differiscono. La sua erudizione fornisce al lettore un quadro e una prospettiva per aiutare a interpretare il grande volume di informazioni epidemiologiche riportate sulla pandemia COVID-19. Prendere le decisioni migliori sulla politica sanitaria pubblica e sui singoli casi richiede una comprensione più approfondita dei modelli rispetto ai soli numeri.

Link all’articolo: Why coronavirus death rates cant be summed up in one simple number

 


 

10 aprile 2020

 Le app per smartphone possono aiutare a combattere le pandemie?

 Un articolo interessante è stato pubblicato il 9 aprile 2020 dal Dott. Francis Collins, Direttore del National Institutes of Health (NIH). Sul blog del Direttore del NIH, discute dell’opportunità di utilizzare gli smartphone per il tracciamento e la notifica dei contatti nella lotta alla pandemia COVID-19. I metodi tradizionali che coinvolgono team di operatori sanitari pubblici che parlano con le persone tramite telefono o in riunioni faccia a faccia richiedono molto tempo. Il tempo perso consente all’infezione di diffondersi più diffusamente perché c’è un ritardo nel trovare e informare le persone esposte al virus. Sfruttando la tecnologia Bluetooth wireless degli smartphone, il tracciamento digitale può migliorare le possibilità di mantenere il COVID-19 sotto controllo. In Cina, la ricerca ha dimostrato una correlazione tra l’uso delle app di tracciamento dei contatti e ciò che sembra essere una soppressione sostenuta dell’infezione da COVID-19. Il Dott. Collins affronta importanti questioni etiche, legali e sociali.

Link al post sul blog: https://directorsblog.nih.gov/author/collinsfs/


9 aprile 2020

Il COVID-19 può colpire il cuore e presentare sintomi cardiovascolari. Quattro casi molto interessanti

I pazienti con COVID-19 spesso presentano sintomi respiratori che possono progredire verso la polmonite e in casi gravi sindrome da distress respiratorio acuto (SDRA) e shock. Ora è evidente che l’infezione da COVID-19 può colpire il cuore. La dispnea è un sintomo comune che presenta sia il coinvolgimento polmonare che il coinvolgimento cardiaco e la discriminazione tra eziologia cardiaca e respiratoria può essere difficile. È fondamentale riconoscere quando il coinvolgimento cardiaco e polmonare coesistono e vi sono varie presentazioni cardiovascolari di infezione da COVID-19. Il documento pubblicato online su Circulation il 3 aprile discute quattro casi che illustrano questo punto. 

Link allo studio: https://www.ahajournals.org/doi/pdf/10.1161/CIRCULATIONAHA.120.047164

 


9 aprile 2020

Un nuovo farmaco antivirale in fase di sperimentazione clinica offre una speranza per il trattamento di COVID-19

Un nuovo farmaco che prende il nome di EIDD-2801 si dimostra promettente nel trattamento dei danni polmonari causati dal nuovo coronavirus Sars-CoV-2.  EIDD-2801, un analogo ribonucleosidico con attività antivirale sulla RNA polimerasi RNA-dipendente, è stato sviluppato dai ricercatori dell’UNC-Chapel Hill Gillings School of Global Public Health. I risultati del recentissimo studio sono stati pubblicati il 6 aprile 2020 online sulla rivista Science Translational Medicine. Lo studio pubblicato ha scoperto che EIDD-2801 può proteggere le colture di cellule polmonari umane infettate da SARS-Cov-2. Il farmaco sembra anche efficace nel trattamento di altre gravi infezioni da coronavirus. Gli esperimenti sui topi hanno scoperto che quando EIDD-2801 viene somministrato da 12 a 24 ore dall’insorgenza dell’infezione da virus correlati a COVID-19, i danni polmonari e la perdita di peso sono significativamente ridotti. Un ulteriore vantaggio è che il farmaco può essere somministrato per via orale rispetto ad altri trattamenti che devono essere somministrati per via endovenosa. La facilità di trattamento offre il potenziale di trattare pazienti meno gravemente malati o per la profilassi.

