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Notizie selezionate COVID-19

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Per aiutare le persone a tenersi aggiornate, il Manuale sta raccogliendo le notizie più significative riguardanti COVID-19.

Notizie compilate da Fred R. Himmelstein, MD, FACEP.

         


  22 marzo 2021

Scarsa immunogenicità della prima dose dei vaccini a mRNA contro il SARS-CoV-2 tra i destinatari di trapianto di organi solidi 

Una Lettera di ricerca pubblicata online su JAMA Network il 15 marzo 2021, ha fornito un’analisi precoce della risposta immunitaria ai vaccini contro il COVID-19 di destinatari di trapianto di organi solidi immunocompromessi. Lo studio ha incluso 436 pazienti trapiantati provenienti da tutti gli Stati Uniti vaccinati tra il 16 dicembre 2020 e il 5 febbraio 2021. L’età media era di 60 anni. Nessuno aveva una precedente diagnosi di COVID-19 confermata con reazione polimerasica a catena. Il cinquantadue per cento (52%) ha ricevuto il vaccino BNT162b2 (Pfizer-BioNTech) e il 48% ha ricevuto il vaccino mRNA-1273 (Moderna). Gli anticorpi (anti-S1 o anti-dominio di legame dei recettori) erano rilevabili in 76 partecipanti su 436 (17%) a una media di 20 giorni (intervallo 17-24 giorni) dopo la prima dose di vaccino. I destinatari di trapianto sottoposti a terapia immunosoppressiva di mantenimento con anti-metaboliti avevano una probabilità inferiore di sviluppare una risposta anticorpale come i pazienti anziani. Quelli che hanno ricevuto il vaccino Moderna avevano maggiori probabilità di sviluppare una risposta anticorpale rispetto a quelli che hanno ricevuto il vaccino Pfizer-BioNTech (69% vs. 31%, rispettivamente; P = 0,003). Questi risultati sono in contrasto con la robusta immunogenicità precoce osservata nelle sperimentazioni sul vaccino a mRNA, inclusa la sieroconversione antispike al 100% entro il giorno 15 dopo la vaccinazione con il vaccino Moderna ed entro il giorno 21 dopo la vaccinazione con il vaccino Pfizer-BioNTech.

Link: https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2777685

       


  15 marzo 2021

L’uso di aspirina per la prevenzione primaria delle malattie cardiovascolari è associato a una minore incidenza di infezione da COVID-19 

Un’analisi osservazionale retrospettiva ha analizzato i dati di 10.000 israeliani che sono stati testati per il COVID-19 tra il 1° febbraio e il 30 giugno 2020, confrontando quelli che avevano assunto aspirina a basso dosaggio in modo regolare per prevenire le malattie cardiovascolari con quelli che non avevano assunto aspirina. I ricercatori hanno scoperto che i pazienti che assumevano aspirina a basso dosaggio avevano il 29% di probabilità in meno di essere infettati dal virus. I ricercatori hanno inoltre osservato che i pazienti che assumevano aspirina e che contraevano il COVID-19 si sono ripresi in media 2-3 giorni più velocemente e che il tempo per risultare negativi al virus dopo essere risultati positivi era significativamente più breve. Lo studio è stato disegnato e analizzato per ridurre la probabilità di variabili confondenti escludendo coloro che assumevano aspirina per trattare la malattia cardiovascolare e potrebbe non essere socialmente attiva e quindi avere meno possibilità di contatto con i soggetti positivi al COVID-19. “L’osservazione del possibile effetto benefico dell’aspirina a basso dosaggio sull’infezione da COVID-19 è preliminare ma sembra molto promettente”, ha affermato in un comunicato stampa il Prof. Eli Magen del Barzilai Medical Center, che ha condotto lo studio. È stato dimostrato che l’aspirina potrebbe modulare le risposte immunitarie innate e adattative aiutando il sistema immunitario a combattere alcune infezioni virali. I ricercatori hanno scelto di condurre lo studio tenendo presente queste informazioni.

Link: https://febs.onlinelibrary.wiley.com/doi/epdf/10.1111/febs.15784

    


  9 marzo 2021

Insorgenza rapida di una variante COVID-19 a New York

Una nuova variante, B.1.526, è stata identificata a New York. Questa variante è emersa rapidamente e potrebbe essere già diffusa negli Stati Uniti nordorientali. La ricerca di sorveglianza genomica della Columbia University ha osservato un aumento costante del tasso di rilevamento di questa variante da fine dicembre a metà febbraio, con un aumento allarmante del 12,3% nelle ultime due settimane. La variante B.1.526 include molteplici mutazioni che potrebbero rendere meno efficaci le terapie con anticorpi monoclonali e i vaccini attuali. È importante sottolineare che questo virus contiene la stessa mutazione, E484k, presente nelle varianti preoccupanti del Sudafrica e del Brasile. Per esaminare la nuova variante, i ricercatori della Columbia University hanno utilizzato un test di reazione a catena della polimerasi (polymerase chain reaction, PCR) progettato per identificare i virus con la mutazione E484K. Da un totale di 60.539 tamponi nasofaringei analizzati per SARS-CoV-2 presso un centro di cure quaternarie di New York City nel periodo compreso tra il 1° novembre 2020 e il 15 febbraio 2021, 4.358 sono risultati positivi al SARS-CoV-2. Lo studio attuale ha ulteriormente analizzato un campione casuale di campioni di tamponi nasofaringei SARS--CoV-2 (n = 1.142) da 4.358 pazienti infetti. Hanno scoperto che 83 (9,0%) erano positivi per E484K. I pazienti con questa nuova variante provenivano da quartieri diversi nell’area metropolitana. I dati sono stati pubblicati in prestampa sul server MedRxiv il 25 febbraio 2021. La mutazione E484K gioca un ruolo cruciale nella perdita di attività neutralizzante di alcuni anticorpi monoclonali e nella maggior parte dei sieri convalescenti e vaccinali contro SARS-CoV-2. I ricercatori hanno concluso che la loro scoperta ha mostrato la recente rapida comparsa di questa variante di New York e queste mutazioni preoccupanti sottolineano la necessità di un programma di sorveglianza nazionale concertato per monitorare e contenere la diffusione di nuove varianti di SARS-CoV-2.

Link: https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2021.02.23.21252259v1.full-text


  3 marzo 2021

Cosa significano effettivamente i numeri sull’efficacia del vaccino?

Tutti gli attuali vaccini approvati dalla FDA offrono una forte protezione contro COVID-19, ma i numeri sull’efficacia citati per ciascun vaccino variano. Un articolo del New York Times del 3 marzo 2021 descrive in dettaglio il significato effettivo dell’efficacia del vaccino, come viene determinata e i possibili motivi di evidenti differenze in termini di efficacia, tra cui: dove sono state condotte le sperimentazioni cliniche e quali varianti virali circolavano in quelle regioni.

Link: https://www.nytimes.com/interactive/2021/03/03/science/vaccine-efficacy-coronavirus.html?smid=em-share

 


  22 febbraio 2021

Quando gli Stati Uniti potrebbero raggiungere l’immunità di gregge? È complicato.

Un articolo del New York Times del 20 febbraio ha fornito alcune interessanti presentazioni grafiche sul percorso verso l’immunità di gregge negli Stati Uniti. L’articolo sottolinea che il tempo necessario per raggiungere l’immunità di gregge può essere influenzato da una serie di variabili e incognite. Di seguito sono riportate alcune di queste variabili e incognite:

  • Quante persone sono state colpite da COVID-19, comprese quelle che non sono state sottoposte a test o che non hanno neppure manifestato sintomi? Dopo il recente picco nei casi, potrebbe trattarsi di un gran numero di persone.
  • Quanto dura l’immunità dopo aver contratto un’infezione da COVID-19?
  • Con che rapidità saranno somministrati i vaccini?
  • Le nuove varianti di COVID-19 si diffondono più rapidamente. In che modo questo influenzerà l’obiettivo di raggiungere l’immunità di gregge?
  • E se le persone allentassero l’uso della mascherina e del distanziamento sociale? Misure come l’uso di mascherine e il distanziamento sociale si sono dimostrate efficaci nel rallentare la diffusione del virus. Man mano che sempre più persone vengono vaccinate, è allettante allentare queste precauzioni.

Link: https://www.nytimes.com/interactive/2021/02/20/us/us-herd-immunity-covid.html?smid=em-share


  19 febbraio 2021

Misurazione dell’anidride carbonica ambientale per valutare il rischio di inalazione di COVID-19

COVID-19 viene trasmesso attraverso goccioline disperse nell’aria dal respiro di una persona infetta. La quantità di goccioline disperse nell’aria aumenta con la tosse, parlando a voce alta e cantando. In uno spazio chiuso come un bar, un ristorante o una palestra, la ventilazione dell’aria può essere valutata misurando l’anidride carbonica (CO2) nell’aria. La CO2 viene espirata con ogni respiro. Se la ventilazione è scarsa, il livello di CO2 aumenta.

Sono disponibili dispositivi palmari per la misurazione della CO2 e alcuni riferiscono di utilizzarli per valutare la ventilazione. Un articolo nel Washington Post del 10 febbraio 2021 illustra questa idea. Ci sono molti fattori da considerare, tra cui quali altre fonti di CO2 che potrebbero essere presenti come forni di cottura, ecc.

Link: The Washington Post

 


  17 febbraio 2021

Chi si deve mettere in quarantena?

L’11 febbraio 2021, i CDC hanno aggiornato le linee guida su quando mettersi in quarantena dopo l’esposizione o lo stretto contatto con qualcuno che ha contratto o è risultato positivo al COVID-19. Le linee guida aggiornate ora affermano che se si è stati completamente vaccinati negli ultimi tre mesi e non si hanno sintomi non è necessario mettersi in quarantena dopo un contatto ravvicinato. Le persone che sono risultate positive al COVID-19 negli ultimi tre mesi e si sono ristabilite non hanno bisogno di mettersi in quarantena o sottoporsi nuovamente al test, purché non sviluppino nuovi sintomi. Se qualcuno sviluppa nuovamente i sintomi entro tre mesi dal primo episodio di COVID-19, potrebbe essere necessario sottoporlo nuovamente a esami se non vi è alcuna altra causa identificata per i sintomi. Diversamente, è necessaria la quarantena per coloro che sono stati a stretto contatto con qualcuno che è affetto COVID-19. Per contatto ravvicinato si intende trovarsi a due metri da una persona affetta da COVID-19 per un totale di 15 minuti o più, fornire assistenza a casa di una persona malata di COVID-19, avere un contatto fisico diretto con una persona infetta da COVID-19 (abbracciata o baciata), condividere utensili da bere o da mangiare, o subire starnuti o colpi di tosse su di sé. Il sito dei CDC discute inoltre le opzioni per ridurre il tempo di quarantena.

Link: https://www.cdc.gov/coronavirus/2019-ncov/if-you-are-sick/quarantine.html

                                                                     

  16 febbraio 2021

La carica virale è il principale fattore che determina la trasmissione di SARS-CoV-2

Analizzando i dati di uno studio spagnolo inizialmente disegnato per determinare l’efficacia dell’idrossiclorochina nella riduzione della trasmissione di SARS-CoV-2, i ricercatori hanno osservato un aumento del tasso di attacco secondario dal 12% quando il caso indice aveva una carica virale < 1 x 106 copie/ml al 24% quando il caso indice presentava una carica virale ≥ 1 x 1010 copie/ml. Questo studio, pubblicato su Lancet il 2 febbraio 2021, ha scoperto che la carica virale era il fattore principale di trasmissione. Altri fattori associati a un aumento del rischio di trasmissione erano i contatti domestici e l’aumento dell’età del contatto. Sono stati segnalati fattori che non predicevano la trasmissione: l’uso della mascherina del contatto e sintomi respiratori del caso indice (ad es. tosse, dispnea, rinite). Inoltre, è stato riscontrato che carichi virali più elevati nei tamponi dei contatti asintomatici erano associati a un alto rischio di sviluppare malattia sintomatica e che questi contatti presentavano periodi di incubazione più brevi rispetto a quelli con carichi virali più bassi.

Link: https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(20)30985-3/fulltext

                                                                    

  9 febbraio 2021

Varianti e mutazioni del coronavirus

The New York Times ha fornito un’eccellente spiegazione dell’evoluzione del coronavirus. Man mano che il virus si moltiplica, si verificano nuove mutazioni a causa di errori nella replicazione del codice genetico del virus. Queste mutazioni danno origine a nuove varianti che si moltiplicano e si diffondono spontaneamente. Questo articolo fornisce un riepilogo dettagliato delle varianti importanti di cui gli scienziati sono attualmente a conoscenza.

Link: https://www.nytimes.com/interactive/2021/health/coronavirus-variant-tracker.html?smid=em-share

                                                                      

  4 febbraio 2021

Infezione da SARS-CoV-2 in pazienti positivi agli anticorpi

Questo studio prospettico che ha valutato il rischio di reinfezione da SARS-CoV-2 è stato pubblicato in prestampa il 29 gennaio 2021, sul server MedRxiv. Una coorte di 3.249 reclute dei Marine è stata seguita nell’arco di un periodo di sei settimane. Dopo un periodo di quarantena e di analisi di 2 settimane, 3.076 soggetti sono risultati negativi in 3 test settimanali mediante reazione a catena della polimerasi (polymerase chain reaction, PCR) per il virus SARS-CoV-2. Di questi, 225 erano sieropositivi per 2 anticorpi separati contro il virus, e il resto era sieronegativo. Queste reclute sono state seguite per le successive sei settimane clinicamente e con molteplici test PCR. Lo studio ha riscontrato che 19/189 (10,1%) partecipanti sieropositivi presentavano almeno un test PCR positivo, mentre 1.079/2.246 (48%) partecipanti sieronegativi erano risultati positivi. Gli autori sottolineano che l’alto rischio di infezione nei partecipanti che erano precedentemente sieronegativi è probabilmente dovuto alle condizioni di vita affollate, alla necessità di contatto personale e al regime impegnativo durante la formazione di base.

In particolare, i partecipanti sieropositivi che presentavano un test PCR positivo erano per lo più tra quelli con un titolo IgG inferiore al virus nel test iniziale. Presentavano inoltre una carica virale dieci volte inferiore, una durata inferiore della positività alla PCR e una percentuale maggiore di infezioni asintomatiche (84% vs. 68%). Pertanto, sebbene gli anticorpi indotti dall’infezione iniziale siano in gran parte protettivi, non garantiscono un’efficace attività di neutralizzazione di SARS-CoV-2 o immunità contro la successiva infezione. Questi risultati sono rilevanti per strategie ottimizzate per la vaccinazione di massa.

Link: https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2021.01.26.21250535v1

                                                                    

  3 febbraio 2021

Il vaccino russo anti-COVID-19 riporta un’efficacia del 91,6% nella riduzione dei casi confermati con PCR

I risultati preliminari dello studio di fase 3 per il vaccino russo, Gam-COVID-Vac (detto Sputnik V), sono stati pubblicati su The Lancet il 2 febbraio 2021. Questo vaccino è un vaccino ricombinante, basato su adenovirus con deficit di replicazione (replication-deficient adenovirus, rAd). Si tratta di un vaccino a vettore combinato contenente rAd26 e rAd5, entrambi portatori del gene per la glicoproteina S SARS-CoV-2. Lo studio era una sperimentazione randomizzata, in doppio cieco, controllata con placebo condotta in Russia con partecipanti randomizzati con un rapporto 3:1 a favore del vaccino. Nell’autunno del 2020, 21.977 adulti sono stati assegnati casualmente al gruppo vaccinale (n = 16.501) o al gruppo placebo (n = 5.476). I partecipanti allo studio hanno ricevuto 2 dosi del vaccino con un intervallo di 21 giorni tra l’una e l’altra. L’endpoint primario dello studio era la percentuale di partecipanti con COVID-19 confermato dal test mediante reazione a catena della polimerasi (PCR) a partire da 21 giorni dopo aver ricevuto la prima dose (giorno della seconda dose). I risultati hanno dimostrato che il vaccino era efficace al 91,6%. L’efficacia del vaccino osservata era superiore all’87% in tutti i sottogruppi di età e sesso. In particolare, l’efficacia del vaccino era del 91,8% nei partecipanti di età superiore a 60 anni. Si sono verificati nessun caso (gruppo vaccinale) e 20 casi (gruppo placebo) di COVID-19 moderato o grave confermati almeno 21 giorni dopo la dose 1; pertanto, l’efficacia del vaccino contro COVID-19 moderato o grave era del 100%. La maggior parte degli effetti avversi era lieve. Nessuno degli eventi avversi gravi è stato considerato correlato al vaccino. Gli autori hanno concluso che questa analisi ad interim ha dimostrato che in Russia il vaccino Gam-COVID-Vac presentava un’elevata efficacia e immunogenicità e un buon profilo di tollerabilità nei partecipanti di età pari o superiore a 18 anni.

Link: https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(21)00234-8/fulltext

                                                                    

  2 febbraio 2021

Sottogruppo di pazienti COVID-19 presenta un rischio emorragico accresciuto

I pazienti con COVID-19 sono ben noti per essere ad alto rischio di occlusioni arteriose trombotiche e venose. Tuttavia, in alcuni pazienti con COVID-19 sono state anche descritte emorragie gravi; un recente studio osservazionale di 400 pazienti ricoverati in ospedale con COVID-19 ha dimostrato un tasso emorragico complessivo del 4,8% e un tasso di eventi di emorragie gravi del 2,3%. L’attuale studio ha esaminato l’equilibrio tra coagulazione e fibrinolisi, come indicato dalle misure di laboratorio dei livelli plasmatici di attivatore del plasminogeno (plasminogen activator, TPA) e inibitore dell’attivatore del plasminogeno (plasminogen activator inhibitor, PAI-1). Sono stati riscontrati livelli notevolmente elevati di entrambi questi fattori nei pazienti ricoverati in ospedale con COVID-19. Alti livelli di TPA e PAI-1 erano associati a uno stato respiratorio peggiore e alti livelli di TPA, in particolare, erano fortemente correlati alla mortalità e a un aumento delle emorragie spontanee. Gli autori dello studio hanno concluso che l’omeostasi fibrinolitica dei pazienti COVID-19 è complessa. Sebbene vi sia stata molta preoccupazione per le complicanze trombotiche, vi è un sottogruppo di pazienti in cui un equilibrio di fattori può favorire la fibrinolisi o le emorragie e si raccomanda cautela in merito alla terapia anticoagulante intensiva per tutti i pazienti.

Link: https://www.researchgate.net/publication/348518936_Plasma_tissue_plasminogen_activator_and_plasminogen_activator_inhibitor-1_in_hospitalized_COVID-19_patients

 

  29 gennaio 2021

Moderna annuncia una strategia per contrastare le nuove varianti virali

Il British Medical Journal ha riferito online, il 26 gennaio 2021, che Moderna ha annunciato che sta sviluppando due nuovi approcci alle varianti emergenti di COVID-19. Gli studi hanno dimostrato una riduzione di sei volte degli anticorpi neutralizzanti contro la variante sudafricana, causando il timore che l’immunità possa diminuire. Sebbene il vaccino attuale sia stato efficace sia contro la variante sudafricana che contro quella inglese, “per maggiore precauzione”, Moderna ha esplorato due diversi approcci per affrontare questo problema. Un approccio consiste nell’osservare se una terza dose di richiamo del vaccino attuale aumenterebbe ulteriormente i titoli neutralizzanti contro le varianti emergenti. L’altro è un vaccino candidato basato su mRNA di richiamo che ha sviluppato specificamente contro la variante sudafricana. Moderna ha dichiarato di essere in procinto di iniziare studi di fase 1 negli Stati Uniti per stabilire se questo vaccino modificato con proteine specifiche per la variante possa aumentare l’effetto immunologico contro il virus sudafricano. Una sperimentazione di alcune migliaia di partecipanti per i nuovi approcci sarebbe suddivisa in due gruppi. Un gruppo riceverebbe una terza dose di richiamo del vaccino originale a due dosi, mentre un secondo gruppo riceverebbe il nuovo vaccino di richiamo, mRNA-1273.351. Il nuovo approccio potrebbe essere pronto entro l’autunno e l’autorizzazione della Food and Drug Administration potrebbe essere più rapida delle lunghe sperimentazioni di fase I, II e III necessarie per un nuovo vaccino.