Link allo studio: https://stm.sciencemag.org/content/early/2020/04/03/scitranslmed.abb5883


8 aprile 2020

La ricerca dimostra che un vaccino candidato per COVID-19 si dimostra promettente

Notizie interessanti da una storia pubblicata su ScienceDaily

Gli scienziati della University of Pittsburgh School of Medicine hanno annunciato un possibile vaccino contro COVID-19. Il vaccino, quando testato sui topi, ha prodotto anticorpi specifici per Sars-CoV-2 in quantità sufficienti per neutralizzare il virus. Il documento che illustra dettagliatamente la ricerca è apparso il 2 aprile 2020 su EBioMedicine, pubblicazione di Lancet. Utilizzando i lavori preliminari svolti durante le epidemie di coronavirus precedenti, il vaccino mira alla proteina “spike” del coronavirus. Il vaccino viene prodotto utilizzando pezzi di proteine virali prodotte in laboratorio per sviluppare l’immunità. È lo stesso modo in cui funzionano gli attuali vaccini antinfluenzali. I ricercatori utilizzano un nuovo approccio per somministrare il farmaco, chiamato serie di microaghi, per aumentarne la potenza. L’autore co-senior dello studio ha dichiarato che “i test sui pazienti richiederebbero generalmente almeno un anno e probabilmente anche di più”.

Link allo studio: https://www.thelancet.com/journals/ebiom/article/PIIS2352-3964(20)30118-3/fulltext#coronavirus-linkback-header

Link all’articolo: https://www.sciencedaily.com/releases/2020/04/200402144508.htm


6 aprile 2020

Il nuovo rapporto non ha rilevato alcun beneficio dalla combinazione di idrossiclorochina e azitromicina in pazienti gravemente affetti da COVID-19

Una piccola sperimentazione che ha esaminato il farmaco idrossiclorochina, in combinazione con azitromicina in pazienti con sintomi gravi, non ha riscontrato alcuna evidenza di forte attività antivirale o beneficio clinico derivante dalla combinazione di farmaci.  Nello studio erano presenti solo undici pazienti, otto pazienti presentavano patologie di base che li mettevano a scarso rischio. Questa sperimentazione è troppo piccola per consentire un’analisi statistica significativa o conclusioni riguardanti l’efficacia o la sicurezza dei farmaci. Tuttavia, questo rapporto ha sollevato dubbi sull’efficacia antivirale di questa combinazione nei pazienti gravemente affetti da COVID-19 come suggerito da un precedente studio francese.

Link allo studio:  https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0399077X20300858?via%3Dihub


6 aprile 2020

I CDC raccomandano l’uso di coperture per il viso in tessuto, specialmente in aree di significativa trasmissione comunitaria

Una parte significativa di persone affette da coronavirus non presenta sintomi e anche coloro che sviluppano i sintomi possono trasmettere il virus ad altri prima di mostrare i sintomi.  Ciò significa che il virus può diffondersi tra le persone che interagiscono in stretta prossimità, ad esempio parlando, tossendo o starnutendo, anche se non mostrano sintomi.  Alla luce di ciò, i CDC raccomandano di indossare coperture per il viso in tessuto in ambienti pubblici in cui altre misure di distanziamento sociale sono difficili da mantenere (ad es., negozi alimentari e farmacie) soprattutto in aree di significativa trasmissione comunitaria. L’uso di semplici coperture per il viso in tessuto rallenterà la diffusione del virus e aiuterà le persone che potrebbero avere il virus senza saperlo a evitare di trasmetterlo ad altre.  Le coperture per il viso in tessuto prodotte da articoli per la casa o realizzate a casa da materiali comuni a basso costo possono essere utilizzate come misura aggiuntiva e volontaria per la salute pubblica.

È fondamentale sottolineare che mantenere il distanziamento sociale di 1,8 metri (6 piedi) resta importante per rallentare la diffusione del virus. 

Le coperture per il viso in tessuto consigliate non sono maschere chirurgiche o respiratori N-95.  Queste sono forniture cruciali che devono continuare a essere riservate agli operatori sanitari e ad altri soccorritori di primo intervento, come raccomandato dalle attuali linee guida CDC.