Link: https://www.bmj.com/content/372/bmj.n232

                                                                 

  27 gennaio 2021

La variante di COVID-19 nel Regno Unito è probabilmente più letale

Lo Scientific Advisory Group for England (SAGE) fornisce consulenza agli organi decisionali governativi sulla scienza in tempi di emergenza e, al momento, si consultano di frequente per affrontare l’attuale pandemia. Nella loro riunione del 21 gennaio 2021, hanno discusso la variante B.1.1.7 di COVID-19. Si è osservato che questa variante virale, che è stata identificata per la prima volta nel Regno Unito nel dicembre 2020, viene trasmessa più facilmente ed è diventata rapidamente la variante dominante in gran parte del Regno Unito. I nuovi dati suggeriscono un aumento della letalità del 30%-40% con la nuova variante. L’aumento del tasso di mortalità dei casi è stato osservato in tutte le fasce d’età. Gli studi e i dati utilizzati nell’analisi sono riportati nei verbali della riunione del 21 gennaio 2021. Sebbene i dati siano preliminari, i consulenti hanno concluso che esiste una possibilità realistica di un aumento del rischio di decesso rispetto ad altre varianti.

Link: https://assets.publishing.service.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/file/955239/NERVTAG_paper_on_variant_of_concern__VOC__B.1.1.7.pdf

                                                                   

  15 gennaio 2021

La terapia con plasma convalescente ad alta titolazione può prevenire il COVID-19 grave negli anziani

Uno studio pubblicato il 6 gennaio 2021, nel New England Journal of Medicine, ha riferito di una sperimentazione randomizzata e controllata in cui 160 anziani con sintomi lievi di COVID-19 per meno di 72 ore e RNA di SARS-CoV-2 rilevabile sono stati assegnati casualmente al trattamento con plasma convalescente ad alta titolazione (titolo IgG > 1:1000 contro la proteina “spike” [S] del SARS-CoV-2) o placebo. I pazienti arruolati nello studio avevano un’età superiore ai 75 anni, indipendentemente dalle condizioni coesistenti o dall’età compresa tra i 65 e i 74 anni con almeno una condizione coesistente. Lo studio è stato condotto dal 4 giugno 2020 al 25 ottobre 2020, presso centri clinici e unità geriatriche in Argentina. L’endpoint primario della sperimentazione era lo sviluppo di una grave malattia respiratoria, definita come una frequenza respiratoria di ≥ 30 respiri al minuto, una saturazione di ossigeno pari a < 93%, mentre il paziente respirava aria ambiente, o entrambe. Si è sviluppata malattia respiratoria grave in 13 pazienti su 80 (16%) trattati con plasma convalescente e in 25 pazienti su 80 (31%) trattati con placebo (rischio relativo: 0,52; intervallo di confidenza [IC] al 95%: 0,29-0,94; P = 0,03). Il plasma convalescente non era associato ad alcun evento avverso grave. Gli autori hanno concluso che per gli anziani con sintomi lievi di COVID-19, il trattamento precoce con plasma convalescente ad alta titolazione contro SARS-CoV-2 ha ridotto il rischio di progressione a malattia respiratoria grave.

Link: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2033700

                                                                 

 21 dicembre 2020

Nei pazienti ricoverati con COVID-19, la combinazione del farmaco antinfiammatorio baricitinib più remdesivir è risultata superiore a remdesivir in monoterapia

Una sperimentazione in doppio cieco, randomizzata, controllata con placebo pubblicata online l’11 dicembre 2020 sul New England Journal of Medicine, ha confrontato il farmaco antivirale remdesivir con remdesivir più il farmaco antinfiammatorio baricitinib (un inibitore della janus chinasi) in 1.030 adulti ricoverati con COVID-19. L’endpoint primario, il tempo mediano al recupero, era di 7 giorni per la terapia combinata rispetto a 8 giorni per remdesivir in monoterapia (P = 0,03). Nell’analisi di sottogruppo, i pazienti che ricevevano ossigeno ad alto flusso o ventilazione non invasiva all’arruolamento si sono ripresi in 10 giorni con il trattamento combinato rispetto a 18 giorni con remdesivir in monoterapia. La mortalità a 28 giorni era del 5,1% nel gruppo di combinazione e del 7,8% nel gruppo di controllo, sebbene questa differenza non abbia raggiunto la significatività statistica (rapporto di rischio per decesso: 0,65; IC al 95%: 0,39–1,09).

Link: https://www.nejm.org/doi/10.1056/NEJMoa2031994

                                                                 

 18 dicembre 2020

Trasmissione di COVID-19 tra studenti e personale delle strutture scolastiche in Italia

È stata condotta un’indagine epidemiologica dettagliata per determinare il tasso di attacchi secondari di casi di COVID-19 verificatisi nei bambini in età scolare e nel personale di 41 classi in 36 scuole nella provincia di Reggio Emilia, nell’Italia settentrionale, dalla loro riapertura il 1° settembre fino al 15 ottobre 2020. Vi erano 48 casi indice (43 studenti, 5 membri del personale) tra circa 1.000 studenti e 200 membri del personale. Durante le indagini epidemiologiche, sono stati esaminati 1.200 contatti di questi casi indice e sono stati trovati 38 casi secondari (3,8%), tutti risultanti da casi studenteschi. Tuttavia, il tasso di attacchi secondari variava ampiamente tra le fasce d’età, con 14 casi di scuola materna ed elementare che avevano un tasso di attacchi secondari dello 0,38% e 28 casi di scuola media e superiore che avevano un tasso di attacchi secondari del 6,46%. Il basso tasso di attacchi secondari nelle scuole primarie ed elementari si è rivelato in linea con altri studi pubblicati fino a ora. Tuttavia, le scuole secondarie presentavano un tasso di trasmissione significativamente maggiore rispetto a quanto riportato in molti studi precedenti, ma non in tutti.

Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7730487/

                                                                

 10 dicembre 2020

Documento informativo FDA per il vaccino per COVID-19 Pfizer-BioNTech

La FDA ha reso disponibile il testo completo del documento informativo sul nuovo vaccino per COVID-19 Pfizer-BioNTech, che è attualmente in fase di valutazione per un’autorizzazione all’uso di emergenza (Emergency Use Authorization, EUA).

Link: https://www.fda.gov/media/144245/download

                                                               

 8 dicembre 2020

Il personale sanitario e i residenti delle strutture di lunga degenza riceveranno il vaccino per COVID-19 nella fase iniziale del programma di vaccinazione

Le raccomandazioni ad interim dell’Advisory Committee on Immunization Practices (ACIP) per l’assegnazione del vaccino per COVID-19 sono state pubblicate nel Morbidity and Mortality Weekly Report dei CDC il 3 dicembre 2020. Il rapporto discute le linee guida per la fase iniziale del programma nazionale di vaccinazione contro il COVID-19. Il comitato raccomanda che il personale sanitario e i residenti delle strutture di lunga degenza ricevano il vaccino nella fase iniziale. Il rapporto riconosce che anche se uno o più candidati al vaccino ricevono l’autorizzazione per l’uso di emergenza, si prevede che la domanda di vaccino supererà l’offerta durante i primi mesi del programma nazionale di vaccinazione. Il comitato ha notato che le strutture sanitarie in generale, e le strutture di lunga degenza, possono essere luoghi ad alto rischio per l’esposizione e la trasmissione di SARS-CoV-2. Il comitato ritiene che la protezione del personale sanitario sia fondamentale per preservare la capacità di cura dei pazienti con COVID-19 o altre malattie. I residenti in strutture di lunga degenza, a causa della loro età, degli alti tassi di condizioni mediche sottostanti e dei contesti di vita familiare in comune, sono ad alto rischio di infezione e malattia grave dovuta a COVID-19. Ciò è stato sottolineato riferendo che, al 15 novembre 2020, erano stati segnalati circa 500.000 casi di COVID-19 e 70.000 decessi associati tra i residenti di case di cura specialistiche.

Il gruppo di lavoro COVID-19 era composto da esperti di vaccini ed etica. Hanno tenuto più di 25 riunioni per esaminare i dati relativi ai candidati al vaccino e alla sorveglianza e alla modellazione COVID-19, nonché la letteratura sull’assegnazione dei vaccini pubblicata e le relazioni di esperti esterni. Inoltre, vi sono state sette riunioni pubbliche dell’ACIP che affrontavano i temi del vaccino per COVID-19. Il comitato è stato guidato dai principi di massimizzazione dei benefici, minimizzazione dei danni, promozione della giustizia e mitigazione delle disuguaglianze sanitarie. La raccomandazione ad interim potrebbe essere aggiornata sulla base di ulteriori dati di sicurezza ed efficacia provenienti da sperimentazioni cliniche di fase III e dalle condizioni dell’autorizzazione all’uso di emergenza della FDA.

Link: https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/69/wr/mm6949e1.htm

                                                             

 7 dicembre 2020

 Le varianti di SARS-CoV-2 sono associate a differenze di esito

Diversi studi hanno riscontrato ampie differenze nei rapporti tra infezione e mortalità dell’infezione da SARS-CoV-2. La maggior parte degli autori ritiene che queste differenze siano dovute a diversi profili di età e fattore di rischio, prevalenza specifica per età di COVID-19 per varie popolazioni e miglioramento del trattamento dall’inizio della pandemia. Uno studio pubblicato in prestampa sul server medRxiv ha esaminato se diversi ceppi di SARS-CoV-2 abbiano rapporti tra infezione e mortalità differenti, il che potrebbe contribuire a spiegare l’eterogeneità dei rapporti tra infezione e mortalità tra più studi. Gli autori hanno analizzato i dati sui genomi virali e gli esiti clinici di 3.637 pazienti nel database GISAID (Global Initiative on Sharing Avian Influenza Data) e hanno utilizzato l’analisi di regressione logistica per determinare se alcune varianti fossero associate alla gravità della malattia. Hanno scoperto che nello studio era presente un gran numero di varianti del virus. Dodici varianti erano considerate comuni ed erano presenti in oltre il 5% della popolazione dello studio. Di queste varianti comuni, solo 2 avevano un’associazione doppia o maggiore con probabilità di esito lieve o grave. Sono state osservate 157 varianti rare, di cui 84 erano associate a una probabilità doppia di un esito lieve o grave (17 gravi [odds ratio > 2] e 67 lievi [odds ratio < 0,5]). L’aggiunta di informazioni sulla variante genomica virale ha migliorato sostanzialmente l’accuratezza di un modello predittivo che utilizzava solo età, sesso e regione.

Link: https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.12.01.20242149v1

                                                               

 3 dicembre 2020

 Il delirio è comune nei pazienti anziani che si presentano con COVID-19

Il delirio è uno stadio acuto di confusione caratterizzato da disturbi di attenzione, coscienza e cognizione. Il delirio è noto per essere un sintomo comune che si presenta negli anziani con malattia grave ed è associato a esiti avversi, tra cui ricovero ospedaliero prolungato e decesso. Uno studio, pubblicato su JAMA Network Online il 19 novembre 2020, ha utilizzato una coorte di 847 pazienti consecutivi di età ≥ 65 anni che si sono presentati al Pronto soccorso in 7 centri negli Stati Uniti e hanno successivamente ricevuto una diagnosi di COVID-19. In particolare, il delirio è stato riscontrato nel 28% degli 847 pazienti ed è stato il principale sintomo di presentazione nel 16% di questi pazienti. Complessivamente, il delirio era il sesto più comune tra tutti i sintomi e i segni presenti. Inoltre, il 37% dei pazienti con delirio non presentava altri sintomi tipici di COVID-19 come tosse e febbre. Il delirio alla presentazione era anche significativamente collegato a un aumento del rischio di esiti ospedalieri infausti, tra cui ricovero in unità di terapia intensiva e decesso. I fattori che hanno contribuito a determinare se un paziente presentasse delirio includevano età > 75 anni, vivere in una residenza assistita o in una struttura di assistenza specializzata, uso precedente di farmaci psicoattivi, problemi di vista o udito, ictus e malattia di Parkinson. Questo studio sottolinea l’importanza del delirio come sintomo di presentazione di COVID-19 nei pazienti anziani.

Link: https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2773106

                                                             

 2 dicembre 2020

 L’iperglicemia da ricovero è un forte predittore di mortalità nei pazienti ricoverati in ospedale affetti da COVID-19, indipendentemente dal diabete

Il diabete è un fattore di rischio noto di COVID-19 grave e decesso. È interessante notare che uno studio su Annals of Medicine ha dimostrato che alti livelli di glucosio sierico da soli, indipendentemente dalla diagnosi di diabete, sono correlati alla gravità e alla mortalità del COVID-19. I ricercatori in Spagna, usando un registro nazionale, hanno analizzato retrospettivamente i dati di 11.312 pazienti positivi al COVID-19 presso 109 ospedali in Spagna dal 1° marzo al 31 maggio 2020. I ricercatori hanno considerato i pazienti affetti da diabete quando la loro cartella clinica mostrava una diagnosi di diabete o evidenza di farmaco antidiabetico utilizzato al momento del ricovero ospedaliero.

I pazienti sono stati caratterizzati in tre gruppi a seconda dei livelli di glucosio nel sangue al momento del ricovero ospedaliero: nella norma < 140 mg/dL), high (140–180 mg/dL), and very high blood glucose (> (180 mg/dl). Anche dopo il controllo per altri fattori di rischio (incluso il diabete precedente) in un modello di regressione di Cox multivariato, i livelli di glucosio nel sangue sono rimasti un predittore significativo di decesso, con il gruppo molto alto che presentava un rapporto di rischio (hazard ratio, HR) 1,50, CI al 95%: 1,31-1,73, p < 0,001 e il gruppo alto HR 1,48, CI al 95%: 1,29-1,70, p < 0,001.

Link: https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/07853890.2020.1836566

                                                            

 30 novembre 2020

 Dita dei piedi da COVID: Una manifestazione di interferonopatia indotta dal virus

Durante la pandemia di COVID-19, sono state segnalate chiazze rosse pruriginose e dolorose, gonfiore e vesciche alle dita dei piedi e, raramente, ai talloni e alle dita della mano. Questa condizione prende il nome di geloni, ma è stata definita “dita dei piedi da COVID” durante la pandemia. Una serie di casi pubblicata su JAMA Dermatology ha discusso di 40 pazienti che si sono presentati con lesioni simili a geloni in una clinica COVID di Nizza, in Francia, in un periodo di meno di due settimane. Questa presentazione è stata molto insolita perché l’area intorno a Nizza è temperata. Le manifestazioni delle lesioni simili a geloni corrispondevano alla diffusione locale di SARS-CoV-2. La maggior parte dei pazienti era giovane, con un’età mediana di 22 anni (intervallo da 12 a 67 anni) e senza ulteriori problemi medici. I ricercatori hanno scoperto che tutti questi pazienti presentavano segni di una risposta immunitaria iperattiva. Si noti che tutti i pazienti della serie presentavano risultati negativi al test PCR per COVID-19 e solo il 30% circa presentava anticorpi contro il virus. Ulteriori risultati comuni includevano livelli accresciuti di D-dimero, infiammazione linfocitaria, danno vascolare rilevato con biopsia cutanea e una risposta significativa dell’interferone alfa rispetto ai pazienti con infezione da COVID-19 acuta PCR-positiva. Ventiquattro pazienti (60%) hanno riferito di essere stati a contatto con possibili casi di COVID-19 e 11 (27,5%) hanno soddisfatto la definizione di possibile COVID-19 nelle 6 settimane precedenti l’insorgenza di lesioni simili a geloni.

 

L’articolo ha esaminato il potenziale legame tra queste lesioni cutanee e l’infezione da SARS-CoV-2. I ricercatori hanno osservato una risposta dell’interferone-alfa significativamente maggiore nei pazienti con lesioni simili a geloni rispetto a quelli con COVID-19 moderata o grave. La produzione di interferone-alfa è più elevata nell’infanzia e nella giovane età adulta, e poi diminuisce con l’età. Gli autori sottolineano che, per quanto a loro conoscenza, le lesioni simili a geloni non sono mai state riportate in letteratura in alcuna descrizione di forme moderate o gravi di COVID-19. Ritengono che la risposta esagerata all’interferone di tipo I possa anche spiegare il tasso relativamente basso di sieropositività nei pazienti con lesioni simili a geloni perché questi pazienti sono stati in grado di eliminare l’infezione da SARS-CoV-2 prima che si verificasse l’immunità umorale. L’articolo ha concluso che queste lesioni sono manifestazioni di un’interferonopatia indotta dal virus e ha suggerito che ciò fosse causato da un’infezione da SARS-CoV-2, ma hanno affermato che non è dimostrata la prova definitiva di un legame causale tra COVID-19 e lesioni simili a geloni.

Link: https://jamanetwork.com/journals/jamadermatology/fullarticle/2773121

                                                           

 24 novembre 2020

 L’FDA rilascia l’autorizzazione all’uso di emergenza (emergency use authorization, EUA) per il primo kit di analisi domiciliare per COVID-19

Lucira Health ha ricevuto l’autorizzazione di emergenza della FDA per un kit di autotest per COVID-19. Questo kit di test tutto in uno è destinato a rilevare il virus SARS-CoV-2 che causa il COVID-19. Il test utilizza una tecnologia chiamata reazione di amplificazione isotermica mediata da loop (loop-mediated isothermal amplification reaction, LAMP). LAMP utilizza una tecnica a provetta singola per l’amplificazione dell’acido nucleico. Può anche essere utilizzata per l’RNA con una fase aggiuntiva che richiede la trascrizione inversa. Se nel campione è presente la firma dell’RNA di SARS-CoV-2, LAMP amplifica ripetutamente l’acido nucleico, modificando la torbidità del campione, che può quindi essere letta dall’unità di test. Il test Lucira COVID-19 All-In-One Test Kit è autorizzato per l’uso domiciliare su prescrizione per soggetti di età pari o superiore a 14 anni il cui operatore sanitario sospetti siano affetti da COVID-19. Il test è inoltre autorizzato per l’uso in contesti di punto di assistenza (ad es.: ambulatori medici, ospedali, strutture sanitarie d’emergenza e Pronto soccorso) e in individui di età pari o inferiore a 13 anni quando il campione viene raccolto da un operatore sanitario. Il test Lucira è stato in grado di rilevare accuratamente il 94,1% delle infezioni rispetto ad altri test PCR ad alta sensibilità. La sensibilità del test diminuisce quando la carica virale è bassa. Lucira ha ottenuto una concordanza positiva del 100% con gli altri test PCR escludendo i campioni con livelli molto bassi di virus che probabilmente non riflettevano più l’infezione attiva. Il test non è stato valutato in soggetti asintomatici.

 

Ecco come funziona: si colloca la fiala fornita nell’unità di test alimentata a batteria, si tampona il naso (come avviene in altri test nasali per COVID-19), si rimescola il tampone nella fiala, quindi si tappa la fiala e si preme verso il basso fino a sentire un clic e la spia “pronto” inizia a lampeggiare. Una volta completato il test, i risultati si illumineranno come positivi o negativi in circa 30 minuti.

Link al comunicato stampa: https://www.fda.gov/news-events/press-announcements/coronavirus-covid-19-update-fda-authorizes-first-covid-19-test-self-testing-home

Link: https://www.fda.gov/media/143810/download

                                                          

 23 novembre 2020

 La distribuzione del vaccino è una componente fondamentale del successo

Lo studio “Clinical Outcomes Of A COVID-19 Vaccine: Implementation Over Efficacy” di A. David Paltiel,  Jason L. Schwartz,  Amy Zheng e  Rochelle P. Walensky ha modellato gli esiti teorici sulla popolazione dei vaccini con vari gradi di efficacia nella riduzione della suscettibilità alle infezioni, della progressione della malattia e della gravità della malattia. Gli esiti di interesse sulla popolazione includevano infezioni cumulative, ricoveri ospedalieri e decessi. I ricercatori hanno anche esaminato come gli esiti sarebbero variati con diverse ipotesi iniziali, tra cui il ritmo di espansione, il grado di accettazione pubblica e le variazioni nell’epidemiologia della malattia (ad es.: numero di riproduzione efficace, Rt).

Hanno scoperto che il modo in cui il vaccino veniva distribuito in una popolazione (ossia: il ritmo di produzione, consegna e somministrazione, l’ampiezza della copertura) aveva lo stesso effetto sugli esiti dell’effettiva efficacia biologica del vaccino. Era importante che le alte prestazioni di qualsiasi singola variabile del vaccino non superassero le basse prestazioni in altre e che raggiungessero e mantenessero un Rt basso (ovvero, attraverso misure di salute pubblica) durante l’intero periodo di vaccinazione, non solo all’inizio.