Per le raccomandazioni complete dei CDC, vedere: https://www.cdc.gov/coronavirus/2019-ncov/prevent-getting-sick/cloth-face-cover.html


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8 aprile 2020

La ricerca dimostra che un vaccino candidato per COVID-19 si dimostra promettente

Notizie interessanti da una storia pubblicata su ScienceDaily

 

Gli scienziati della University of Pittsburgh School of Medicine hanno annunciato un possibile vaccino contro COVID-19. Il vaccino, quando testato sui topi, ha prodotto anticorpi specifici per Sars-CoV-2 in quantità sufficienti per neutralizzare il virus. Il documento che illustra dettagliatamente la ricerca è apparso il 2 aprile 2020 su EBioMedicine, pubblicazione di Lancet. Utilizzando i lavori preliminari svolti durante le epidemie di coronavirus precedenti, il vaccino mira alla proteina “spike” del coronavirus. Il vaccino viene prodotto utilizzando pezzi di proteine virali prodotte in laboratorio per sviluppare l’immunità. È lo stesso modo in cui funzionano gli attuali vaccini antinfluenzali. I ricercatori utilizzano un nuovo approccio per somministrare il farmaco, chiamato serie di microaghi, per aumentarne la potenza. L’autore co-senior dello studio ha dichiarato che “i test sui pazienti richiederebbero generalmente almeno un anno e probabilmente anche di più”.

Link allo studio: https://www.thelancet.com/journals/ebiom/article/PIIS2352-3964(20)30118-3/fulltext#coronavirus-linkback-header

Link all’articolo: https://www.sciencedaily.com/releases/2020/04/200402144508.htm

                                                              

  19 maggio 2020

 COVID-19: La trasmissione spiegata

In un recente post sul blog, “The Risks-Know Them-Avoid Them” (I rischi: conoscerli per evitarli), Erin S. Bromage, Phd, professore associato di biologia presso la University of Massachusetts Dartmouth, spiega la scienza di una dose contagiosa, dove e come il virus si diffonde e quali ambienti sono i più rischiosi.  Il Dott. Bromage ha svolto un ottimo lavoro per tradurre i dati e i risultati in prosa che i non scienziati possono comprendere più facilmente. Ci auguriamo che una migliore comprensione del modo in cui si diffonde il virus COVID-19 aiuterà le persone a prendere decisioni su come evitare di contrarre il virus.

Link al post sul blog: https://www.erinbromage.com/post/the-risks-know-them-avoid-them


8 aprile 2020

La ricerca dimostra che un vaccino candidato per COVID-19 si dimostra promettente

Notizie interessanti da una storia pubblicata su ScienceDaily

 

Gli scienziati della University of Pittsburgh School of Medicine hanno annunciato un possibile vaccino contro COVID-19. Il vaccino, quando testato sui topi, ha prodotto anticorpi specifici per Sars-CoV-2 in quantità sufficienti per neutralizzare il virus. Il documento che illustra dettagliatamente la ricerca è apparso il 2 aprile 2020 su EBioMedicine, pubblicazione di Lancet. Utilizzando i lavori preliminari svolti durante le epidemie di coronavirus precedenti, il vaccino mira alla proteina “spike” del coronavirus. Il vaccino viene prodotto utilizzando pezzi di proteine virali prodotte in laboratorio per sviluppare l’immunità. È lo stesso modo in cui funzionano gli attuali vaccini antinfluenzali. I ricercatori utilizzano un nuovo approccio per somministrare il farmaco, chiamato serie di microaghi, per aumentarne la potenza. L’autore co-senior dello studio ha dichiarato che “i test sui pazienti richiederebbero generalmente almeno un anno e probabilmente anche di più”.

Link allo studio: https://www.thelancet.com/journals/ebiom/article/PIIS2352-3964(20)30118-3/fulltext#coronavirus-linkback-header

Link all’articolo: https://www.sciencedaily.com/releases/2020/04/200402144508.htm



 

10 aprile 2020

 Le app per smartphone possono aiutare a combattere le pandemie?

 Un articolo interessante è stato pubblicato il 9 aprile 2020 dal Dott. Francis Collins, Direttore del National Institutes of Health (NIH). Sul blog del Direttore del NIH, discute dell’opportunità di utilizzare gli smartphone per il tracciamento e la notifica dei contatti nella lotta alla pandemia COVID-19. I metodi tradizionali che coinvolgono team di operatori sanitari pubblici che parlano con le persone tramite telefono o in riunioni faccia a faccia richiedono molto tempo. Il tempo perso consente all’infezione di diffondersi più diffusamente perché c’è un ritardo nel trovare e informare le persone esposte al virus. Sfruttando la tecnologia Bluetooth wireless degli smartphone, il tracciamento digitale può migliorare le possibilità di mantenere il COVID-19 sotto controllo. In Cina, la ricerca ha dimostrato una correlazione tra l’uso delle app di tracciamento dei contatti e ciò che sembra essere una soppressione sostenuta dell’infezione da COVID-19. Il Dott. Collins affronta importanti questioni etiche, legali e sociali.