Link: https://www.healthaffairs.org/doi/10.1377/hlthaff.2020.02054

                                                       

 10 novembre 2020

 Una variante del virus SARS-CoV-2 può eludere l’immunità mediata da anticorpi

I ricercatori dell’University of Glasgow Centre for Viral Research hanno svolto una relazione su N439K, una variante del virus SARS-CoV-2 con una mutazione nel motivo di legame del recettore che gli consente di eludere l’immunità mediata da anticorpi dell’organismo mantenendo la virulenza. La variante N439K è stata identificata per la prima volta in Scozia e successivamente è apparsa in 12 Paesi, compresi gli Stati Uniti, ed è la seconda variante più comunemente osservata a livello mondiale.

Il dominio di legame del recettore (receptor binding domain, RBD) è la porzione della proteina “spike” virale che consente al virus di entrare nelle cellule. Il bersaglio primario della risposta anticorpale neutralizzante all’interno dell’RBD è un’area chiamata motivo di legame del recettore (receptor binding motif, RBM). È stato osservato che il motivo di legame del recettore ha una maggiore plasticità ed è meno conservato rispetto all’RBD o all’intera proteina “spike”. La variante di legame del recettore con la mutazione N439K è associata a uno spettro clinico della malattia simile e a cariche virali leggermente superiori in vivo rispetto alle varianti “wild-type” senza questa mutazione. Inoltre, è stato osservato che la variante si lega meglio alle cellule umane nella coltura cellulare e si moltiplica un po’ più velocemente. I ricercatori hanno valutato isolati di anticorpi monoclonali da soggetti che si sono ripresi dall’infezione da SARS-CoV-2 nelle prime fasi della pandemia, nonché gli anticorpi monoclonali REGN10933, REGN10987, LY-CoV555 e S309. Hanno scoperto che il 15,5% degli anticorpi monoclonali ha dimostrato una riduzione di > 2 volte del legame del dominio di legame del recettore della mutazione N439K. Il rapporto suggerisce che il monitoraggio dell’evoluzione di SARS-CoV-2 sarà importante. Anche se SARS-CoV-2 si sta evolvendo lentamente e, attualmente, dovrebbe essere controllabile da un singolo vaccino, la variazione che si accumula nell’RBM potrebbe mettere a rischio questo controllo, specialmente per i soggetti con una risposta anticorpale moderata alla vaccinazione o all’infezione.

Link: https://www.biorxiv.org/content/10.1101/2020.11.04.355842v1.full.pdf

                                                        

 4 novembre 2020

 Livelli elevati di troponina sono predittivi di mortalità a 30 giorni nei pazienti con COVID-19

Uno studio di coorte osservazionale pubblicato sul Journal of the American Heart Association il 30 ottobre 2020 ha identificato 446 pazienti con COVID-19 che avevano effettuato la misurazione dei seguenti biomarcatori sierici: troponina‐I (TnI), peptide natriuretico di tipo B, proteina C-reattiva, ferritina e D‐dimero. L’endpoint primario dello studio era la mortalità ospedaliera a 30 giorni. I ricercatori hanno scoperto che l’aumento di questi biomarcatori era comune nei pazienti con COVID-19 grave, ma solo l’aumento della troponina I era predittivo in modo indipendente di mortalità a 30 giorni. Con i dati raccolti sui pazienti in questo gruppo, hanno costruito un punteggio di rischio per la mortalità a 30 giorni. Sono stati calcolati i punteggi per ciascun paziente: 2 punti per l’aumento grave della troponina (livello di troponina ≥ 0,34 ng/ml), 1 punto per l’età compresa tra 65 e 74 anni, 2 punti per l’età superiore a 75 anni e 1 punto per l’ipossia alla presentazione. I pazienti con punteggi pari a 0 avevano una mortalità a 30 giorni dello 0%, mentre i pazienti con un punteggio pari a 5 avevano una mortalità a 30 giorni del 65,5%. Complessivamente, i pazienti con un punteggio inferiore a 3 avevano una mortalità ospedaliera a 30 giorni del 5,9%, mentre i pazienti con un punteggio pari o superiore a 3 avevano una mortalità a 30 giorni del 43,7%. La convalida del punteggio di rischio è stata eseguita utilizzando una coorte di pazienti indipendente (n = 440) da pazienti nella coorte più ampia sottoposta a misurazione della troponina sierica, ma non di tutti gli altri biomarcatori.

Link: https://www.ahajournals.org/doi/10.1161/JAHA.120.018477

                                               

 2 novembre 2020

 Gli anticorpi monoclonali anti-COVID-19 si rivelano promettenti in una sperimentazione in corso

In un comunicato stampa del 28 ottobre 2020, Regeneron ha aggiornato i risultati della sperimentazione in corso in pazienti ambulatoriali del suo cocktail di anticorpi monoclonali, REGN-COV2 (una combinazione di due anticorpi monoclonali). Questo aggiornamento ha aggiunto altri 524 pazienti, ai 275 inizialmente riportati in un comunicato stampa precedente. La sperimentazione è uno studio randomizzato, in doppio cieco che misura gli effetti dell’aggiunta di REGN-COV2 rispetto al placebo allo standard di cura abituale. Regeneron ha annunciato che la sperimentazione di fase 2/3 in corso del proprio cocktail di anticorpi monoclonali ha ottenuto risultati positivi e ha soddisfatto l’endpoint primario e un endpoint secondario chiave. In particolare, REGN-COV2 ha ridotto significativamente la carica virale e le visite mediche dei pazienti per una coorte di pazienti con una forma di COVID-19 da lieve a moderata. Regeneron ha condiviso questi risultati con la FDA statunitense, che sta esaminando una domanda di autorizzazione all’uso di emergenza per la dose minima di REGN-COV2 per il trattamento di adulti, con una forma di COVID-19 da lieve a moderata, ad alto rischio di esiti non positivi.

Link al comunicato stampa: https://newsroom.regeneron.com/news-releases/news-release-details/regenerons-covid-19-outpatient-trial-prospectively-demonstrates

                                                   

  30 ottobre 2020

 La produzione di autoanticorpi è comune nei pazienti con COVID-19 grave

Un recente studio in attesa di revisione tra pari ha rilevato che circa la metà dei pazienti con COVID-19 grave presentava autoanticorpi nel siero, principalmente anticorpi antinucleari (antinuclear antibody, ANA) e fattore reumatoide (FR). Questo studio retrospettivo ha arruolato 52 pazienti senza anamnesi di disturbi autoimmuni. Secondo la COVID-19 Severity Scale del NIH, 50 pazienti sono stati designati come critici mentre 2 presentavano malattia grave. L’anticorpo antinucleare era positivo (titolo ≥ 1:80) nel 44% dei pazienti e il fattore reumatoide era positivo nel 24%. Si ipotizza che questi autoanticorpi possano contribuire alla gravità della malattia acuta da COVID-19 e, se persistenti nell’organismo, possano anche essere responsabili di casi di “COVID-19 persistente”. Lo studio non è stato progettato per dimostrare causa ed effetto e gli autori riconoscono la possibilità che gli autoanticorpi siano semplicemente una conseguenza del COVID-19 (e forse di altre gravi malattie virali) piuttosto che una causa. Tuttavia, questo risultato potrebbe fornire ulteriori evidenze a sostegno dell’uso di farmaci immunomodulanti nell’infezione grave da COVID-19, insieme a un modo per identificare i candidati a tale intervento. Uno degli autori, Matthew Woodruff, ha inoltre pubblicato una discussione meno tecnica sullo studio e i suoi risultati online su The Conversation il 23 ottobre 2020.

Link allo studio: https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.10.21.20216192v2

                                                  

  27 ottobre 2020

 Considerazioni per un’autorizzazione all’uso di emergenza dei vaccini anti-COVID-19

Un punto di vista, pubblicato sul New England Journal of Medicine il 16 ottobre 2020, ha discusso alcuni dei problemi relativi alla disponibilità di un vaccino anti-COVID-19 in base a un’autorizzazione all’uso di emergenza. Gli autori sottolineano la necessità di bilanciare l’urgenza di avere un vaccino per rispondere a una grave emergenza sanitaria pubblica rispetto alla necessità di avere dati sufficienti sulla sicurezza e sull’efficacia. Gli autori discutono il ragionamento alla base della loro raccomandazione di monitorare i partecipanti alla sperimentazione clinica per due mesi dopo la somministrazione del vaccino per raccogliere dati adeguati a supporto di un’autorizzazione all’uso di emergenza. Sottolineano che, sebbene la maggior parte degli eventi avversi sia collegata alla vaccinazione e inizi entro sei settimane dalla somministrazione del vaccino, le valutazioni complete di sicurezza ed efficacia richiedono un periodo di follow-up più lungo. Avvertono che qualsiasi riduzione di questo periodo di follow-up minimo minerebbe la credibilità scientifica e la fiducia del pubblico nella decisione di autorizzare qualsiasi vaccino per l’uso ai sensi di un’autorizzazione all’uso di emergenza.

Link: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMp2031373

                                                 

  26 ottobre 2020

 Nuovo co-fattore che facilita l’infettività di SARS-CoV-2

I ricercatori che hanno cercato di capire perché il SARS-CoV-2 è altamente infettivo e perché il virus colpisce così tanti sistemi organici a differenza del SARS-CoV, hanno quindi confrontato la struttura delle rispettive proteine “spike” virali usando il sequenziamento genomico. Hanno scoperto che il primo ha acquisito una piccola sequenza di aminoacidi che sembra simulare una sequenza proteica presente nelle proteine umane che interagiscono con la neuropilina-1 (NRP1). Questa sequenza si trova anche nelle proteine S di molti virus umani devastanti, tra cui Ebola, HIV-1 e ceppi altamente patogeni di influenza aviaria. I ricercatori ritengono che la NRP1 sia un cofattore coinvolto nell’ingresso virale nelle cellule e che migliori la capacità del virus di infettare le cellule che presentano una bassa espressione del recettore dell’enzima di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2). La NRP1 è localizzata negli epiteli respiratori e olfattivi. Un motivo per cui il SARS-CoV-2 ha un alto tasso di trasmissione, al contrario del SARS-CoV, è che il virus che causa COVID-19 infetta sia le vie respiratorie superiori che quelle inferiori. Di conseguenza, il SARS-CoV-2 è presente nella mucosa nasale ed è più facile da diffondere e disperdere con tosse, starnuti e respirazione. Il team di ricerca è stato in grado di dimostrare che questa parte extra della proteina “spike” virale sul virus SARS-CoV-2 si lega al recettore NRP1 sulla superficie delle cellule umane e che questo legame potenzia significativamente l’ingresso virale nelle cellule tramite il recettore ACE2. Gli autori hanno spiegato che, sebbene l’attenzione ad oggi sia stata quasi interamente rivolta al ruolo dei recettori ACE2 nell’ingresso di SARS-CoV-2 nelle cellule, questa nuova conoscenza rivela come il virus possa sfruttare il recettore NRP1 per avere accesso alle cellule. Ciò potrebbe spiegare perché il pattern dell’espressione dei recettori ACE2 non corrisponde al tropismo dei tessuti di SARS-CoV-2. Questa scoperta, pubblicata su Science il 20 ottobre 2020, è stata effettuata da un team tedesco-finlandese di sperimentatori e, cosa importante, fornisce un terreno per le terapie antivirali precedentemente non riconosciuto.

Link: https://science.sciencemag.org/content/early/2020/10/19/science.abd2985

                                                

  21 ottobre 2020

 Le manifestazioni neurologiche sono comuni nei pazienti ricoverati con COVID-19

Uno studio retrospettivo di 509 pazienti consecutivi con COVID-19 ricoverati dal 5 marzo al 6 aprile in 10 ospedali del Northwestern Medicine Healthcare System nell’area di Chicago ha cercato la presenza di sintomi neurologici al momento del ricovero e durante il ricovero in ospedale. In questo studio, pubblicato su Annals of Clinical and Translational Neurology, le manifestazioni neurologiche sono state mialgie (44,8%), cefalee (37,7%), encefalopatia (31,8%), capogiri (29,7%), disgeusia (15,9%) e anosmia (11,4%). Ictus, disturbi del movimento, deficit motori e sensoriali, atassia e convulsioni non erano comuni (0,2-1,4% dei pazienti ciascuno). L’encefalopatia era associata a una durata della degenza ospedaliera triplicata e ad esiti clinici peggiori dopo aver lasciato l’ospedale. L’82% dei pazienti ha presentato o manifestato un qualche tipo di sintomo neurologico, osservando la gamma di sintomi neurologici, tra cui cefalee, mialgie, encefalopatia, vertigini, disgeusia e anosmia. Lo studio ha dimostrato che le manifestazioni neurologiche si verificano nella maggior parte dei pazienti ricoverati con COVID-19 e che l’encefalopatia era associata in modo indipendente a un aumento di morbilità e mortalità.

Link: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/acn3.51210

                                        

  20 ottobre 2020

 La probabilità che le donne in gravidanza infettate da SARS-CoV-2 trasmettano il virus ai neonati è bassa

Uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics online il 12 ottobre 2020 indica che separare le madri positive al COVID-19 dai neonati potrebbe non essere giustificato e che l’allattamento al seno diretto sembra sicuro. Un’analisi di coorte retrospettiva dei primi 101 neonati nati da 100 madri con infezioni perinatali da SARS-CoV-2 presso due grandi ospedali affiliati al Columbia University Irving Medical Center dal 13 marzo al 24 aprile 2020, ha rilevato che l’incidenza complessiva di trasmissione era pari al 2,0% (IC al 95%: 0,2%–7,0%—2 neonati) e nessuna evidenza di infezione clinica nella coorte di neonati. Inoltre, 55 neonati sono stati seguiti nelle prime 2 settimane di vita in una nuova clinica di follow-up neonatale per COVID-19 e sono rimasti tutti in salute. Per quanto a conoscenza dell’autore, questa è stata la serie più grande di nati da madri positive o con sospetta infezione da SARS-CoV-2 fino ad oggi.Complessivamente, non c’era alcuna evidenza clinica di infezione da COVID-19 neonatale. Lo studio sostiene il mantenimento di pratiche di cura neonatale basate su evidenze come il “rooming-in”, l’allattamento al seno e il ritardo del bagnetto e suggerisce che separare le madri positive al SARS-CoV-2 dai neonati ed evitare l’allattamento diretto potrebbe non essere giustificato.

Link: https://jamanetwork.com/journals/jamapediatrics/fullarticle/2771636

                                              

  19 ottobre 2020

  Studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità rivela che remdesivir e altri farmaci riconvertiti sono inefficaci nel COVID-19 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha recentemente condotto una sperimentazione randomizzata su larga scala, ma non in cieco o controllata con placebo, per valutare l’efficacia di quattro farmaci antivirali riconvertiti nel trattamento del COVID-19. I farmaci antivirali includevano remdesivir, idrossiclorochina, lopinavir (combinazione a dose fissa con ritonavir) e interferone. La sperimentazione ha coinvolto 11.266  pazienti adulti con COVID-19 ricoverati in 405 ospedali in 30 Paesi. I pazienti sono stati divisi casualmente in diversi gruppi di farmaci e hanno ricevuto qualunque farmaco dello studio fosse disponibile a livello locale o di controllo in aperto. In questo studio, 2.750 pazienti hanno ricevuto remdesivir, 954 hanno ricevuto idrossiclorochina, 1.411 hanno ricevuto lopinavir, 651 hanno ricevuto interferone e lopinavir, 1.412 hanno ricevuto solo interferone e 4.088, il gruppo di controllo, non hanno ricevuto alcun farmaco dello studio. Lo studio ha scoperto che nessuno di questi farmaci ha ridotto l’avvio della ventilazione, la mortalità o la durata della degenza ospedaliera rispetto al gruppo di controllo. I dati non sottoposti a revisione tra pari sono stati pubblicati sul server di prestampa di medRxiv dagli sperimentatori di SOLIDARITY.

Link: https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.10.15.20209817v1

                                              

  15 ottobre 2020

 Eccesso di decessi ed effetti della pandemia di COVID-19 

Un editoriale del numero del 12 ottobre 2020 del Journal of the American Medical Association ha riassunto e commentato diversi rapporti pubblicati in quel numero del Journal in merito alla mortalità, ai costi economici ed emotivi della pandemia di COVID-19 negli Stati Uniti. Dal 1° marzo al 1° agosto 2020, negli Stati Uniti si è verificato un totale di 1.336.561 decessi, un aumento del 20% rispetto al previsto, vale a dire un eccesso di 225.530 decessi, il 67% dei quali erano attribuibili direttamente al COVID-19. Gli altri decessi in più sono ragionevolmente attribuibili ad altri fattori correlati alla pandemia. La proiezione di questo periodo di 5 mesi fino al resto del 2020 suggerisce che quest’anno si saranno verificati più di 400.000 decessi in più, avvicinandosi al numero di decessi statunitensi della Seconda Guerra Mondiale. Un altro articolo attira l’attenzione su altre conseguenze della pandemia, suggerendo che per ogni decesso circa nove membri della famiglia sono colpiti da un dolore prolungato o sintomi di disturbo da stress post-traumatico. Un altro articolo stima i costi finanziari della pandemia.

Link: https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2771758

                                            

  13 ottobre 2020

 Il SARS-CoV-2 toglie i freni al sistema immunitario dell’organismo, con conseguenti danni ai tessuti sani causati dalla cascata complementare della via alternativa

Il virus SARS-CoV-2 ha la capacità di rivoltare il sistema immunitario contro le cellule sane. I ricercatori della John Hopkins University School of Medicine hanno identificato un meccanismo mediante il quale il virus consente a una serie a cascata di reazioni biologiche definita complemento della via alternativa (alternative pathway complement, APC) di attaccare e danneggiare gli organi sani. Il ruolo dell’attivazione del complemento e il suo contributo alla gravità della malattia sono sempre più riconosciuti nel COVID-19,ma il meccanismo di attivazione del complemento non era noto. Dalle ricerche precedenti, si è scoperto che il virus si lega all’eparan solfato, un carboidrato complesso sulla superficie cellulare, per legarsi quindi al recettore ACE2, consentendogli di entrare nella cellula. Oltre all’interazione virale, l’eparan solfato sulle superfici cellulari è importante anche per il fattore di legame H, un regolatore negativo dell’APC. Quando il virus SARS-CoV-2 si lega all’eparan solfato della superficie cellulare, il virus blocca il fattore H dal legame e regola il sistema del complemento della via alternativa. Questa perdita di regolazione inibitoria rilascia l’APC, con conseguenti danni del sistema immunitario a tessuti e organi sani. Il team di ricerca ha scoperto che, bloccando un’altra proteina nota come fattore D che agisce a monte nella via dal fattore H, è stato in grado di arrestare la catena distruttiva degli eventi innescata da SARS-CoV-2. La scoperta che le proteine “spike” del SARS-CoV-2 attivano l’APC ha profonde implicazioni per comprendere la disfunzione multiorgano, la coagulopatia e le lesioni endoteliali caratteristiche del COVID-19. I risultati hanno implicazioni terapeutiche per il COVID-19 e aumentano la prospettiva di una terapia mirata con inibitori del complemento che si legano a monte del fattore H, il che potrebbe essere efficace nell’interruzione dell’attivazione della cascata complementare da parte di SARS-CoV-2.

Link: https://ashpublications.org/blood/article/doi/10.1182/blood.2020008248/463611/Direct-activation-of-the-alternative-complement

                                           

  9 ottobre 2020

 Gli anticorpi anti-COVID-19 nelle donazioni di plasma convalescente diminuiscono in 3-4 mesi

Uno studio longitudinale condotto in Quebec, Canada, riportato da Healio News e pubblicato come lettera sulla rivista Blood il 1° ottobre 2020, ha riferito di 15 donatori di plasma convalescente che hanno donato il plasma più volte. La loro prima donazione è avvenuta 33-77 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi e l’ultima donazione è avvenuta 66-114 giorni dopo.  Alla prima donazione di tutti i donatori erano presenti anticorpi anti-dominio di legame dei recettori (receptor-binding domain, RBD) e il livello era diminuito tra la prima e l’ultima donazione di tutti i donatori. I ricercatori hanno suddiviso i tempi delle donazioni in quattro intervalli quartili (33-53, 54-69, 70-84 e 85-114 giorni). I livelli anticorpali sono rimasti stabili tra il primo, il secondo e il terzo quartile con una riduzione ridotta ma non statisticamente significativa. Al contrario, tra il 3° e il 4° quartile, è stata osservata una marcata diminuzione (36,8%; p = 0,0052) dei livelli anticorpali. Questo risultato avvisa le persone convalescenti da COVID-19 e che desiderano donare plasma ematico che non devono aspettare troppo a lungo una volta che diventino idonee e avvisa i medici che devono controllare il plasma donato per la presenza di anticorpi prima di somministrarlo ai pazienti.

Link: https://www.healio.com/news/hematology-oncology/20201001/covid19-antibodies-in-convalescent-plasma-donations-wane-by-3-to-4-months?ecp%20=%207e47bd7b-fe8e-4fe6-aa89-4526a98357d5&M_BT=3679670404669

     https://ashpublications.org/blood/article/doi/10.1182/blood.2020008367/463996/Waning-of-SARS-CoV-2-RBD-antibodies-in

                                          

  8 ottobre 2020

 Uno studio dimostra che il contatto ad alto rischio riveste un ruolo importante nella trasmissione del COVID-19 in India

In uno dei più ampi studi condotti finora sulla trasmissione di COVID-19, gli sforzi di tracciamento dei contatti hanno raggiunto 3.084.885 soggetti esposti a 84.965 pazienti con coronavirus positivi al test in due Stati in India. I ricercatori hanno esaminato 575.071 contatti che avevano dati epidemiologici individuali e i risultati di test di laboratorio disponibili. Lo studio è stato pubblicato su Science il 30 settembre 2020. I ricercatori del Princeton Environmental Institute, della John Hopkins University e della University California Berkeley hanno collaborato con i funzionari della sanità pubblica negli Stati indiani sudorientali di Tamil Nadu e Andra Pradesh. I dati hanno dimostrato che i pazienti infetti sono entrati in contatto con circa 7 persone, in media, e che il 71% dei pazienti positivi non ha infettato alcun contatto. Per i contatti ad alto rischio (che avevano stretto contatto sociale o contatto fisico diretto con casi indice senza misure protettive), il tasso di trasmissione (da un caso indice a un contatto esposto) era di circa il 10,7%. Per i contatti a basso rischio (prossimità dei casi indice, ma che non soddisfacevano questi criteri di esposizione ad alto rischio), il tasso di trasmissione era di circa il 4,7%. Nello studio, i bambini e i giovani adulti erano i dati demografici chiave che diffondevano il virus e, più spesso, il virus veniva trasmesso a qualcuno della loro stessa età. Questo dato demografico è potenzialmente più importante nella trasmissione del virus, quindi è stato identificato in studi precedenti. Lo studio evidenzia il ruolo della trasmissione mediante contatto ad alto rischio.

Link: https://science.sciencemag.org/content/early/2020/09/29/science.abd7672

 

 2 ottobre 2020

 Le anomalie immunologiche possono spiegare perché alcuni pazienti altrimenti sani sviluppano COVID-19 grave

Due studi pubblicati di recente sulla rivista Science hanno fatto luce sul motivo per cui le persone possono sviluppare COVID-19 grave. I ricercatori hanno scoperto che alcuni pazienti hanno anticorpi contro le proteine dell’interferone e altri presentano errori congeniti o mutazioni genetiche che ostacolano la produzione e la funzione dell’interferone. Nell’esaminare gli anticorpi anti-interferone nei pazienti con polmonite da COVID-19 grave, hanno scoperto che su 987 pazienti testati con COVID-19 grave, 101 dei pazienti presentavano auto-anticorpi neutralizzanti contro gli interferoni di tipo 1. In confronto, tra 663 soggetti che avevano sviluppato una forma asintomatica o lieve di COVID-19, nessuno presentava gli anticorpi anti-interferone. I ricercatori hanno inoltre riscontrato che i pazienti di età superiore ai 65 anni avevano maggiori probabilità di sviluppare anticorpi anti-interferone. Gli interferoni sono un insieme di 17 proteine cruciali che proteggono le cellule dell’organismo dai virus.Le persone prive di interferoni di tipo I non possono sviluppare unarisposta immunitaria efficace. I ricercatori hanno precedentemente dimostrato che un numero significativo di pazienti con COVID-19 grave presentava una rara variante genetica in 13 geni critici per la difesa immunitaria dell’organismo contro l’influenza e in questo studio hanno riscontrato mutazioni simili in 23 pazienti su 659 (3,5%) con polmonite da COVID-19 grave. Questo risultato può fornire una migliore comprensione del motivo per cui alcune persone sviluppano una malattia grave, mentre altre no. I pazienti che hanno sviluppato polmonite da COVID-19 grave non avevano un gene funzionante e non producevano alcun interferone di tipo I rilevabile in risposta all’infezione da SARS-CoV-2. Nel complesso, errori congeniti e anomalie immunologiche che causano l’assenza di interferoni di tipo 1 potrebbero svolgere un ruolo in fino al 14% dei casi più gravi di infezione da COVID-19. Queste due pubblicazioni evidenziano il ruolo cruciale degli interferoni di tipo I nell’immunità protettiva contro SARS-CoV-2.

Link: https://science.sciencemag.org/content/early/2020/09/23/science.abd4585

         https://science.sciencemag.org/content/early/2020/09/28/science.abd4570

                                       

  28 settembre 2020

 Ossigenazione extracorporea a membrana nei pazienti COVID-19

Uno studio pubblicato online su Lancet il 25 settembre 2020 sull’uso dell’ossigenazione extracorporea a membrana (extracorporeal membrane oxygenation, ECMO) in 1.035 pazienti con insufficienza respiratoria ipossica acuta dovuta a COVID-19 ha riscontrato che il tasso di decesso era inferiore al 40%. I dati sono stati ottenuti da un registro internazionale di 230 ospedali in 36 Paesi.Sono stati inclusi nell’analisi i pazienti con diagnosi di COVID-19, di età pari o superiore a 16 anni, che avevano ricevuto il supporto ECMO come registrato nel registro ELSO tra il 16 gennaio e il 1° maggio 2020. Lo studio ha utilizzato la mortalità ospedaliera a 90 giorni come esito primario nella loro analisi. L’ECMO viene utilizzata nella fase finale dell’algoritmo per la gestione dell’insufficienza respiratoria potenzialmente letale in pazienti che presentano un rischio incredibilmente elevato di decesso quando i ventilatori e altre cure non sono riusciti a supportare i polmoni. Questi risultati sono coerenti con i tassi di sopravvivenza precedentemente riportati con l’ECMO nell’insufficienza respiratoria ipossiemica acuta, a supporto delle attuali raccomandazioni sul fatto che i centri esperti nell’ECMO dovrebbero considerare il suo uso nell’insufficienza respiratoria refrattaria correlata a COVID-19.

Link: https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)32008-0/fulltext

                        

  23 settembre 2020

 Risposte immunitarie differenti all’infezione da SARS-CoV-2 in pazienti pediatrici e adulti ricoverati in ospedale

Uno studio condotto presso l’Albert Einstein College of Medicine Children’s Hospital Montefiore e l’Università di Yale ha confrontato le risposte immunitarie di adulti e pazienti più giovani affetti da COVID-19 nel tentativo di studiare il motivo per cui i bambini presentano tipicamente una malattia più lieve rispetto agli adulti. Lo studio ha confrontato le risposte immunitarie citochiniche, umorali e cellulari in pazienti giovani (età < 24 anni, n = 65) e adulti (n = 60) con COVID-19. Come previsto, lo studio ha riscontrato che i bambini avevano una risposta clinicamente molto migliore rispetto agli adulti.

I dati hanno inoltre dimostrato che i pazienti più giovani mostravano un’immunità innata più robusta rispetto agli adulti, come dimostrato da livelli più elevati della citochina interleuchina-17 (IL-17), che è associata al sistema immunitario innato. D’altro canto, gli adulti presentavano una risposta più robusta delle cellule T alla proteina “spike” virale, avevano titoli anticorpali neutralizzanti più elevati nel siero e presentavano una fagocitosi cellulare anticorpo-dipendente più robusta rispetto ai pazienti più giovani. I ricercatori hanno inoltre scoperto che i livelli di anticorpi neutralizzanti erano più alti nei pazienti adulti affetti da COVID-19 deceduti o che necessitavano di ventilazione meccanica rispetto a quelli che si erano ripresi, e significativamente più alti dei livelli rilevati nei pazienti più giovani.

Questi risultati suggeriscono che forse la risposta innata più robusta dei giovani aiuta a proteggerli dallo sviluppo di una malattia grave e spesso da esiti fatali e, come corollario, che il potenziamento della risposta delle cellule T e degli anticorpi, in particolare nelle ultime fasi del decorso della malattia, potrebbe non essere utile.

Link: https://stm.sciencemag.org/content/early/2020/09/21/scitranslmed.abd5487

                           

  22 settembre 2020

 Alcuni ricercatori dell’Università del Connecticut riferiscono sulle analisi decentrate per COVID-19 basate su CRISPR

I metodi attuali basati su PCR/RT-PCR sono considerati il metodo più accurato per diagnosticare l’infezione da SARS-CoV-2, ma sono complicati e non si prestano ad applicazioni diagnostiche decentrate. I ricercatori dell’Università del Connecticut Health Center hanno sviluppato un test di rilevamento degli acidi nucleici basato su CRISPR per rilevare gli RNA virali estratti dal virus SARS-CoV-2. Il nuovo test basato su CRISPR, a differenza dei metodi basati su PCR, consente l’incubazione di tutti i componenti in un unico contenitore, eliminando la necessità di operazioni manuali separate e complesse. Inoltre, i risultati del test AIOD-CRISPR sono indicati dalla fluorescenza del campione che può essere osservata direttamente a occhio nudo, sebbene la strumentazione, come in un chip diagnostico microfluidico, possa eventualmente consentire l’automazione e forse il risultato semiquantitativo.

Il test basato su CRISPR è stato analizzato su 28 campioni clinici di tamponi di COVID-19, che includevano otto campioni positivi per COVID-19. Ciascun campione è stato valutato con il nuovo test e la metodologia RT-PCR standard. Tutti gli otto campioni positivi per COVID-19 sono stati identificati come positivi entro 40 minuti. Il nuovo test non ha reagito con campioni SARS-CoV o MERS-CoV. Questo proof-of-concept richiederà, naturalmente, uno sviluppo significativo prima che sia clinicamente o commercialmente applicabile.

Link: https://www.nature.com/articles/s41467-020-18575-6

                       

  18 settembre 2020

 L’eparan solfato cellulare consente l’ingresso delle cellule SARS-CoV-2

Un team di ricercatori ha scoperto che l’eparan solfato cellulare agisce come co-recettore per SARS-CoV-2, consentendogli di legarsi al recettore dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE) e consentendo al virus di entrare nelle cellule.L’eparan solfato cellulare si trova sulle superfici cellulari e questa conoscenza porta a un potenziale nuovo approccio nella prevenzione e nel trattamento del COVID-19. Lo studio, che è stato pubblicato il 14 settembre 2020 su Cell, descrive come l’ingresso di SARS-CoV-2 nelle cellule sia facilitato quando l’eparan solfato cellulare vi si lega e determina un cambiamento conformazionale nella proteina “spike” del coronavirus, potenziando l’attaccamento del virus ad ACE2 e il successivo legame con le cellule umane. Hanno scoperto che il virus deve legarsi sia ad eparan solfato sulla superficie cellulare sia alla proteina ACE2 per entrare nelle cellule polmonari umane. I ricercatori hanno inoltre scoperto che l’uso di enzimi che rimuovono l’eparan solfato dalle superfici cellulari ha impedito l’ingresso a SARS-CoV-2. Allo stesso modo, il trattamento con eparina e derivati non anticoagulanti blocca anche le infezioni legando in modo competitivo il coronavirus lontano dalle cellule umane.

Link: https://www.cell.com/action/showPdf?pii=S0092-8674%2820%2931230-7

                           

  17 settembre 2020

 Il nuovo nanocorpo sintetico neutralizza SARS-CoV-2 e può essere aerosolizzato per la somministrazione tramite inalazione

Ispirati da minuscoli mediatori immunitari simili ad anticorpi chiamati nanocorpi che si trovano in cammelli, alpaca e lama, i ricercatori dell’Università della California di San Francisco hanno ingegnerizzato una molecola che lega strettamente la proteina “spike” del coronavirus SARS-CoV-2. Sono anticorpi funzionali privi di catene leggere il cui singolo dominio N-terminale è completamente in grado di legarsi all’antigene. Questi frammenti anticorpali a dominio singolo (VHH o Nanobodies®) hanno diversi vantaggi per le applicazioni biotecnologiche.Questi “nanocorpi” sono meno strutturalmente complessi e più piccoli degli anticorpi presenti negli esseri umani. Queste caratteristiche rendono il nanocorpo altamente stabile e facilmente modificabile in laboratorio. I ricercatori hanno identificato quelli che si legavano alla proteina “spike” di SARS-CoV-2 mediante lo screening della loro ampia libreria di nanocorpi. Gli esperimenti condotti sui tre nanocorpi più potenti hanno dimostrato di essere efficaci nel prevenire che il virus SARS-CoV-2 infetti le cellule umane. L’efficacia è stata riscontrata anche a dosi molto basse. I ricercatori sono stati in grado di migliorare la potenza di un nanocorpo selezionato mutando sequenzialmente tutti i suoi aminoacidi responsabili del legame alla proteina spike. L’integrazione di due di queste mutazioni ha migliorato l’affinità per legare la proteina spike di 500 volte. Gli scienziati hanno quindi collegato tre di questi anticorpi per formare una catena molecolare. Hanno osservato che questa tripletta aveva un’affinità di legame 200.000 volte superiore alla proteina “spike” rispetto a un singolo anticorpo da solo. I ricercatori sono stati in grado di produrre una polvere secca della tripletta di nanocorpi e hanno dimostrato il mantenimento della sua potenza antivirale. Questi anticorpi hanno vantaggi significativi in termini di produzione e capacità di rilascio. Possono essere prodotti in modo economico su scala nei batteri o nel lievito, sono molto stabili e possono essere realizzati sotto forma di polvere per l’erogazione aerosol. L’obiettivo è utilizzare una preparazione aerosolizzata come agente terapeutico o profilattico nel trattamento del COVID-19. Solo una piccola frazione di anticorpi a circolazione sistemica attraversa le cellule epiteliali che rivestono le vie aeree; tuttavia, i nanocorpi aerosolizzati possono essere somministrati direttamente nell’epitelio nasale e polmonare per inalazione autosomministrata.

 

Link: https://www.biorxiv.org/content/10.1101/2020.08.08.238469v2

                        

  16 settembre 2020

 Valutare il rischio di partecipare a un evento durante la pandemia

Nel mezzo della pandemia, conoscere il rischio di incontrare un paziente positivo al COVID-19 mentre si partecipa a un evento sarebbe un’informazione importante per decidere se partecipare o meno a tale evento. Poiché molte parti del Paese iniziano ad aprirsi, è fondamentale poter stimare i rischi connessi alla ripresa di attività non essenziali. Esiste uno strumento, il COVID-19 Event Risk Assessment Planning Tool, sviluppato da Georgia Tech che incorpora i dati del conteggio dei casi del The New York Times e della dashboard di Covidtracking.com che viene aggiornato quotidianamente. Questa mappa interattiva mostrerà fino al livello delle varie contee quanto è probabile che si incontri qualcuno affetto da COVID-19 in un evento di una certa dimensione. Lo strumento esprime il livello di rischio in percentuale della presenza di almeno una persona affetta da COVID-19 che si presenta un evento in una determinata contea in base alle dimensioni dell’incontro. Il calcolatore presuppone che ogni persona che partecipa a un evento abbia la stessa probabilità di essere infettata come chiunque altro in una determinata area. Il calcolatore può essere regolato per il bias di accertamento, che tiene conto di un multiplo di quanti casi in più ci sono che vengono segnalati. Sulla base di queste ipotesi, i risultati del calcolo possono essere considerati come un’approssimazione. Ad esempio, se si dovesse partecipare a un matrimonio nella contea di Los Angeles con 100 persone presenti, utilizzando un bias di accertamento di 10, esisterebbe una probabilità del 74% che almeno una persona sia infettata da COVID-19. Il rischio sarebbe del 61% a Filadelfia, ma inferiore all’1% nella contea di Wetzel West Virginia.

 

Link: https://covid19risk.biosci.gatech.edu/

                     

  15 settembre 2020

 Studio contesta la “tempesta citochinica” come responsabile di esiti gravi nel COVID-19

Una nuova ricerca suggerisce che la gravità della malattia nei pazienti con COVID-19 potrebbe non essere dovuta alla tempesta citochinica. In uno studio pubblicato su JAMA, i ricercatori del Radboud University Medical Center nei Paesi Bassi hanno misurato la concentrazione di tre citochine proinfiammatorie (fattore di necrosi tumorale [tumor necrosis factor, TNF], interleuchina 6 [IL-6] e interleuchina 8 [IL-8]) nel sangue dei pazienti ricoverati nell’unità di terapia intensiva con COVID-19 con sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS), pazienti con shock settico batterico (con o senza ARDS); e pazienti ricoverati in terapia intensiva dopo arresto cardiaco o trauma grave. I pazienti sono stati esclusi se presentavano insufficienze immunologiche come l’uso di farmaci immunosoppressori o cancro. Hanno scoperto che il livello di tutte e tre le citochine era significativamente inferiore nei pazienti con COVID-19 rispetto ai pazienti con shock settico batterico e ARDS. Le concentrazioni di citochine nei pazienti COVID-19 erano simili a quelle dei pazienti in UTI con trauma o arresto cardiaco. I risultati di questo studio hanno dimostrato che il COVID-19 non è caratterizzato dalla tempesta citochinica, mettendo in discussione i precedenti rapporti e le ipotesi che la tempesta citochinica svolga un ruolo importante negli esiti più gravi nei pazienti con COVID-19. Resta da stabilire se le terapie anticitochiniche possano apportare benefici ai pazienti con COVID-19.

Link: https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2770484?guestAccessKey=ca659b2f-6a60-4204-8ef6-f89f746f0693&utm_source=twitter&utm_medium=social_jama&utm_term=3649792285&utm_campaign=article_alert&linkId=98774464

                      

  10 settembre 2020

 Il COVID-19 può simulare la colecistite acuta

È noto che il SARS-CoV-2 colpisce più sistemi organici e può presentarsi inizialmente con manifestazioni cliniche che non coinvolgono il sistema respiratorio. I medici devono essere consapevoli del potenziale del COVID-19 di simulare altre malattie e non trascurare la possibilità di infezione da COVID-19 quando valutano i pazienti con sintomi non respiratori che coinvolgono altri sistemi organici. Una lettera al direttore del Journal of Hepatology del 2 settembre 2020, ha riferito una serie di casi di due pazienti con COVID-19 che si sono presentati con colecistite acuta alitiasica. Il primo caso era una paziente di 84 anni che si presentava al Pronto soccorso con segni e sintomi di infezione delle vie urinarie e febbre per 24 ore.La paziente è stata trattata per la sepsi dovuta a pielonefrite. Il giorno tre, la paziente ha sviluppato dolore al quadrante superiore destro ed è stato successivamente riscontrato un ispessimento della parete della cistifellea e del liquido perivescicale. La TAC del torace e dell’addome ha escluso la perforazione della cistifellea e ha mostrato un parenchima polmonare normale. Il metronidazolo è stato aggiunto al trattamento della paziente e la paziente è stata sottoposta a colecistectomia laparoscopica. Dopo l’estubazione, la paziente ha sviluppato sintomi respiratori e sindrome da distress respiratorio acuto. I tamponi nasofaringei hanno confermato la presenza di RNA di SARS-CoV-2. La paziente è deceduta il giorno cinque dopo l’intervento per insufficienza multiorgano. L’analisi istologica della cistifellea non ha dimostrato alcuna infiammazione, ma il tessuto della parete della cistifellea era positivo per la presenza di RNA di SARS-CoV-2 in tutte e tre le aree campionate. Il secondo caso era un uomo di 83 anni che era in dialisi con insufficienza renale terminale. Il paziente è stato ricoverato in ospedale con febbre. Al momento della presentazione, non sono stati identificati sintomi addominali o respiratori e la radiografia toracica del paziente era normale. Il giorno cinque, il paziente ha sviluppato dolore al quadrante superiore destro e un segno Murphy positivo. L’ecografia addominale ha rivelato ispessimento della parete della cistifellea, presenza di liquido perivescicale e assenza di calcoli biliari. Il paziente è stato trattato con una gestione conservativa di ceftriaxone e metronidazolo e si è lentamente ripreso. Il giorno sei, il paziente ha sviluppato sintomi respiratori e l’infezione da COVID-19 è stata confermata. Questi casi dimostrano che l’infezione da SARS-CoV-2 può simulare la colecistite acuta alitiasica.