Link al post sul blog: https://directorsblog.nih.gov/author/collinsfs/


 

  29 maggio 2020

 Nessun beneficio di idrossiclorochina o clorochina in monoterapia o con macrolidi in un ampio studio di database retrospettivo multinazionale

Un ampio studio multinazionale che ha analizzato gli esiti ospedalieri per i pazienti con COVID-19 trattati con clorochina o idrossiclorochina in monoterapia o in combinazione con macrolidi è stato pubblicato sulla rivista Lancet il 22 maggio 2020. È stato analizzato un registro multinazionale comprendente dati di 671 ospedali in sei continenti. I dati includevano pazienti ricoverati tra il 20 dicembre 2019 e il 14 aprile 2020, con un risultato di laboratorio positivo di SARS-CoV-2. Il registro ha prodotto i dati di 96.032 pazienti per l’inclusione nello studio; 14.888 pazienti hanno ricevuto uno dei trattamenti di interesse entro 48 ore dalla diagnosi e 81.114 pazienti erano nel gruppo di controllo che non ha ricevuto clorochina o idrossiclorochina in monoterapia o in combinazione con macrolidi. Gli esiti non hanno prodotto alcuna evidenza a conferma del beneficio di idrossiclorochina o clorochina quando utilizzate in monoterapia o con un macrolide in termini di esiti ospedalieri per COVID-19. Lo studio ha dimostrato un’associazione di ciascuno di questi regimi farmacologici con una ridotta sopravvivenza ospedaliera e una maggiore frequenza delle aritmie ventricolari rispetto al gruppo di controllo. A causa del disegno retrospettivo dello studio osservazionale, la possibilità di fattori confondenti non misurati non può essere esclusa. Una di queste possibilità è che i medici curassero i pazienti più malati con i farmaci. Gli autori hanno concluso che “saranno necessarie sperimentazioni cliniche randomizzate prima di poter giungere a qualsiasi conclusione in merito ai benefici o ai danni di questi agenti nei pazienti con COVID-19”. Gli autori hanno inoltre dichiarato che “questi risultati suggeriscono che questi regimi farmacologici non devono essere utilizzati al di fuori delle sperimentazioni cliniche”.

Link allo studio: https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)31180-6/fulltext?rss=yes

  23 aprile 2020

 Proposto piano d’azione nazionale per il test COVID-19

La Fondazione Rockefeller ha fornito un piano completo (in data 21/4/2020, vedere link riportato di seguito) per riaprire i luoghi di lavoro e le comunità sulla base dei test per COVID-19 e lo stretto follow-up dei risultati positivi al test. L’obiettivo del piano è di costruire un programma nazionale guidato dallo stato di test COVID-19 che supporti la riapertura dell’economia attraverso gli obiettivi di monitoraggio della forza lavoro, il rilevamento precoce delle epidemie ricorrenti e test diagnostici e domiciliari. Il piano ha 3 componenti principali:

  • Espandere drasticamente i test COVID-19 dall’attuale milione di test a settimana a 3 milioni a settimana nelle prossime 8 settimane e successivamente a 30 milioni di test a settimana nei prossimi 6 mesi. Ciò richiederà investimenti e rafforzamento della capacità di test presso i laboratori nazionali, universitari e migliaia di piccoli laboratori locali in tutto il Paese.
  • Formare e lanciare un esercito di operatori sanitari per somministrare i test e per effettuare il tracciamento dei contatti per quelli con test positivi. Suggeriscono che questo sia organizzato intorno ai dipartimenti di sanità pubblica statali. Propongono di assumere da 100.000 a 300.000 lavoratori che dovranno essere supportati da reti informatiche collegate a molte cartelle cliniche elettroniche.
  • Integrare ed espandere piattaforme dati federali, statali e private per facilitare l’analisi in tempo reale e il tracciamento della malattia. Ciò identificherà le epidemie ricorrenti di COVID-19 e i picchi diretti nei volumi dei test e nel follow-up.

Questo white paper fornito dalla Fondazione Rockefeller ha molte buone idee e merita di essere letto. Il piano imponente richiederà l’integrazione di molte piattaforme disperse di dati informatici. Tutto ciò dovrà bilanciare la privacy con la necessità di controllo delle infezioni.