Link allo studio: https://www.journal-of-hepatology.eu/article/S0168-8278(20)30550-X/fulltext

                      

  8 settembre 2020

  Corticosteroidi sistemici e mortalità nei pazienti critici con COVID-19 

I corticosteroidi hanno dimostrato chiaramente di ridurre la mortalità per i pazienti critici con COVID-19. Questi sono i risultati di una metanalisi di sette sperimentazioni prospettiche randomizzate che hanno incluso 1.703 pazienti e pubblicata su JAMA il 2 settembre 2020. La metanalisi era basata su un numero relativamente elevato di pazienti gravemente malati con COVID-19 provenienti da centri geograficamente diversificati. Dei 1.703 pazienti della sperimentazione,647 sono deceduti entro 28 giorni dalla randomizzazione. Il tasso di mortalità tra i pazienti che ricevevano le cure standard era del 40%; questo è sceso al 32% nei pazienti trattati con corticosteroidi. Si trattava di una differenza altamente significativa dal punto di vista statistico (p < 0,001). Questo risultato era vero per i pazienti che necessitavano di ventilazione meccanica e per quelli che necessitavano di ossigeno supplementare ma non di ventilazione meccanica. La metanalisi ha inoltre rivelato una scarsa differenza negli eventi avversi gravi per i pazienti che hanno ricevuto corticosteroidi rispetto a quelli che non lo hanno ricevuto. In base al chiaro beneficio dimostrato dai corticosteroidi per i pazienti critici, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato linee guida aggiornate che raccomandano l’uso di corticosteroidi sistemici per il trattamento dei pazienti con COVID-19 grave e critico.

Link allo studio: https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2770279

Link all’OMS: https://www.who.int/news-room/feature-stories/detail/who-updates-clinical-care-guidance-with-corticosteroid-recommendations

                    

  4 settembre 2020

  Una via cellulare scoperta di recente protegge le cellule dall’infezione da virus Ebola e SARS-CoV-2 

Gli scienziati che studiano i meccanismi mediante i quali le cellule si proteggono contro le infezioni virali hanno scoperto una nuova via che potrebbe portare a nuove terapie contro una varietà di virus. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Science il 27 agosto 2020. I ricercatori hanno utilizzato un’innovativa tecnica di screening: lo screening per l’attivazione genica mediata da trasposoni, per cercare geni che possono prevenire l’infezione delle cellule umane da parte del virus Ebola. Hanno scoperto che i geni transattivatori di classe II dell’MHC (CIITA) e CD74 hanno attività antivirale e possono inibire il virus Ebola bloccando la scissione mediata dalla catepsina delle glicoproteine virali, impedendo la fusione virale. Molti virus, tra cui coronavirus e filovirus (virus di Ebola e Marburg), utilizzano proteasi di catepsina per infettare le cellule. I ricercatori hanno dimostrato che questi geni possono bloccare la via di accesso endosomiale dei coronavirus, compreso il SARS-CoV-2. Questo meccanismo di protezione cellulare appena scoperto potrebbe essere efficace contro più virus, compresi quelli che potrebbero emergere in futuro.

Link: https://science.sciencemag.org/content/early/2020/08/26/science.abb3753

                       

  28 agosto 2020

 Il nuovo vaccino anti-COVID-19 intranasale induce una risposta immunitaria forte e diffusa e previene l’infezione nei topi

La Washington University School of Medicine ha annunciato lo sviluppo di un nuovo vaccino anti-COVID-19. A differenza di altri vaccini in fase di sviluppo per COVID-19, questo vaccino viene somministrato per via intranasale. I topi che hanno ricevuto questo vaccino hanno sviluppato una forte risposta immunitaria, in particolare nelle mucose del naso e nelle vie respiratorie superiori. L’autore senior dell’articolo, Michael S. Diamond, MD, PhD, ha affermato “questi topi erano ben protetti dalla malattia e in alcuni topi abbiamo osservato evidenze di immunità sterilizzante, dove non vi è alcun segno di infezione dopo che il topo è stato esposto al virus”. Il vaccino utilizza come vettore un adenovirus che è stato reso innocuo e nel quale è stata inserita la proteina “spike” del coronavirus. Il nuovo vaccino incorpora anche due mutazioni nella proteina “spike”. Queste mutazioni la stabilizzano in una forma specifica che è più conduttiva per formare anticorpi contro di essa. I ricercatori hanno scoperto che confrontando la somministrazione nasale con l’iniezione intramuscolare, la somministrazione intranasale ha impedito l’infezione sia nelle vie respiratorie superiori che in quelle inferiori. Sebbene l’iniezione intramuscolare abbia indotto una risposta immunitaria che ha prevenuto la polmonite, non ha prevenuto l’infezione nel naso o nei polmoni. Un risultato promettente era che una singola dose intranasale produceva una risposta immunitaria così robusta che non dovrebbe essere necessaria una seconda dose. I ricercatori inizieranno presto a studiare il vaccino intranasale nei primati non umani e prevedono di passare alle sperimentazioni cliniche sugli esseri umani il più rapidamente possibile. Questo studio è stato pubblicato online su Cell il 19 agosto 2020.

Link al comunicato stampa: https://medicine.wustl.edu/news/nasal-vaccine-against-covid-19-prevents-infection-in-mice/

Link allo studio: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0092867420310680
                                        

  20 agosto 2020

 I virologi identificano i potenziali trattamenti per il COVID-19

Gli scienziati che sviluppano inibitori di un enzima virale critico chiamato proteasi C3-simile hanno ingegnerizzato e studiato i composti che inibiscono questo enzima virale. La proteasi C3-simile è un enzima essenziale per la replicazione dei coronavirus e cruciale per la loro sopravvivenza. I ricercatori hanno testato l’effetto deicomposti antivirali sul SARS-CoV-2 in cellule di vie aeree umane coltivate e li hanno testati in un modello murino per la MERS. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Science Translational Medicine il 3 agosto 2020. I ricercatori hanno trovato interessanti due dei 22 composti che hanno testato. Le cellule epiteliali delle vie aeree umane coltivate di 3 persone infettate da SARS-CoV-2 sono state trattate con 2 dei composti antivirali, 6e e 6j, e i risultati hanno mostrato una carica virale inferiore rispetto alle cellule trattate con il veicolo, indicando che la capacità dei virus di replicarsi è stata soppressa dai composti. Hanno ulteriormente testato 6j utilizzando un modello murino per MERS perché non è stato ancora sviluppato un modello murino rilevante per SARS-CoV-2. Nell’analisi con questo modello, i ricercatori hanno scoperto che i topi trattati il giorno uno dopo essere stati infettati sono tutti sopravvissuti, mentre tutti quelli nel gruppo non trattato sono deceduti. Con la pandemia da COVID-19 in corso e poche opzioni terapeutiche disponibili, vi è una necessità urgente di trattamenti efficaci. Questo studio è importante perché identifica sia un bersaglio terapeutico per inibire la replicazione virale sia composti da usare contro di esso. 

Link: https://stm.sciencemag.org/content/early/2020/08/03/scitranslmed.abc5332/tab-article-info

                    

  19 agosto 2020

 La tempistica dei sintomi può aiutare a differenziare il COVID-19 da altre malattie respiratorie

I ricercatori dell’USC Michelson Center for Convergent Bioscience hanno analizzato migliaia di casi di COVID-19 e hanno individuato l’ordine più probabile dei sintomi di COVID-19. Secondo lo studio pubblicato sulla rivista medica Frontier Public Health, l’ordine più probabile dei sintomi è il seguente: febbre, seguita da tosse, seguita da dolore muscolare, seguito da nausea e vomito e quindi diarrea. I ricercatori hanno analizzato i set di dati per oltre 55.000 casi di COVID-19 in Cina raccolti a metà febbraio dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, nonché i dati di quasi 1.100 casi dall’11 dicembre al 29 gennaio raccolti dal China Medical Treatment Expert Group. I ricercatori hanno messo a confronto la progressione dei sintomi nei pazienti affetti da COVID-19 con influenza, sindrome respiratoria acuta grave (severe acute respiratory syndrome, SARS) e sindrome respiratoria mediorientale (Middle East respiratory syndrome, MERS), scoprendo che l’ordine di presentazione dei sintomi può aiutare a differenziare il COVID-19 dalle altre malattie respiratorie. Il COVID-19 è più probabilmente preannunciato da febbre e poi tosse, rispetto all’influenza, il cui primo sintomo è più probabilmente la tosse seguita da febbre. Nel COVID-19, i sintomi della nausea e del vomito del tratto gastrointestinale superiore precedono molto probabilmente la diarrea, differenziandola sia dalla SARS che dalla MERS, in cui la diarrea precede quasi certamente nausea e vomito. L’analisi ha inoltre suggerito che se la diarrea fosse un sintomo con cui si presenta il COVID-19, il paziente potrebbe manifestare un caso più grave. Queste informazioni possono essere utili agli operatori sanitari per aiutare a distinguere i pazienti affetti da COVID-19 da altri. I pazienti che sono istruiti sulla progressione dei sintomi del COVID-19 possono richiedere cure mediche prima di quanto non farebbero altrimenti e possono mettersi in quarantena prima per evitare di diffondere la malattia.

Link: https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpubh.2020.00473/full#SM1

                   

  18 agosto 2020

 L’associazione tra ictus da occlusione dei grandi vasi e COVID-19 a New York City

Pubblicato online su Stroke, uno studio osservazionale retrospettivo è stato condotto a New York City presso il Mount Sinai Health System sull’ictus da occlusione emergente dei grandi vasi (emergent large vessel occlusive stroke, ELVO) durante il periodo della pandemia dal 21 marzo al 12 aprile 2020, per confrontare i dati ai dati storici dell’anno precedente. I ricercatori hanno esaminato i 45 pazienti consecutivi ricoverati durante un picco di 3 settimane di COVID-19. Tra questi pazienti, 24 (il 53%) sono risultati positivi al virus. Questo dato era significativamente superiore al tasso di infezione del 19,9% nella popolazione generale di New York City.I pazienti con COVID-19 erano più giovani rispetto a quelli non infetti (media: 59 vs. 74 anni; P = 0,004), tendevano maggiormente a essere maschi (75% vs. 43%; P = 0,032) e avevano minore probabilità di essere bianchi (8% vs. 38%; P = 0,027). Inoltre, l’assenza di fattori di rischio cardiovascolare è stata osservata nel 46% dei pazienti ELVO con COVID-19 rispetto al 24% dei pazienti ELVO senza COVID-19. Nella coorte COVID-19, solo il 50% presentava sintomi tipici correlati a COVID-19 alla presentazione; tuttavia, durante la degenza ospedaliera, il 60% dei pazienti precedentemente asintomatici ha sviluppato sintomi tipici di COVID-19, dimostrando che per alcuni pazienti l’ictus potrebbe essere la prima manifestazione di COVID-19. Rispetto ai dati storici, è stato osservato un aumento di circa 2 volte nel numero di ictus ischemici emergenti dei grandi vasi durante il periodo dello studio. Gli autori hanno concluso che esiste un’associazione tra ictus ischemico dei grandi vasi e COVID-19 e i medici devono prendere in considerazione il COVID-19 nell’iter diagnostico dell’ictus ischemico acuto, in particolare nei pazienti senza fattori di rischio cardiovascolare tipici.

Link: https://www.ahajournals.org/doi/pdf/10.1161/STROKEAHA.120.030397

                  

  12 agosto 2020

  La RM cardiovascolare mostra effetti cardiaci residui nei pazienti recentemente guariti da COVID-19

Uno studio pubblicato su JAMA Cardiology online il 27 luglio 2020, da parte dei ricercatori dell’Ospedale universitario di Francoforte, in Germania, ha studiato gli effetti cardiovascolari del COVID-19 su 100 pazienti con infezione documentata.

In uno studio di coorte prospettico osservazionale di 100 pazienti recentemente guariti da COVID-19, il 78% ha evidenziato un coinvolgimento cardiaco rivelato da risonanza magnetica cardiaca (RMC) e livelli di troponina ad alta sensibilità. I risultati sono stati confrontati con quelli di un numero simile di controlli corrispondenti per età e sesso. I test sono stati eseguiti in pazienti clinicamente guariti, una media di 71 giorni dopo la diagnosi iniziale. Della coorte, il 67% è guarito a casa, mentre il 33% ha richiesto il ricovero. Il 60% dei pazienti COVID-19 presentava evidenza di infiammazione miocardica in corso, che era indipendente da condizioni preesistenti, gravità e decorso complessivo della malattia.  Al momento della RMC, la troponina ad alta sensibilità è risultata rilevabile nel 71% dei pazienti recentemente guariti ed era significativamente elevata nel 5% dei pazienti. L’anomalia prevalente rilevata dalla RMC era l’infiammazione miocardica. Rispetto ai controlli, i pazienti con COVID-19 presentavano frazione di eiezione ventricolare sinistra inferiore e volumi del ventricolo sinistro superiori.

Si tratta del primo studio a documentare un coinvolgimento cardiaco significativo che si verifica indipendentemente dalla gravità della malattia e persistente oltre il periodo di malattia acuta. Le conseguenze cardiovascolari a lungo termine delle infezioni da COVID-19 devono essere ulteriormente esaminate.

Link: https://jamanetwork.com/journals/jamacardiology/fullarticle/2768916

                  

  10 agosto 2020

  Il numero di casi di tumore appena identificati è diminuito del 46,4% durante la pandemia

In una “research letter” pubblicata su JAMA Network il 4 agosto 2020, l’analisi del numero di nuove diagnosi tumorali è scesa del 46,4% durante il periodo pandemico dal 1° marzo al 18 aprile 2020 rispetto ai dati storici al basale. Lo studio ha incluso pazienti in tutti gli Stati Uniti che hanno ricevuto test per qualsiasi causa da Quest Diagnostics in cui il medico richiedente ha assegnato un codice ICD–10 associato a uno qualsiasi dei sei tipi di tumori comuni (mammella, colon-retto, polmone, pancreas, gastrico ed esofageo). La maggior parte delle nuove diagnosi di tumore riguardava tumori della mammella e del colon-retto, che sono le diagnosi più frequenti risultanti dallo screening. I risultati rispecchiano quelli provenienti da altri Paesi, che hanno anche evidenziato un declino del 40% nell’incidenza di tumore settimanale e un declino del 75% nei rinvii a specialisti per sospetto tumore, dal momento che sono state implementate le restrizioni COVID-19. La lettera sottolinea che il tumore non fa pause e il ritardo nella diagnosi porterà probabilmente alla presentazione dei tumori in stadi più avanzati con esiti clinici potenzialmente peggiori. L’articolo ha fatto riferimento a uno studio che ha suggerito un potenziale aumento di 33.890 decessi in eccesso per tumore negli Stati Uniti e la richiesta di una pianificazione urgente per affrontare le conseguenze delle diagnosi ritardate.

Link: https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2768946

       

  7 agosto 2020

  I NIH lanciano una nuova sperimentazione clinica per determinare se gli anticorpi monoclonali possano ridurre il periodo sintomatico nei pazienti ambulatoriali COVID-19

I National Institutes for Health (NIH) hanno annunciato il 4 agosto 2020 una sperimentazione clinica (ACTIV-2) per determinare se gli anticorpi monoclonali possano ridurre il periodo sintomatico di COVID-19 nei pazienti ambulatoriali. Questa sperimentazione clinica di fase 2 valuterà l’efficacia e la sicurezza di una terapia sperimentale basata su anticorpi monoclonali per trattare la malattia. I volontari attualmente infettati da SARS-CoV-2 con malattia da lieve a moderata e che non richiedono ricovero, saranno assegnati casualmente a ricevere la terapia sperimentale o un placebo. La terapia esaminata è un’infusione endovenosa di LY– CoV555, un anticorpo monoclonale sperimentale prodotto da Eli Lilly Company. La fase iniziale della sperimentazione arruolerà circa 220 volontari. I ricercatori monitoreranno i sintomi di COVID-19 di ciascun partecipante e verificheranno la presenza di RNA di SARS-CoV-2 nel naso e nella saliva dei partecipanti. L’obiettivo principale della sperimentazione è determinare se la terapia sperimentale possa ridurre in modo sicuro la durata dei sintomi fino al giorno 28 dello studio. I ricercatori vogliono anche determinare se la terapia sperimentale può aumentare la percentuale di partecipanti con virus non rilevabile nei tamponi nasofaringei e nella saliva in momenti specifici.

Link: https://www.niaid.nih.gov/news-events/nih-clinical-trial-test-antibodies-and-other-experimental-therapeutics-mild-and

              

  4 agosto 2020

  La precedente esposizione ai coronavirus che causano il raffreddore comune può influenzare la gravità dei sintomi di SARS-CoV-2

Un articolo online di Science Magazine del 29 luglio 2020, ha riferito di uno studio pubblicato come prestampa nella rivista Nature che ha dimostrato che le persone sane posseggono cellule immunitarie in grado di riconoscere il nuovo coronavirus SARS-CoV-2. I ricercatori hanno suggerito che questa reattività crociata è dovuta alla precedente esposizione ai coronavirus “comuni” e può svolgere un ruolo nello spettro della gravità dei sintomi nella pandemia. Le cellule T helper di soggetti sani senza esposizione nota a COVID-19 sono state esposte a frammenti dello “spike” della proteina del SARS-CoV-2. Nel 35% dei soggetti sani, le cellule T helper erano in grado di riconoscere i frammenti di SARS-CoV-2. L’articolo discute le informazioni generali sulla risposta immunitaria dell’organismo, le implicazioni dei risultati dello studio, e i piani futuri dei ricercatori per studiare ulteriormente in che modo la serie di fattori immunologici si correla ai sintomi.

Link a Science Magazinehttps://scienmag.com/could-prior-exposure-to-common-cold-viruses-affect-the-severity-of-sars-cov-2-symptoms/

Link a Naturehttps://www.nature.com/articles/s41586-020-2598-9

          

  30 luglio 2020

  Decadimento rapido degli anticorpi anti-SARS-CoV-2

In una lettera pubblicata su The New England Journal of Medicine, i ricercatori della David Geffen School of Medicine dell’Università della California hanno riferito di un piccolo studio condotto su 31 partecipanti che sono guariti da una forma lieve di COVID-19 e i cui livelli anticorpali al virus SARS-CoV-2 sono stati quantificati. Le misurazioni hanno mostrato un rapido decadimento degli anticorpi anti-SARS-CoV-2. Gli autori hanno notato che un recente studio aveva suggerito un rapido decadimento di questi anticorpi, ma il tasso non era descritto in dettaglio. Nello studio attuale, il primo livello anticorpale è stato ottenuto 37 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi (intervallo: da 18 a 65) e l’ultima misurazione è stata ottenuta 86 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi (intervallo: da 44 a 119). La diminuzione media del livello di anticorpi ha suggerito un’emivita di circa 36 giorni nel corso del periodo di osservazione. Gli autori hanno concluso che il decadimento anticorpale precoce dopo esposizioni virali acute solleva il timore che l’immunità umorale contro SARS-CoV-2 possa non essere di lunga durata in persone con malattia lieve. Hanno sollevato timori riguardanti passaporti immunitari basati su anticorpi, immunità di gregge e forse la durata del vaccino alla luce dei risultati e di ciò che è già noto sui comuni coronavirus umani.

Link:https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMc2025179

        

  29 luglio 2020

  La FDA avvisa i consumatori e gli operatori sanitari di non utilizzare determinati disinfettanti per le mani a base di alcol

In un comunicato stampa del 27 luglio 2020, l’ente statunitense preposto al controllo degli alimenti e dei farmaci (Food and Drug Administration, FDA) ha nuovamente avvisato di non utilizzare alcuni disinfettanti per le mani contenenti metanolo. Si è verificato un aumento del numero di eventi avversi, tra cui cecità, effetti cardiaci, effetti sul sistema nervoso centrale e ricoveri e decessi. Il comunicato stampa ha inoltre comunicato le ultime misure di applicazione dell’FDA per evitare che alcuni igienizzanti per le mani entrino nel Paese. La FDA sottolinea che i consumatori devono vigilare sui disinfettanti per le mani utilizzati e sollecitare i consumatori a smettere immediatamente di usare tutti i disinfettanti per le mani nell’elenco FDA dei prodotti pericolosi per disinfettare le mani. Il metanolo, comunemente noto come alcol del legno, è una sostanza pericolosa. L’esposizione può causare nausea, vomito, mal di testa, offuscamento della vista, cecità permanente, convulsioni, coma, danni permanenti al sistema nervoso o decesso. Le persone che utilizzano questi prodotti sulle mani sono a rischio di avvelenamento da metanolo; tuttavia, i bambini piccoli che ingeriscono questi prodotti o adolescenti e adulti che bevono questi prodotti come sostituto dell’alcol sono a massimo rischio.

Link: https://www.fda.gov/drugs/drug-safety-and-availability/fda-updates-hand-sanitizers-methanol#products

         

  27 luglio 2020

  Infiammazione associata all’invecchiamento e COVID-19

Secondo un punto di vista interessante pubblicato sulla rivista Science, i professori di Immunologia presso l’University College of London suggeriscono che gli aumenti associati all’età dell’infiammazione al basale, definiti “inflammaging”, potrebbero essere implicati nell’enorme infiammazione che spesso è responsabile dei decessi dovuti all’infezione da COVID-19. Negli anziani, l’inflammaging si ritiene sia causata, almeno parzialmente, dal deterioramento delle cellule invecchiate (senescenza) nei tessuti del corpo che rilasciano molecole infiammatorie. Gli autori sottolineano che gli studi hanno dimostrato che un’infiammazione eccessiva a causa del fenomeno dell’inflammaging, insieme a un sistema immunitario invecchiato, può inibire l’immunità generale. Secondo gli autori, ridurre il numero di cellule senescenti con farmaci senolitici o ridurre l’infiammazione con farmaci antinfiammatori può essere una strategia benefica per migliorare gli esiti del COVID-19 nei pazienti anziani.

Link: https://science.sciencemag.org/content/369/6501/256/tab-pdf

        

  23 luglio 2020

  Difendere la tesi della trasmissione per aerosol di SARS-CoV-2

Difendendo la tesi che SARS-CoV-2 possa essere trasmesso per aerosol, Kimberly Prather, Cattedra di Chimica atmosferica presso lo Scripps Institute of Oceanography, University of California San Diego, e colleghi hanno redatto un articolo pubblicato su Science che ha spiegato la scienza e il ragionamento per cui la trasmissione dell’aerosol può avvenire e avviene. La Dott.ssa Prather sottolinea che, considerato quanto poco si sa della produzione e del comportamento aereo delle goccioline respiratorie infettive, è difficile definire una distanza di sicurezza per il distanziamento sociale. Afferma che presumendo che i virioni di SARS-CoV-2 siano contenuti in aerosol inferiori al micron, come nel caso dei virus influenzali, un buon metro di paragone è il fumo di sigaretta espirata, che contiene anche particelle inferiori al micron e probabilmente seguirà flussi e schemi di diluizione comparabili. “La distanza da un fumatore a cui si sente odore di fumo di sigaretta indica la distanza nell’ambiente in cui si potrebbero inalare aerosol infettivi”. Ritiene che le mascherine siano efficaci e che sia importante indossare una mascherina adeguatamente indossata al chiuso anche restando a 2 metri circa di distanza. 

Link: https://science.sciencemag.org/content/368/6498/1422

      

  22 luglio 2020

  Positività ricorrente a SARS-CoV-2 dopo COVID-19

Una metanalisi di studi che hanno riferito la positività ricorrente dell’RNA SARS-CoV-2 è stata pubblicata in anteprima sul server med RX IV il 21 luglio 2020. La metanalisi ha incluso 14 studi, dei quali 13 sono stati condotti in Cina e uno in Brunei. Vi era un totale di 2.568 partecipanti provenienti dai 14 studi combinati, di cui 318 hanno manifestato positività ricorrente a SARS-CoV-2. La stima aggregata della positività ricorrente dell’RNA SARS-CoV-2 era del 14,8%, a conferma che la positività ricorrente tra i pazienti che sono guariti e sono stati dimessi dall’ospedale è relativamente comune. Il tempo medio di recidiva era di 35,44 giorni dall’insorgenza della malattia e 9,76 giorni dall’ultimo test negativo. Gli autori hanno fatto notare che questa è la prima revisione sistematica della positività ricorrente dell’RNA SARS-CoV-2 tra persone guarite dal COVID-19. La metanalisi ha caratterizzato le caratteristiche e i fattori di rischio correlati alla positività ricorrente a SARS-CoV-2 nei pazienti che erano guariti dal COVID-19.

Link:https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.07.19.20157453v1.full.pdf+html

        

  20 luglio 2020

  Trasmissione del SARS-CoV2: una sintesi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato una breve sintesi scientifica, il 9 luglio 2020, aggiornando le attuali conoscenze relative alla trasmissione del COVID-19. La sintesi è stata realizzata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dai suoi partner per consolidare le informazioni di revisioni e pubblicazioni in riviste sottoposte a valutazione inter pares e manoscritti non sottoposti a revisione inter pares nei server di prestampa. Il documento illustra le diverse modalità in cui il virus può essere trasmesso e quando le persone infettate da SARS-CoV-2 possono infettare gli altri. La sintesi esamina anche la questione relativa all’eventuale trasmissione asintomatica o pre-sintomatica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea che comprendere come si diffonde l’infezione e quando e in quali contesti il virus viene trasmesso, hanno importanti implicazioni per le strategie nella prevenzione della malattia.

Link:https://www.who.int/news-room/commentaries/detail/transmission-of-sars-vitycov-2-implications-for-infection-prevention-precautions

    

  17 luglio 2020

  Trasmissione transplacentare dell’infezione da SARS-CoV-2

Sono stati descritti alcuni casi di trasmissione perinatale dell’infezione da SARS-CoV-2, ma non è chiaro se questi si siano verificati attraverso la via transplacentare o transcervicale o attraverso l’esposizione ambientale. Un caso di studio pubblicato nel numero del 14 luglio 2020 di Nature Communications ha condiviso le evidenze complete di una trasmissione transplacentare del virus SARS-CoV-2. La viremia materna è stata confermata. L’infezione e l’infiammazione placentari sono state dimostrate mediante esame istologico e immunoistochimica e alti carichi virali. La viremia neonatale è stata rilevata in seguito a infezione placentare. È importante notare, in questo caso di studio, la presenza di manifestazioni cliniche nel neonato, compresi segni e sintomi neurologici che secondo gli autori erano coerenti con la vasculite cerebrale dovuta a COVID-19.

Link: https://www.nature.com/articles/s41467-020-17436-6

     

  15 luglio 2020

  Studio italiano rivela che l’81,9% dei soggetti di età pari o inferiore a 20 anni non presenta sintomi in seguito a infezione da coronavirus

Le stime specifiche per età sulla probabilità di sviluppare sintomi in seguito a infezione da SARS-CoV-2 sono scarse. Le strategie per controllare la diffusione dell’infezione che si basano sul test dei contatti ravvicinati dei soggetti con l’infezione e sull’isolamento di coloro che risultano positivi al test sono ostacolate dalle infezioni asintomatiche, che sfuggono facilmente ai team di sorveglianza. Di particolare rilevanza è la trasmissione dell’infezione da parte dei bambini, poiché è molto meno probabile che manifestino sintomi. In uno studio condotto in Lombardia sono state effettuate osservazioni cliniche dei contatti stretti di 64.252 persone con infezione da SARS-CoV-2 confermata in laboratorio. Nello studio è stato identificato un gruppo di 3.420 soggetti infetti in cui tutti i contatti stretti sono stati analizzati per COVID-19 mediante tamponi nasali o test sierologici, producendo una dimensione complessiva del campione di 5.484 contatti stretti. Tra i 5.484 contatti selezionati, il 51,5%, cioè 2.824, sono risultati positivi. Delle 2.824 infezioni da SARS-CoV-2 confermate, 876, il 31%, erano sintomatiche. I casi sintomatici sono stati definiti come sintomi del tratto respiratorio superiore o inferiore (ad es. tosse, respiro affannoso) o febbre ≥ 37,5 °C. I dati sono stati stratificati per età e i ricercatori hanno scoperto che la probabilità di sviluppare sintomi aumentava con l’età:

  • Età < 20 anni: il 18,1% ha sviluppato sintomi
  • Età 20–39 anni: il 22,4% ha sviluppato sintomi
  • Età 40–59 anni: il 30,5% ha sviluppato sintomi
  • Età 60–79 anni: il 35,5% ha sviluppato sintomi
  • Età > 80 anni: il 64,6% ha sviluppato sintomi

Gli autori hanno osservato che il contributo delle infezioni asintomatiche alla trasmissione di SARS-CoV-2 è scarsamente quantificato e le stime della percentuale di infezioni da SARS-CoV-2 che sono asintomatiche variano dal 17 all’87%, a seconda dei sintomi inclusi nella definizione e di quando sono stati accertati. Questo studio dimostra che la probabilità di manifestare sintomi di infezione da SARS-CoV-2 aumenta con l’età. Questo studio rappresenta un utile elemento di informazione che ci può portare a comprendere meglio il ruolo dei bambini e dei giovani adulti nell’epidemiologia del COVID-19.  Questo studio preliminare non è ancora apparso in una rivista sottoposta a valutazione inter pares, ma i suoi autori hanno reso disponibili online i loro risultati sulla piattaforma prestampa arXiv.

Link: https://arxiv.org/ftp/arxiv/papers/2006/2006.08471.pdf

  

  14 luglio 2020

  Una grossa percentuale di pazienti con COVID-19 ha presentato sintomi persistenti dopo la guarigione dall’infezione acuta

Uno studio condotto da ricercatori italiani e pubblicato sul Journal of the American Medical Association ha scoperto che un numero elevato di pazienti con COVID-19 presentava sintomi persistenti. Lo studio ha incluso 143 pazienti che erano stati dimessi dall’ospedale dopo la guarigione da COVID-19. Tutti i pazienti avevano soddisfatto i criteri per l’interruzione della quarantena (assenza di febbre per 3 giorni consecutivi, miglioramento di altri sintomi e 2 risultati negativi dei test per COVID-19, a 24 ore di distanza). I pazienti erano stati arruolati nello studio in media 36 giorni dopo la dimissione e presentavano un altro test PCR negativo per COVID-19 al momento dell’arruolamento. La maggior parte dei pazienti ha riferito affaticamento e respiro affannoso come sintomi persistenti. Al momento della valutazione, solo il 12,6% era completamente libero da qualsiasi sintomo correlato a COVID-19, mentre il 30% presentava uno o due sintomi e il 55% aveva tre o più sintomi. Nessuno ha avuto febbre o segni di malattia acuta. È stata osservata una peggiore qualità della vita nel 44,1% dei pazienti. Un’elevata percentuale di soggetti ha riferito affaticamento (53,1%), dispnea (43,4%), dolore articolare (27,3%) e dolore toracico (21,7%). I ricercatori sottolineano che, sebbene si sia concentrata molta attenzione sulla fase acuta del COVID-19, è necessario continuare il monitoraggio dopo le dimissioni per gli effetti a lungo termine. Gli autori hanno fatto notare che lo studio presenta dei limiti, tra cui l’essere uno studio monocentrico, e non erano disponibili le informazioni sui sintomi presentati dai pazienti prima dell’infezione. Inoltre, non vi era alcun gruppo di controllo per il confronto.

Link:https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2768351


  8 luglio 2020

  Comprendere la fisiologia respiratoria chiarisce l’ipossiemia silente (felice)

Un nuovo articolo pubblicato sull’American Journal of Respiratory and Clinical Care Medicine affronta la condizione enigmatica dell’ipossiemia silente (felice) nei pazienti con COVID-19. L’ipossia silente si riferisce ai pazienti con bassi livelli di ossigeno (PaO2) senza dispnea. Gli autori hanno presentato informazioni su 16 pazienti con COVID-19 con ipossia silente e hanno spiegato che diversi meccanismi patofisiologici possono essere responsabili per la gran parte, se non la totalità, di questo fenomeno. Hanno inoltre evidenziato i fattori confondenti che influiscono sul fenomeno.

I meccanismi che possono essere responsabili dell’ipossia silente includono:

  • La ventilazione che risponde più rapidamente alle alterazioni di PaCO2 rispetto a PaO2 e i livelli di PaCO2 sono spesso bassi o all’interno della norma
  • I pazienti diabetici e anziani (una parte significativa dei pazienti gravemente malati) hanno una ridotta risposta ventilatoria all’ipossia
  • I corpi carotidei possiedono recettori dell’enzima di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2) e possono essere direttamente influenzati dal virus

I fattori confondenti includono

  • La pulsossimetria è accurata con livelli elevati di ossigenazione, ma può esagerare la gravità della bassa saturazione d’ossigeno
  • La febbre sposta la curva di dissociazione ossigeno-emoglobina a destra, causando desaturazione, ma i chemiorecettori del corpo carotideo rispondono solo a PaO2 piuttosto che alla saturazione d’ossigeno
  • La risposta all’ipercapnia o all’ipossia può variare notevolmente tra le persone

Link: https://www.atsjournals.org/doi/abs/10.1164/rccm.202006-2157CP


  6 luglio 2020

 Una revisione di COVID-19 e apparato digerente

Una revisione pubblicata sull’American Journal of Gastroenterology (AJG) il 4 luglio 2020 sulla relazione tra COVID-19 e apparato digerente, si è concentrata sia sui risultati clinici che sui potenziali meccanismi di base della patogenesi gastrointestinale (GI) di COVID-19. Uno studio precedente sull’incidenza dei sintomi GI durante l’epidemia di COVID-19 a Wuhan, Cina (AJG, maggio 2020) ha riferito che sebbene il COVID-19 fosse prevalentemente caratterizzato da sintomi respiratori, il 18,6% dei pazienti presentava sintomi GI di nausea, vomito e diarrea durante la presentazione. Occasionalmente, questi sintomi GI erano i sintomi iniziali che si presentavano senza sintomi respiratori. Inoltre, la presenza di sintomi GI era strettamente associata a malattia più grave. L’attuale revisione ha inoltre indicato che l’infezione da SARS-CoV-2 può portare a lesioni epatiche e le anomalie negli enzimi epatici sono associate alla gravità del COVID-19.

Gli autori hanno sottolineato che l’enzima di conversione dell’angiotensina 2, che è il recettore funzionale di SARS-CoV-2, è ampiamente distribuito in vari organi umani, ma hanno fatto notare che l’espressione del recettore è circa 100 volte superiore nell’apparato GI rispetto al sistema respiratorio. La revisione illustra le evidenze cliniche e patologiche per il COVID-19 che coinvolgono il sistema digestivo, i meccanismi di danno interstiziale e di lesioni epatiche. Gli autori di questo articolo di revisione hanno concluso che i sintomi dell’apparato digerente devono essere trattati con cautela nella fase iniziale del COVID-19 e il monitoraggio della funzione epatica e delle citochine sono importanti durante la pratica clinica.

Link: https://journals.lww.com/ajg/FullText/2020/07000/COVID_19_and_the_Digestive_System.11.aspx


  2 luglio 2020

 Il CDC afferma che le donne in gravidanza presentano un rischio maggiore di COVID-19 grave

Secondo un nuovo rapporto pubblicato online sul Morbidity and Mortality Weekly Report (MMWR) il 26 giugno 2020, le donne in gravidanza possono essere a maggior rischio di COVID-19 grave. Nelle donne in età produttiva (dai 15 ai 44 anni) che erano infettate da SARS-CoV-2 (il virus che causa COVID-19), la gravidanza era associata a una maggiore probabilità di ricovero, ricovero in unità di terapia intensiva e necessità di ventilazione meccanica. Tuttavia, la gravidanza non era associata a un aumento del rischio di decesso. Al 7 giugno, vi erano stati 8207 casi segnalati al CDC di donne in gravidanza risultate positive al COVID-19. Queste donne sono state confrontate con 83.205 donne in età riproduttiva che non erano gravidanza e che erano risultate positive al COVID-19. È stata osservata una percentuale sostanzialmente maggiore di ricoveri ospedalieri nelle donne in gravidanza (31,5%) rispetto alle donne non in gravidanza (5,8%). Sono stati segnalati ricoveri in UTI per l’1,5% delle donne in gravidanza rispetto allo 0,9% delle controparti non gravide e per lo 0,5% delle donne in gravidanza è stata necessaria la ventilazione meccanica rispetto allo 0,3% delle loro controparti non gravide. Le donne ispaniche e afroamericane sembrano tendere maggiormente a contrarre l’infezione da SARS-CoV-2 durante la gravidanza. Gli autori sottolineano che durante la gravidanza le donne manifestano alterazioni fisiologiche e immunologiche che potrebbero aumentare il rischio di malattie più gravi derivanti da infezioni respiratorie. Sebbene lo studio abbia diverse limitazioni, gli autori di questo rapporto del CDC dichiarano che “…le donne in gravidanza devono essere consapevoli del loro potenziale rischio di malattia grave da COVID-19. Le donne in gravidanza e le loro famiglie devono adottare misure per garantire la loro salute e prevenire la diffusione dell’infezione da SARS-CoV-2. Le azioni specifiche in gravidanza possono comprendere: non saltare appuntamenti di assistenza prenatale, limitare le interazioni con altre persone il più possibile, adottare precauzioni per prevenire di contrarre COVID-19 quando interagiscono con gli altri, avere almeno una fornitura di farmaci di 30 giorni e parlare con il proprio medico su come restare in salute durante la pandemia da COVID-19. Per ridurre gli esiti gravi del COVID-19 tra le donne in gravidanza, è necessario sottolineare le misure per prevenire l’infezione da SARS-CoV-2 e affrontare i potenziali ostacoli alla capacità di aderire a queste misure”.

Link: https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/69/wr/mm6925a1.htm?s_cid=mm6925a1_w

                                                                                                             

  30 giugno 2020

 Cinque tecniche per ridurre la depressione e l’ansia

Gli operatori sanitari, soprattutto le squadre di emergenza, sono ad alto rischio di conseguenze per la salute mentale durante la pandemia da COVID-19. In risposta, il Dipartimento di Medicina d’Urgenza dell’Università di Ottawa, Canada, ha fornito ai suoi soci informazioni su 5 tecniche basate sull’evidenza, che hanno dimostrato di ridurre i sintomi di depressione e ansia. Queste tecniche sono state descritte in dettaglio in un documento approvato per la pubblicazione sul Canadian Journal of Emergency Medicine (vedere link di seguito). Le 5 tecniche sono:

  • Meditazione mindfulness: un termine generico per una varietà di pratiche meditative per aiutare a radicare le persone nel presente. Un esempio: durante le situazioni stressanti, utilizzare la respirazione della scatola: inalare per 4 secondi, trattenere il respiro per 4 secondi, espirare per 4 secondi, quindi trattenere il respiro per 4 secondi.
  • Esercizio: aumentare gradualmente fino a 150 minuti di attività fisica da moderata a vigorosa alla settimana.
  • Stabilire un limite sui social media (< 30 minuti al giorno): piuttosto, videochiamare o chiamare una persona cara.
  • Seguire una dieta sana come la dieta mediterranea: mettersi ai fornelli.
  • Terapia e consulenza: ingaggiare risorse per la salute mentale attraverso il supporto dei colleghi o attraverso un professionista della salute mentale.

L’articolo termina con un grafico coinvolgente che evidenzia le tecniche sopra indicate.