Link al piano: https://www.rockefellerfoundation.org/wp-content/uploads/2020/04/TheRockefellerFoundation_WhitePaper_Covid19_4_21_2020.pdf


 

10 aprile 2020

 Le app per smartphone possono aiutare a combattere le pandemie?

 Un articolo interessante è stato pubblicato il 9 aprile 2020 dal Dott. Francis Collins, Direttore del National Institutes of Health (NIH). Sul blog del Direttore del NIH, discute dell’opportunità di utilizzare gli smartphone per il tracciamento e la notifica dei contatti nella lotta alla pandemia COVID-19. I metodi tradizionali che coinvolgono team di operatori sanitari pubblici che parlano con le persone tramite telefono o in riunioni faccia a faccia richiedono molto tempo. Il tempo perso consente all’infezione di diffondersi più diffusamente perché c’è un ritardo nel trovare e informare le persone esposte al virus. Sfruttando la tecnologia Bluetooth wireless degli smartphone, il tracciamento digitale può migliorare le possibilità di mantenere il COVID-19 sotto controllo. In Cina, la ricerca ha dimostrato una correlazione tra l’uso delle app di tracciamento dei contatti e ciò che sembra essere una soppressione sostenuta dell’infezione da COVID-19. Il Dott. Collins affronta importanti questioni etiche, legali e sociali.

Link al post sul blog: https://directorsblog.nih.gov/author/collinsfs/


 

10 aprile 2020

 Le app per smartphone possono aiutare a combattere le pandemie?

 Un articolo interessante è stato pubblicato il 9 aprile 2020 dal Dott. Francis Collins, Direttore del National Institutes of Health (NIH). Sul blog del Direttore del NIH, discute dell’opportunità di utilizzare gli smartphone per il tracciamento e la notifica dei contatti nella lotta alla pandemia COVID-19. I metodi tradizionali che coinvolgono team di operatori sanitari pubblici che parlano con le persone tramite telefono o in riunioni faccia a faccia richiedono molto tempo. Il tempo perso consente all’infezione di diffondersi più diffusamente perché c’è un ritardo nel trovare e informare le persone esposte al virus. Sfruttando la tecnologia Bluetooth wireless degli smartphone, il tracciamento digitale può migliorare le possibilità di mantenere il COVID-19 sotto controllo. In Cina, la ricerca ha dimostrato una correlazione tra l’uso delle app di tracciamento dei contatti e ciò che sembra essere una soppressione sostenuta dell’infezione da COVID-19. Il Dott. Collins affronta importanti questioni etiche, legali e sociali.

Link al post sul blog: https://directorsblog.nih.gov/author/collinsfs/


 

10 aprile 2020

 Le app per smartphone possono aiutare a combattere le pandemie?

 Un articolo interessante è stato pubblicato il 9 aprile 2020 dal Dott. Francis Collins, Direttore del National Institutes of Health (NIH). Sul blog del Direttore del NIH, discute dell’opportunità di utilizzare gli smartphone per il tracciamento e la notifica dei contatti nella lotta alla pandemia COVID-19. I metodi tradizionali che coinvolgono team di operatori sanitari pubblici che parlano con le persone tramite telefono o in riunioni faccia a faccia richiedono molto tempo. Il tempo perso consente all’infezione di diffondersi più diffusamente perché c’è un ritardo nel trovare e informare le persone esposte al virus. Sfruttando la tecnologia Bluetooth wireless degli smartphone, il tracciamento digitale può migliorare le possibilità di mantenere il COVID-19 sotto controllo. In Cina, la ricerca ha dimostrato una correlazione tra l’uso delle app di tracciamento dei contatti e ciò che sembra essere una soppressione sostenuta dell’infezione da COVID-19. Il Dott. Collins affronta importanti questioni etiche, legali e sociali.

Link al post sul blog: https://directorsblog.nih.gov/author/collinsfs/


 

10 aprile 2020

 Le app per smartphone possono aiutare a combattere le pandemie?

 Un articolo interessante è stato pubblicato il 9 aprile 2020 dal Dott. Francis Collins, Direttore del National Institutes of Health (NIH). Sul blog del Direttore del NIH, discute dell’opportunità di utilizzare gli smartphone per il tracciamento e la notifica dei contatti nella lotta alla pandemia COVID-19. I metodi tradizionali che coinvolgono team di operatori sanitari pubblici che parlano con le persone tramite telefono o in riunioni faccia a faccia richiedono molto tempo. Il tempo perso consente all’infezione di diffondersi più diffusamente perché c’è un ritardo nel trovare e informare le persone esposte al virus. Sfruttando la tecnologia Bluetooth wireless degli smartphone, il tracciamento digitale può migliorare le possibilità di mantenere il COVID-19 sotto controllo. In Cina, la ricerca ha dimostrato una correlazione tra l’uso delle app di tracciamento dei contatti e ciò che sembra essere una soppressione sostenuta dell’infezione da COVID-19. Il Dott. Collins affronta importanti questioni etiche, legali e sociali.