Link: https://www.cambridge.org/core/services/aop-cambridge-core/content/view/E43093692F0A21B512AA4111A0365B24/S1481803520004339a.pdf/beyond_survival_practical_wellness_tips_during_the_covid19_pandemic.pdf

 

                                                                                                     

  29 giugno 2020

 Riduzione delle emissioni giornaliere di CO2 durante il confinamento COVID-19

La quantità di anidride carbonica (CO2) rilasciata dall’attività umana ogni giorno è scesa fino al 17% durante il picco della crisi dovuta al coronavirus all’inizio di aprile, secondo uno studio pubblicato il 17 maggio 2020 sulla rivista Nature Climate Change. Le politiche governative di confinamento (quarantena o permanenza a casa) per ridurre la trasmissione del virus durante la pandemia da COVID-19 hanno drasticamente alterato i modelli di fabbisogno energetico in tutto il mondo. Le emissioni giornaliere sono scese temporaneamente ai livelli osservati per l’ultima volta nel 2006. L’analisi è stata condotta da un team internazionale di ricercatori che lavorano a un progetto globale di carbonio terrestre, un’iniziativa per tracciare l’impatto dei gas serra generati dall’uomo sul pianeta. Il calo del 17% delle emissioni di CO2 è arrivato all’inizio di aprile quando le misure di confinamento in tutto il mondo erano al picco. L’impatto complessivo sulle emissioni annuali del 2020 dipende dalla durata del confinamento con una stima ridotta di una diminuzione del 4% se le condizioni pre-pandemiche tornassero entro giugno e una stima elevata di una diminuzione del 7% se alcune restrizioni permanessero in tutto il mondo fino alla fine del 2020. Gli autori sottolineano che la riduzione annuale delle emissioni di CO2 tra il 4,2 e il 7,5% è paragonabile al tasso di diminuzione necessario anno dopo anno nel prossimo decennio per limitare il cambiamento climatico a 1,5°C, evidenziando la sfida affrontata per limitare il cambiamento climatico in linea con l’accordo di Parigi sul clima.

Link: https://www.nature.com/articles/s41558-020-0797-x


  25 giugno 2020

 Linee guida cliniche dell’American College of Rheumatology per le malattie reumatologiche pediatriche durante la pandemia da COVID-19 e per i pazienti con sindrome infiammatoria multisistemica

L’American College of Rheumatology ha pubblicato due nuovi documenti di linee guida cliniche con raccomandazioni basate sull’evidenza (vedere i link di seguito per queste raccomandazioni). La prima guida sulla gestione dei bambini affetti da malattia reumatologica durante la pandemia da COVID-19 fornisce raccomandazioni per la prevenzione del COVID-19 nei bambini affetti da malattia reumatologica e raccomandazioni per il trattamento della malattia reumatologica pediatrica in varie situazioni correlate a COVID-19, incluse l’assenza di esposizione, l’esposizione al chiuso/in casa, le infezioni asintomatiche e sintomatiche da COVID-19.

La seconda guida fornisce raccomandazioni dettagliate sulla diagnosi e sul trattamento per la sindrome infiammatoria multisistemica nei bambini (multisystem inflammatory syndrome in children, MIS-C) associata a COVID-19. Le bozze di sintesi sono state approvate dal Consiglio di amministrazione dell’ACR il 17 giugno 2020 e pubblicate online.

Link: https://www.rheumatology.org/Portals/0/Files/COVID-19-Clinical-Guidance-Summary-for-Pediatric-Patients-with-Rheumatic-Disease.pdf

Link: : https://www.rheumatology.org/Portals/0/Files/ACR-COVID-19-Clinical-Guidance-Summary-MIS-C-Hyperinflammation.pdf

 

 

                                                                                                      

  24 giugno 2020

 Posizione prona nei pazienti non intubati con insufficienza respiratoria dovuta a COVID-19

È stato dimostrato che la posizione prona dei pazienti intubati riduce la mortalità nella sindrome da distress respiratorio acuto da moderata a grave. In uno studio che indagava sulla fattibilità e sugli effetti dello scambio di gas della posizione prona nei pazienti non intubati con COVID-19, è stato eseguito uno studio prospettico su 56 pazienti ricoverati con polmonite confermata da COVID-19 tra il 20 marzo e il 9 aprile 2020 a Monza, Italia. I pazienti ricevevano ossigeno supplementare o pressione positiva continua delle vie aeree non invasiva. Dopo aver raccolto i dati al basale, i pazienti sono stati messi in posizione prona e mantenuti in posizione prona per almeno 3 ore. I dati sono stati raccolti nuovamente al basale mentre erano in posizione supina, 10 minuti dopo la messa in posizione prona e 1 ora dopo il ritorno alla posizione supina nei 49 pazienti che hanno eseguito con successo la messa in posizione prona. Lo studio ha scoperto che l’ossigenazione è notevolmente migliorata dalla posizione supina a quella prona (rapporto PaO2/FiO2 180,5 mmHg [DS 76,6] in posizione supina rispetto a 285,5 mmHg [112,9] in posizione prona; p < 0,0001). Dopo aver ripreso la posizione supina, in metà dei pazienti è stata mantenuta una migliore ossigenazione. In generale, il miglioramento 1 ora dopo il ritorno alla posizione supina non era statisticamente significativo. Lo studio supporta le precedenti segnalazioni del beneficio della messa in posizione prona in pazienti svegli con insufficienza respiratoria dovuta a polmonite interstiziale. Lo studio ha dimostrato la fattibilità di questa tecnica nei pazienti affetti da COVID-19. Ulteriori studi devono essere condotti per valutare la sicurezza e gli esiti a medio e lungo termine della posizione prona sui parametri respiratori e sulla sopravvivenza.

Link:https://www.thelancet.com/journals/lanres/article/PIIS2213-2600(20)30268-X/fulltext

                                                                                       

  23 giugno 2020

 Il tipo di sangue è associato alla gravità del COVID-19

Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine il 17 giugno 2020, ha riportato l’analisi genetica condotta su campioni di più di 1.900 pazienti gravemente malati in Spagna e Italia. I pazienti presentavano insufficienza respiratoria dovuta a COVID-19 confermata con test dell’RNA. I campioni di questi pazienti gravemente malati sono stati confrontati con quelli di oltre 2.000 controlli sani, alcuni dei quali potrebbero aver avuto COVID-19 ma hanno avuto solo sintomi lievi o assenti. I ricercatori hanno scoperto che il locus genico 3p21.31 e il locus 9q34.2 erano associati in modo significativo a insufficienza respiratoria dovuta a COVID-19. Al locus 9q34.2 l’associazione coincideva con il locus del gruppo sanguigno ABO. Ulteriori studi hanno rivelato che i pazienti con sangue di tipo A presentavano un rischio significativamente maggiore di insufficienza respiratoria a causa di COVID-19 rispetto alle persone con altri tipi di sangue e che il sangue di tipo O era protettivo. In sintesi, lo studio ha identificato un cluster di geni 3p21.31 come locus di suscettibilità genetica in pazienti con COVID-19 con insufficienza respiratoria e un confermato possibile coinvolgimento del sistema sanguigno ABO. In precedenza, studi non genetici hanno implicato il coinvolgimento dei gruppi sanguigni ABO nella suscettibilità a COVID-19. Sebbene i risultati non dimostrino una connessione di tipo sanguigno, questo sembra essere un segnale significativo per un gruppo a maggior rischio.

Link: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2020283?query=featured_coronavirus#article_references

                                                                                                      

  22 giugno 2020

 Nanoparticelle esche assorbono il SARS-CoV-2

In un nuovo approccio per combattere l’infezione, invece di mirare al virus, i ricercatori della University of California San Diego hanno utilizzato nanoparticelle rivestite con membrane cellulari estratte da cellule epiteliali polmonari e macrofagi. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista sottoposta a revisione tra pari Nano Letters il 17 giugno 2020. Queste nanoparticelle, o nanospugne, agiscono come mimi biologici o esche a cui il virus si attaccherebbe al posto della cellula ospite. Le nanospugne sono migliaia di volte più piccole della larghezza di un capello umano e sono ricoperte da membrane cellulari con gli stessi recettori proteici delle cellule che impersonano. I ricercatori hanno scoperto che dopo l’incubazione con le nanospugne, l’infettività del virus SARS-CoV-2 nella coltura cellulare era ridotta del 90% in modo dose-dipendente. Un vantaggio significativo di questa strategia è che non è correlata alla capacità del virus di mutare. Presentando una nanoparticella esca, questa piattaforma sarebbe efficace contro qualsiasi mutazione o virus che mira alla stessa cellula ospite. I ricercatori intendono valutare l’efficacia di queste nanospugne nelle piattaforme animali nei prossimi mesi. L’efficacia e la sicurezza nell’uomo di questa terapia futuristica non sono state dimostrate.

Link:https://pubs.acs.org/doi/full/10.1021/acs.nanolett.0c02278

                                                                                                    

  19 giugno 2020

 Cocktail di anticorpi anti-SARS-CoV-2 per prevenire una rapida fuga mutazionale

Gli anticorpi monoclonali per il trattamento di COVID-19 sono in fase di sviluppo. Tuttavia, esiste una preoccupazione che la resistenza possa svilupparsi rapidamente a causa della capacità del virus di mutare. Un rapporto pubblicato su Science il 15 giugno 2020, ha studiato il problema della resistenza. Gli autori hanno mostrato in un modello di virus vivo che si è sviluppata resistenza a un singolo anticorpo in poche generazioni. Hanno quindi identificato diverse coppie di anticorpi, una coppia a regioni sovrapposte del dominio di legame al recettore (receptor binding domain, RBD) e una coppia che si lega a regioni separate e non sovrapposte dell’RBD. Hanno riscontrato una resistenza sviluppata quando si è verificata una sovrapposizione tra le aree legate dall’anticorpo. Tuttavia, la resistenza non si è sviluppata quando gli anticorpi hanno mirato a regioni distinte, presumibilmente perché ciò richiede l’improbabile insorgenza di mutazioni virali simultanee in due distinti siti genetici. Questi risultati suggeriscono che un cocktail anticorpale mirato a regioni non sovrapposte dell’RBD virale, piuttosto che un singolo anticorpo, può essere superiore.

Link: https://science.sciencemag.org/content/early/2020/06/15/science.abd0831

                                                                                                 

  18 giugno 2020

 Le comorbilità aumentano la mortalità di 12 volte nei casi COVID-19

Il numero pubblicato in anticipo del 15 giugno dell’US Centers for Disease Control, Morbidity and Mortality Weekly Report, descrive le caratteristiche demografiche, le condizioni di salute sottostanti, i sintomi e gli esiti tra 1.320.488 casi di COVID-19 confermati in laboratorio al 30 maggio 2020. Complessivamente, 184.673 (14%) pazienti sono stati ricoverati, 29.837 (2%) sono stati ricoverati in unità di terapia intensiva (UTI) e 71.116 (5%) sono deceduti. Tra 287.320 (22%) di casi con dati sulle condizioni di salute sottostanti individuali, le condizioni di salute sottostanti più comuni erano: malattia cardiovascolare 32%, diabete 30% e malattia polmonare cronica 18%. I ricoveri erano 6 volte più alti e i decessi 12 volte superiori tra quelli con patologie sottostanti segnalate rispetto a quelli che non hanno riferito patologie sottostanti. Il CDC ritiene che i risultati sottolineino la necessità di strategie di mitigazione continuative nella comunità, specialmente per le popolazioni vulnerabili.

Link: https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/69/wr/mm6924e2.htm?s_cid=mm6924e2_e&deliveryName=USCDC_921-DM30615

                                                                                 

  17 giugno 2020

 Il desametasone ha ridotto i decessi nei pazienti con COVID-19 grave

Un Comunicato stampa della Oxford University datato 16 giugno 2020, ha riportato i risultati positivi di una sperimentazione clinica su 6.425 pazienti con COVID-19 grave. I pazienti sono stati assegnati casualmente a ricevere desametasone 6 mg una volta al giorno per via orale o endovenosa per 10 giorni (n = 2104) o le sole cure abituali (n = 4321). Il desametasone ha ridotto i decessi di 1/3 nei pazienti ventilati e di 1/5 nei pazienti che ricevevano solo ossigeno. Entrambi i risultati erano statisticamente molto significativi. Sulla base di questi risultati, un decesso sarebbe impedito con il trattamento di 8 pazienti ventilati o di circa 25 pazienti che necessitano solo di ossigeno. Non vi è stato alcun beneficio nei pazienti che non hanno richiesto supporto respiratorio. Nel comunicato stampa, Peter Horby, professore di malattie infettive emergenti del Nuffield Department of Medicine, University of Oxford, e uno degli sperimentatori principali per la sperimentazione, ha affermato che “il desametasone è il primo farmaco a dimostrare una migliore sopravvivenza per COVID-19”. È importante notare che i dati dello studio non sono ancora stati pubblicati o sottoposti a revisione tra pari, ma gli esperti esterni hanno immediatamente accolto i risultati. Patrick Vallance, capo consulente scientifico del governo del Regno Unito, ha definito i risultati una “notizia straordinaria” e “uno sviluppo innovativo nella lotta contro la malattia”. Scott Gottlieb, ex commissario della Food and Drug Administration statunitense, lo ha definito “un risultato molto positivo.

Link: https://www.recoverytrial.net/files/recovery_dexamethasone_statement_160620_v2final.pdf

                                                                                     

  16 giugno 2020

 Diabete di nuova insorgenza e COVID-19

Una lettera pubblicata sul New England Journal of Medicine e firmata da un gruppo internazionale di 17 importanti diabetologi coinvolti nel progetto CoviDiab Registry, ha avvisato che il COVID-19 potrebbe attivare il diabete di nuova insorgenza. L’obiettivo del registro è stabilire l’entità e le caratteristiche del diabete di nuova insorgenza nei pazienti con COVID-19. Le osservazioni cliniche finora hanno mostrato una relazione bidirezionale tra COVID-19 e diabete. Dei pazienti deceduti con COVID-19, dal 20 al 30% hanno avuto il diabete. D’altra parte, il diabete di nuova insorgenza e le complicanze metaboliche atipiche del diabete preesistente sono state osservate nelle persone con COVID-19. Non è chiaro in che modo SARS-CoV-2 influisca sul diabete. Un possibile meccanismo coinvolge la proteina enzima di conversione dell’angiotensina 2 (angiotensin-converting enzyme 2, ACE2) che si lega a SARS-CoV-2, consentendo al virus di penetrare nelle cellule umane. ACE2 si trova in molti organi coinvolti nel metabolismo del glucosio, come le cellule beta pancreatiche, l’intestino tenue, il tessuto adiposo e i reni.

Link: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMc2018688

                                                                                      

  15 giugno 2020

 La FDA incoraggia i medici a utilizzare il programma e l’app CURE ID per segnalare nuovi utilizzi di farmaci esistenti nella lotta contro COVID-19

I professionisti sanitari sono da tempo in grado di prescrivere un farmaco legalmente commercializzato per un uso non approvato se ritengono che il farmaco sia appropriato dal punto di vista medico per un determinato paziente. Tuttavia, a meno che tale prescrizione non venga effettuata nell’ambito di una sperimentazione farmacologica formale, il successo o il fallimento di tale uso raramente diventa noto alle comunità mediche e scientifiche. Pertanto, nel 2013, l’FDA e il National Center for Advancing Translational Sciences (NCATS), parte dei National Institutes of Health (NIH), hanno implementato il programma volontario CURE ID, che ha creato un modo diretto per i medici di segnalare i risultati dell’uso non approvato nei singoli pazienti. I dati resi anonimi sono aggregati per malattia e sono disponibili alla consultazione da parte degli utenti. Il programma è volto a semplificare l’identificazione dei candidati al farmaco per gli studi di ricerca, piuttosto che far parte del processo formale di approvazione del farmaco. Recentemente, il programma CURE ID, inclusa la sua app gratuita, è stato aggiornato per semplificare la segnalazione dei dati COVID-19 e auspicabilmente per identificare nuove terapie efficaci.

Link: https://www.fda.gov/drugs/science-and-research-drugs/cure-id-app-lets-clinicians-report-novel-uses-existing-drugs

                                                                                

  12 giugno 2020

 Notevole declino nelle visite al Pronto soccorso durante le prime fasi della pandemia

La pandemia da COVID-19 ha avuto un impatto significativo sul numero di visite al Pronto soccorso negli Stati Uniti. Un rapporto pubblicato dal CDC nel Morbidity and Mortality Weekly Report il 3 giugno 2020, ha mostrato un declino delle visite al Pronto soccorso del 42% durante le prime fasi della pandemia da COVID-19. Il numero medio di visite alla settimana durante il periodo di tempo dal 29 marzo al 25 aprile 2020 è stato di 1,2 milioni. Nello stesso arco di tempo dell’anno precedente, dal 31 marzo al 27 aprile 2019, ci sono state 2,2 milioni di visite alla settimana. La percentuale di visite correlate alla malattia infettiva, tuttavia, era quattro volte superiore durante questo periodo di tempo. Le riduzioni sono state particolarmente pronunciate per bambini e soggetti di sesso femminile e anche nel nord-est del Paese. Le visite per molte patologie, tra cui dolore addominale e altri sintomi gastrointestinali, dolore toracico non specifico, infarto miocardico acuto e ipertensione arteriosa sono diminuite durante la pandemia, sollevando il timore che alcune persone possano ritardare le cure per patologie che potrebbero comportare una mortalità aggiuntiva se non trattate.

Link allo studio: https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/69/wr/mm6923e1.htm?s_cid=mm6923e1_w

                                                                                             

  10 giugno 2020

 Tassi di mortalità per COVID-19 messi in prospettiva

Il New York Times ha esaminato il numero di decessi in 25 città e regioni di tutto il mondo durante i mesi più devastanti dell’epidemia, confrontando queste cifre rispetto ai loro livelli di mortalità normali, quindi confrontando gli aumenti con altri disastri naturali nella storia.

Aumento dei decessi durante il mese di picco rispetto agli anni normali:

  • 7,3 volte l’influenza spagnola del 1918 a Philadelphia
  • 6,7 volte il COVID-19 a Bergamo, Italia
  • 5,8 volte il COVID-19 a New York City
  • 4,0 volte il COVID-19 a Lima, Perù
  • 2,4 volte l’uragano Katrina a New Orleans
  • 1,05 volte la brutta stagione influenzale a New York City

Link all’articolo: https://www.nytimes.com/interactive/2020/06/10/world/coronavirus-history.html?smid=em-share

                                                                                    

  5 giugno 2020

 Ritirato studio sull’idrossiclorochina

Diversi autori di uno studio recentemente pubblicato su The Lancet hanno ritirato il loro articolo dalla pubblicazione. Le fonti di dati dello studio, che sembravano mostrare l’inefficacia dell’idrossiclorochina o clorochina per il trattamento di COVID-19, sono state messe in discussione dopo la pubblicazione. Tre autori del documento hanno poi tentato di avere una terza parte indipendente per esaminare i dati e l’analisi, ma questi revisori tra pari non hanno avuto accesso all’intera serie di dati, portando gli autori a ritirare il documento.

Link: https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)31324-6/fulltext

                                                                                   

  5 giugno 2020

 Un caso di COVID-19 con una lunga durata di diffusione virale

Una lettera del 23 maggio al direttore del Journal of Microbiology, Immunology and Infection descrive un caso di COVID-19 con la durata più lunga riportata di diffusione virale. La durata media di diffusione virale per COVID-19 è stata riferita andare dagli 11 ai 20 giorni e il periodo più lungo riferito in precedenza era di 49 giorni. Questo caso di studio riguardava una donna di 59 anni, che aveva ricevuto la diagnosi di COVID-19 a Wuhan, che ha dimostrato di avere un test PCR positivo a intermittenza dell’RNA di SARS-CoV-2 per 72 giorni dopo l’insorgenza della malattia. La paziente era asintomatica dalla prima settimana del ricovero ospedaliero e ha dimostrato di avere anticorpi anti-SARS-CoV-2 a partire da 38 giorni dall’insorgenza della malattia. Tuttavia, i test PCR dell’RNA multipli sono risultati positivi a intermittenza fino a 72 giorni. Il caso di studio non conteneva evidenze del fatto che i test positivi della PCR fossero dovuti alla presenza di virus trasmissibili o semplicemente a frammenti virali residui. 

Link allo studio: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1684118220301225?via%3Dihub

                                                                                

  4 giugno 2020

 Prima sperimentazione di fase 1 di farmaco anticorpale per COVID-19

Eli Lilly questa settimana ha iniziato la prima sperimentazione di fase 1 di un anticorpo monoclonale specifico per il virus SARS-CoV-2. L’anticorpo duplica uno dei 550 diversi anticorpi rilevati utilizzando una nuova tecnica di screening nel sangue di un paziente guarito da COVID-19. 