Link al post sul blog: https://directorsblog.nih.gov/author/collinsfs/



  21 aprile 2020

 28.000 decessi mancanti: tracciare i numeri effettivi della crisi coronavirus

Una revisione dei dati sulla mortalità in 11 Paesi che ha dimostrato che in questi Paesi sono decedute molte più persone rispetto agli anni precedenti è stata riportata da Jin Wu e Allison McCann sul New York Times il 21 aprile 2020. Hanno stimato l’eccesso di mortalità per ciascun Paese confrontando il numero di persone decedute per qualsiasi causa quest’anno con la media storica nello stesso periodo. Il risultato è stato che almeno 28.000 persone in più sono decedute durante la pandemia da coronavirus nel corso dell’ultimo mese rispetto al rapporto ufficiale sulla conta dei decessi per COVID-19. Poiché la maggior parte dei Paesi segnala solo i decessi COVID-19 che si verificano negli ospedali, vi sono molti decessi COVID-19 non segnalati. I 28.000 decessi in più riscontrati in questo studio includono i decessi per COVID-19 e quelli per altre cause, probabilmente compresi i soggetti con altri disturbi che non erano stati trattati perché gli ospedali erano pieni. Questo articolo suggerisce che il numero complessivo globale di decessi per COVID-19 sarà molto più alto rispetto ai rapporti sui decessi dovuti a COVID-19 confermata mediante test. Per una presentazione grafica ragguardevole di queste tendenze in ogni Paese, utilizzare il seguente link all’articolo.

Link all’articolo: https://www.nytimes.com/interactive/2020/04/21/world/coronavirus-missing-deaths.html?smid=em-share

 


  21 aprile 2020

 28.000 decessi mancanti: tracciare i numeri effettivi della crisi coronavirus

Una revisione dei dati sulla mortalità in 11 Paesi che ha dimostrato che in questi Paesi sono decedute molte più persone rispetto agli anni precedenti è stata riportata da Jin Wu e Allison McCann sul New York Times il 21 aprile 2020. Hanno stimato l’eccesso di mortalità per ciascun Paese confrontando il numero di persone decedute per qualsiasi causa quest’anno con la media storica nello stesso periodo. Il risultato è stato che almeno 28.000 persone in più sono decedute durante la pandemia da coronavirus nel corso dell’ultimo mese rispetto al rapporto ufficiale sulla conta dei decessi per COVID-19. Poiché la maggior parte dei Paesi segnala solo i decessi COVID-19 che si verificano negli ospedali, vi sono molti decessi COVID-19 non segnalati. I 28.000 decessi in più riscontrati in questo studio includono i decessi per COVID-19 e quelli per altre cause, probabilmente compresi i soggetti con altri disturbi che non erano stati trattati perché gli ospedali erano pieni. Questo articolo suggerisce che il numero complessivo globale di decessi per COVID-19 sarà molto più alto rispetto ai rapporti sui decessi dovuti a COVID-19 confermata mediante test. Per una presentazione grafica ragguardevole di queste tendenze in ogni Paese, utilizzare il seguente link all’articolo.

Link all’articolo: https://www.nytimes.com/interactive/2020/04/21/world/coronavirus-missing-deaths.html?smid=em-share

 


                                                                                                                                             

  1° giugno 2020

 A New York City, la dimensione del nucleo familiare può essere un fattore determinante più importante del tasso di infezione da COVID-19 rispetto alla densità della popolazione

Negli Stati Uniti e anche nella stessa città, il numero di casi di COVID-19 confermati relativi alla dimensione della popolazione è variato notevolmente. È importante sapere quali fattori determinano questa variazione perché ciò comporta importanti implicazioni politiche su come contenere l’epidemia. Uno studio statistico (pubblicato nella prestampa di medRxiv il 20 maggio 2020; non ancora sottoposto a revisione tra pari) di questa variazione a New York City, ha utilizzato i dati disponibili per analizzare questi fattori in base al codice postale (CAP). Lo studio ha scoperto che quando prendeva in considerazione fattori importanti come la densità della popolazione, la dimensione media del nucleo familiare, la percentuale di popolazione al di sotto della linea della povertà e la percentuale di età superiore ai 65 anni, era una dimensione media della famiglia che si è rivelata la variabile più importante associata al tasso di casi confermati. La percentuale di popolazione superiore ai 65 anni e la popolazione sotto la linea della povertà erano indicatori aggiuntivi che influenzavano il tasso di incidenza dei casi. È interessante notare che, contrariamente alla convinzione comune, la densità della popolazione non ha avuto un impatto significativo sul tasso dei casi in un determinato CAP. Infatti, quando sono stati presi in considerazione gli altri fattori, lo studio ha scoperto che la densità della popolazione e l’incidenza di casi erano negativamente correlati. Tuttavia, lo studio ha utilizzato dati statistici del 2018 che non hanno tenuto conto di eventuali variazioni della popolazione durante l’epidemia. Inoltre, non era chiaro come le case di cura e i loro residenti siano stati classificati ai fini di questo studio, il che potrebbe avere influenzato i risultati dello studio.

Link allo studio: https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.05.25.20112797v1.full.pdf+html

 

  18 maggio 2020

 Vaccino per COVID-19 promettente usando il virus inattivato

I virus inattivati purificati sono stati tradizionalmente utilizzati nello sviluppo dei vaccini, fornendo vaccini sicuri ed efficaci per prevenire le malattie causate da virus come il poliovirus e il virus influenzale. In un documento pubblicato su Science il 6 maggio 2020, un gruppo di ricercatori in Cina ha riferito di un vaccino (PiCoVacc) per SARS-CoV-2 inattivato, purificato, che ha prodotto anticorpi neutralizzanti in topi, ratti e primati non umani. Gli anticorpi hanno dimostrato di neutralizzare 10 ceppi rappresentativi del virus. In seguito all’infezione da SARS-CoV-2, i macachi Rhesus (specie di primati non umani che presentano una malattia simile a COVID-19 causata da infezione da SARS-CoV-2) che hanno ricevuto una dose da 6 microgrammi, hanno mostrato una protezione completa. Il vaccino non ha provocato alcun effetto avverso osservabile o biochimico. In particolare, non vi è stata alcuna evidenza di un fenomeno noto come rafforzamento dell’infezione dipendente da anticorpi, che i precedenti rapporti avevano sollevato come timore.

Gli autori hanno affermato: “Questi risultati suggeriscono un percorso verso lo sviluppo clinico dei vaccini per SARS-CoV-2 per l’uso negli esseri umani”. Si prevede che le sperimentazioni cliniche con PiCoVacc inizieranno nel corso di quest’anno.

Link allo studio: https://science.sciencemag.org/content/early/2020/05/06/science.abc1932


  21 aprile 2020

 28.000 decessi mancanti: tracciare i numeri effettivi della crisi coronavirus

Una revisione dei dati sulla mortalità in 11 Paesi che ha dimostrato che in questi Paesi sono decedute molte più persone rispetto agli anni precedenti è stata riportata da Jin Wu e Allison McCann sul New York Times il 21 aprile 2020. Hanno stimato l’eccesso di mortalità per ciascun Paese confrontando il numero di persone decedute per qualsiasi causa quest’anno con la media storica nello stesso periodo. Il risultato è stato che almeno 28.000 persone in più sono decedute durante la pandemia da coronavirus nel corso dell’ultimo mese rispetto al rapporto ufficiale sulla conta dei decessi per COVID-19. Poiché la maggior parte dei Paesi segnala solo i decessi COVID-19 che si verificano negli ospedali, vi sono molti decessi COVID-19 non segnalati. I 28.000 decessi in più riscontrati in questo studio includono i decessi per COVID-19 e quelli per altre cause, probabilmente compresi i soggetti con altri disturbi che non erano stati trattati perché gli ospedali erano pieni. Questo articolo suggerisce che il numero complessivo globale di decessi per COVID-19 sarà molto più alto rispetto ai rapporti sui decessi dovuti a COVID-19 confermata mediante test. Per una presentazione grafica ragguardevole di queste tendenze in ogni Paese, utilizzare il seguente link all’articolo.

Link all’articolo: https://www.nytimes.com/interactive/2020/04/21/world/coronavirus-missing-deaths.html?smid=em-share