Link all’annuncio: https://www.biopharmadive.com/news/eli-lilly-abcellera-coronavirus-antibody-drug-first-trial/578980/

                                                                                

  3 giugno 2020

 Tempistica del test COVID-19 e della variabilità dei risultati falsi negativi

In uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine, il 13 maggio 2020, i ricercatori della Johns Hopkins University hanno analizzato i risultati di sette studi precedentemente pubblicati sulle prestazioni del test RT-PCR e hanno scoperto che la probabilità di un risultato falso negativo variava significativamente con la tempistica del test. Le date dei test variavano a partire dalla data dell’infezione (la data di esposizione), all’insorgenza dei sintomi (in genere il giorno 5) e successivamente alle date dopo l’insorgenza dei sintomi. Hanno scoperto che la probabilità media di un risultato falso negativo era del 100% il giorno 1 di infezione, del 67% il giorno 4, del 38% il giorno dell’insorgenza dei sintomi e del 20% (il tasso falso-negativo più basso) il giorno 8. Dopo il giorno 8, la probabilità di un risultato falso negativo ha iniziato ad aumentare di nuovo. Pertanto, il tasso di falsi negativi più basso era 8 giorni dopo l’esposizione e 3 giorni dopo l’insorgenza tipica dei sintomi. Gli autori hanno concluso che questo potrebbe essere il momento ottimale per il test se l’obiettivo è di ridurre al minimo i risultati falsi negativi. Hanno sottolineato che occorre prestare attenzione nell’interpretazione dei risultati del test RT-PCR per l’infezione da SARS-CoV-2, in particolare all’inizio nel corso dell’infezione. Se il sospetto clinico è elevato, l’infezione non deve essere esclusa solo sulla base dei risultati del test. I ricercatori hanno consigliato ai medici di considerare la tempistica del test nell’interpretazione dei risultati negativi, specialmente per i soggetti che probabilmente sono stati esposti e con sintomi coerenti con COVID-19. Hanno concluso che quando la probabilità di infezione pre-test è elevata, la probabilità post-test rimane elevata, anche con un risultato negativo del test. Inoltre, se il test viene eseguito immediatamente dopo l’esposizione, il risultato del test non fornisce ulteriori informazioni sulla probabilità di infezione. Gli autori hanno affermato che la ricerca in approcci di sensibilità più elevati è fondamentale.

Link allo studio: https://www.acpjournals.org/doi/10.7326/M20-1495

                                                                              

  2 giugno 2020

 Cosa possono dirci le fognature sulla diffusione di COVID-19

I ricercatori hanno scoperto che grandi quantità di RNA di SARS-CoV-2, il materiale genetico per COVID-19, sono escrete nelle feci. Trovare la firma virale di COVID-19 nelle fognature ha consentito agli scienziati di correlare la presenza e la quantità di virus con la diffusione e la gravità della malattia. L’analisi delle fognature può essere uno strumento per la sorveglianza della malattia e offre un modo più semplice per ottenere una prospettiva più ampia della pandemia senza dover prelevare campioni e testare ogni persona. In un articolo pubblicato su Smithsonian Magazine il 14 maggio 2020, Catherine J. Wu, giornalista scientifica di Boston e PhD in microbiologia e immunologia dell’Università di Harvard, parla della recente ricerca su come le acque reflue possano aiutare a tenere traccia della diffusione del virus COVID-19 e le possibili implicazioni per la salute della diffusione virale nelle feci, che poi entra nel sistema delle acque reflue.

Link all’articolo:https://www.smithsonianmag.com/science-nature/how-wastewater-could-help-track-spread-new-coronavirus-180974858/

                                                                                

  1° giugno 2020

 A New York City, la dimensione del nucleo familiare può essere un fattore determinante più importante del tasso di infezione da COVID-19 rispetto alla densità della popolazione

Negli Stati Uniti e anche nella stessa città, il numero di casi di COVID-19 confermati relativi alla dimensione della popolazione è variato notevolmente. È importante sapere quali fattori determinano questa variazione perché ciò comporta importanti implicazioni politiche su come contenere l’epidemia. Uno studio statistico (pubblicato nella prestampa di medRxiv il 20 maggio 2020; non ancora sottoposto a revisione tra pari) di questa variazione a New York City, ha utilizzato i dati disponibili per analizzare questi fattori in base al codice postale (CAP). Lo studio ha scoperto che quando prendeva in considerazione fattori importanti come la densità della popolazione, la dimensione media del nucleo familiare, la percentuale di popolazione al di sotto della linea della povertà e la percentuale di età superiore ai 65 anni, era una dimensione media della famiglia che si è rivelata la variabile più importante associata al tasso di casi confermati. La percentuale di popolazione superiore ai 65 anni e la popolazione sotto la linea della povertà erano indicatori aggiuntivi che influenzavano il tasso di incidenza dei casi. È interessante notare che, contrariamente alla convinzione comune, la densità della popolazione non ha avuto un impatto significativo sul tasso dei casi in un determinato CAP. Infatti, quando sono stati presi in considerazione gli altri fattori, lo studio ha scoperto che la densità della popolazione e l’incidenza di casi erano negativamente correlati. Tuttavia, lo studio ha utilizzato dati statistici del 2018 che non hanno tenuto conto di eventuali variazioni della popolazione durante l’epidemia. Inoltre, non era chiaro come le case di cura e i loro residenti siano stati classificati ai fini di questo studio, il che potrebbe avere influenzato i risultati dello studio.

Link allo studio: https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.05.25.20112797v1.full.pdf+html

                                                                             

  29 maggio 2020

L’articolo è stato ritirato il 4 giugno 2020.

Nessun beneficio di idrossiclorochina o clorochina in monoterapia o con macrolidi in un ampio studio di database retrospettivo multinazionale

Un ampio studio multinazionale che ha analizzato gli esiti ospedalieri per i pazienti con COVID-19 trattati con clorochina o idrossiclorochina in monoterapia o in combinazione con macrolidi è stato pubblicato sulla rivista Lancet il 22 maggio 2020. È stato analizzato un registro multinazionale comprendente dati di 671 ospedali in sei continenti. I dati includevano pazienti ricoverati tra il 20 dicembre 2019 e il 14 aprile 2020, con un risultato di laboratorio positivo di SARS-CoV-2. Il registro ha prodotto i dati di 96.032 pazienti per l’inclusione nello studio; 14.888 pazienti hanno ricevuto uno dei trattamenti di interesse entro 48 ore dalla diagnosi e 81.114 pazienti erano nel gruppo di controllo che non ha ricevuto clorochina o idrossiclorochina in monoterapia o in combinazione con macrolidi. Gli esiti non hanno prodotto alcuna evidenza a conferma del beneficio di idrossiclorochina o clorochina quando utilizzate in monoterapia o con un macrolide in termini di esiti ospedalieri per COVID-19. Lo studio ha dimostrato un’associazione di ciascuno di questi regimi farmacologici con una ridotta sopravvivenza ospedaliera e una maggiore frequenza delle aritmie ventricolari rispetto al gruppo di controllo. A causa del disegno retrospettivo dello studio osservazionale, la possibilità di fattori confondenti non misurati non può essere esclusa. Una di queste possibilità è che i medici curassero i pazienti più malati con i farmaci. Gli autori hanno concluso che “saranno necessarie sperimentazioni cliniche randomizzate prima di poter giungere a qualsiasi conclusione in merito ai benefici o ai danni di questi agenti nei pazienti con COVID-19”. Gli autori hanno inoltre dichiarato che “questi risultati suggeriscono che questi regimi farmacologici non devono essere utilizzati al di fuori delle sperimentazioni cliniche”.

Link allo studio: https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)31180-6/fulltext?rss=yes

                                                                           

  27 maggio 2020

 Studio autoptico dei polmoni di pazienti deceduti per COVID-19

Uno studio autoptico sui polmoni dei pazienti COVID-19 ha scoperto che il coronavirus che causa COVID-19 invade il rivestimento endoteliale dei vasi sanguigni, favorendo la formazione di coaguli di sangue. Lo studio pubblicato online su The New England Journal of Medicine il 21 maggio 2020, ha esaminato le caratteristiche morfologiche e molecolari dei polmoni ottenuti durante l’autopsia da pazienti deceduti per COVID-19 e ha effettuato un confronto con i polmoni di pazienti che erano deceduti per influenza e con i polmoni di controlli non infetti corrispondenti per età. I polmoni dei pazienti con COVID-19 hanno mostrato caratteristiche vascolari particolari e gravi lesioni endoteliali. L’analisi istologica dei vasi polmonari nei pazienti con COVID-19 ha mostrato una trombosi diffusa con microangiopatia. I microtrombi capillari alveolari erano 9 volte più prevalenti nei pazienti con COVID-19 rispetto ai pazienti con influenza. Inoltre, lo studio ha riscontrato che i polmoni di pazienti con COVID-19 presentavano una crescita significativa di nuovi vasi attraverso un meccanismo di angiogenesi per intussuscezione. Lo studio ha inoltre esaminato e riscontrato differenze significative nell’espressione dell’infiammazione e nei geni correlati all’angiogenesi nel tessuto polmonare dei pazienti deceduti per COVID-19 e per influenza A (H1N1).

Link allo studio: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2015432

                                                                     

  22 maggio 2020

 La durata di vita nell’aria delle goccioline disperse parlando e la loro potenziale importanza nella trasmissione di SARS-CoV-2

Uno studio pubblicato il 13 maggio 2020 su Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America (PNAS) ha dimostrato che il normale eloquio umano emette goccioline in grado di permanere nell’aria. I ricercatori hanno usato i laser per emettere un intenso fascio di luce per visualizzare le esplosioni di goccioline disperse parlando e prodotte quando i soggetti pronunciavano le parole “stay healthy” (stare in salute). Questo metodo di dispersione della luce fornisce una prova visiva dell’emissione di goccioline disperse parlando e ne valuta anche la durata di vita nell’aria. Questo metodo è particolarmente sensibile nella misurazione delle goccioline disperse parlando con diametro inferiore a 30 micrometri, che potrebbero rimanere nell’aria più a lungo rispetto alle goccioline più grandi che normalmente sono state oggetto di ricerca. Hanno stimato che 1 minuto di conversazione ad alta voce genera almeno 1000 nuclei di goccioline contenenti virioni che rimangono nell’aria per più di 8 minuti. Le goccioline disperse parlando e generate da portatori asintomatici sono sempre più considerate una probabile modalità di trasmissione della malattia. Questa visualizzazione diretta dimostra in che modo il normale eloquio genera goccioline disperse nell’aria che possono rimanere sospese per decine di minuti o più e sono particolarmente capaci di trasmettere la malattia in ambienti confinati. Tuttavia, va notato che questo studio non affronta la trasmissione effettiva di COVID-19.

Link allo studio: https://www.pnas.org/content/early/2020/05/12/2006874117

                                                                                                                                         

  21 maggio 2020

 Il consiglio dei CDC per la cura di una persona malata a casa

I Centers for Disease Control and Prevention (CDC) hanno recentemente pubblicato linee guida sulla cura di una persona con COVID-19 a casa o in un contesto non sanitario. Il consiglio riguarda la cura delle persone sintomatiche con COVID-19 e per le persone asintomatiche, ma risultate positive al test. Le raccomandazioni sono ampie e dettagliate. I CDC forniscono utili strategie su come soddisfare le esigenze di base di una persona malata. I CDC identificano anche i sintomi che possono richiedere l’attenzione medica d’urgenza. I CDC spiegano in che modo gli operatori sanitari possono proteggersi. Nel documento sono disponibili istruzioni su come limitare il contatto con la persona malata, come gestire i pasti e quando una persona malata o un assistente deve indossare coperture per il viso o usare guanti. Vengono forniti consigli sul lavarsi le mani, usare il bagno, pulire e disinfettare in casa e fare il bucato. I CDC forniscono anche indicazioni su come interrompere l’isolamento a casa.

Link alla guida CDC: https://www.cdc.gov/coronavirus/2019-ncov/if-you-are-sick/care-for-someone.html

                                                                    

  20 maggio 2020

 Comprendere l’immunità a SARS-CoV-2

Per comprendere meglio la risposta immunitaria dell’organismo a SARS-CoV-2, i ricercatori de La Jolla University hanno studiato la risposta immunitaria cellulare in un gruppo di 20 adulti guariti dal COVID-19. Nello studio pubblicato online su Cell il 14 maggio 2020, i ricercatori hanno scoperto che era presente una robusta risposta immunitaria cellulare al virus. I ricercatori hanno scelto di studiare le persone che avevano un corso della malattia da lieve a moderato che non richiedeva il ricovero per fornire un riferimento per quanto riguarda la normale risposta immunitaria. Il sistema immunitario ha riconosciuto il virus in molti modi con immunità umorale (anticorpi) e cellulare (cellule T). Ciò ha aiutato a dissipare i timori che il virus potrebbe eludere gli sforzi per creare un vaccino efficace. Hanno scoperto una robusta risposta delle cellule T non solo alla proteina “spike” ma anche ad altre proteine, teorizzando che potrebbe essere utile avere più epitopi in un candidato vaccino piuttosto che semplicemente la proteina “spike”. È interessante notare che hanno rilevato le cellule T CD4+ SARS-CoV-2−reattive nel ~40-60% dei soggetti non esposti (analisi dei campioni prelevati prima della pandemia attuale), suggerendo il riconoscimento a reazione incrociata delle cellule T tra la circolazione di coronavirus del ‘comune raffreddore’ e SARS-CoV-2 sebbene non sia noto se e in che misura questi possano essere protettivi.

Link allo studio: https://www.cell.com/cell/fulltext/S0092-8674(20)30610-3

                                                      

  19 maggio 2020

 COVID-19: La trasmissione spiegata

In un recente post sul blog, “The Risks-Know Them-Avoid Them” (I rischi: conoscerli per evitarli), Erin S. Bromage, Phd, professore associato di biologia presso la University of Massachusetts Dartmouth, spiega la scienza di una dose contagiosa, dove e come il virus si diffonde e quali ambienti sono i più rischiosi.  Il Dott. Bromage ha svolto un ottimo lavoro per tradurre i dati e i risultati in prosa che i non scienziati possono comprendere più facilmente. Ci auguriamo che una migliore comprensione del modo in cui si diffonde il virus COVID-19 aiuterà le persone a prendere decisioni su come evitare di contrarre il virus.

Link al post sul blog: https://www.erinbromage.com/post/the-risks-know-them-avoid-them

                                                              

  18 maggio 2020

 Vaccino per COVID-19 promettente usando il virus inattivato

I virus inattivati purificati sono stati tradizionalmente utilizzati nello sviluppo dei vaccini, fornendo vaccini sicuri ed efficaci per prevenire le malattie causate da virus come il poliovirus e il virus influenzale. In un documento pubblicato su Science il 6 maggio 2020, un gruppo di ricercatori in Cina ha riferito di un vaccino (PiCoVacc) per SARS-CoV-2 inattivato, purificato, che ha prodotto anticorpi neutralizzanti in topi, ratti e primati non umani. Gli anticorpi hanno dimostrato di neutralizzare 10 ceppi rappresentativi del virus. In seguito all’infezione da SARS-CoV-2, i macachi Rhesus (specie di primati non umani che presentano una malattia simile a COVID-19 causata da infezione da SARS-CoV-2) che hanno ricevuto una dose da 6 microgrammi, hanno mostrato una protezione completa. Il vaccino non ha provocato alcun effetto avverso osservabile o biochimico. In particolare, non vi è stata alcuna evidenza di un fenomeno noto come rafforzamento dell’infezione dipendente da anticorpi, che i precedenti rapporti avevano sollevato come timore.

Gli autori hanno affermato: “Questi risultati suggeriscono un percorso verso lo sviluppo clinico dei vaccini per SARS-CoV-2 per l’uso negli esseri umani”. Si prevede che le sperimentazioni cliniche con PiCoVacc inizieranno nel corso di quest’anno.

Link allo studio:https://science.sciencemag.org/content/early/2020/05/06/science.abc1932

                                                          

  15 maggio 2020

 Concentrazioni maggiori dell’enzima di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2) negli uomini

Gli uomini sono più vulnerabili a COVID-19 rispetto alle donne. Esiste una preponderanza degli uomini rispetto alle donne che risultano positivi a COVID-19. Un rapporto dall’Italia ha scoperto che il 70% dei pazienti deceduti per COVID-19 erano uomini.

Uno studio condotto su diverse migliaia di pazienti con insufficienza cardiaca in 11 Paesi europei ha riscontrato concentrazioni significativamente maggiori di enzima di conversione dell’angiotensina 2 (angiotensin-converting enzyme 2, ACE2) nel sangue degli uomini rispetto alle donne. ACE2 è un recettore sulla superficie delle cellule sane. Il coronavirus si lega a questo recettore, consentendo al virus di infettare le cellule sane. Il predittore più forte di concentrazioni elevate di ACE2 era il sesso maschile. Lo studio ha inoltre scoperto che i pazienti che ricevevano inibitori dell’ACE o bloccanti del recettore dell’angiotensina (angiotensin receptor blockers, ARB) non avevano concentrazioni plasmatiche maggiori di ACE2. Questa scoperta di concentrazioni più elevate di ACE2 può spiegare perché gli uomini siano più vulnerabili a COVID-19 rispetto alle donne. Lo studio è stato pubblicato online sull’European Heart Journal il 10 maggio 2020.

Link allo studio:https://academic.oup.com/eurheartj/article/41/19/1810/5834647

                                                 

  13 maggio 2020

 Sindrome infiammatoria pediatrica multisistemica potenzialmente associata a COVID-19 

Il Boston Children’s Hospital ha pubblicato una breve panoramica di una sindrome pediatrica recentemente segnalata che potrebbe essere correlata a COVID-19. Nelle ultime settimane, sono pervenute dall’Europa e dagli Stati Uniti orientali segnalazioni di un piccolo numero di bambini gravemente malati affetti da una malattia infiammatoria multisistemica denominata sindrome infiammatoria pediatrica multisistemica (pediatric multisystem inflammatory syndrome, PMIS). Le segnalazioni sono ancora frammentate e le descrizioni dei sintomi variano, ma i pazienti sembrano presentare febbre, vari gradi di disfunzione d’organo e più marcatori di laboratorio di grave infiammazione. A volte la sindrome progredisce a uno shock significativo, che richiede farmaci vasoattivi e ventilazione meccanica.

Sembra esserci una connessione all’attuale pandemia COVID-19 in quanto un numero dei bambini colpiti presenta un test PCR positivo per SARS-CoV-2 e un numero simile di bambini negativi all’antigene presenta risultati positivi per il test anticorpale. Tuttavia, un numero significativo di casi non presenta nessuno dei due. La connessione resta poco chiara.

La sindrome ha anche qualche relazione con la malattia di Kawasaki, con alcuni bambini che soddisfano tutti o alcuni criteri per la malattia di Kawasaki. Tuttavia, sebbene la miocardite sia comune nei bambini con PMIS, il coinvolgimento dell’arteria coronaria (compresi gli aneurismi delle arterie coronarie), un segno distintivo della malattia Kawasaki, non sembra essere segnalato.

Sebbene rari, i casi sono abbastanza gravi e sembrano rispondere a trattamenti come anticoagulanti, immunoglobulina EV, blocco dell’IL-1 o IL-6 e corticosteroidi. I medici devono prestare attenzione a queste manifestazioni e rinviare i bambini potenzialmente interessati a un centro specializzato.

Link al riepilogo: https://discoveries.childrenshospital.org/covid-19-inflammatory-syndrome-children/

                                                     

  12 maggio 2020

 La variabilità genetica può incidere sulla suscettibilità a COVID-19

L’analisi delle variazioni genetiche note all’interno del sistema immunitario umano suggerisce che esistono differenze che potrebbero influenzare la capacità di rispondere all’infezione da SARS-CoV-2. La variabilità immunitaria può spiegare perché alcuni soggetti presentano sintomi gravi, mentre altri presentano solo sintomi lievi o sono asintomatici.

Le proteine HLA si legano ai peptidi estranei all’organismo, marcando il peptide estraneo e attivando il sistema immunitario per uccidere la cellula infetta. Maggiore è il numero di peptidi che un virus può rilevare dal sistema HLA, più forte è la risposta immunitaria. Alcune proteine HLA possono essere meglio adattate a SARS-CoV-2 e quindi rappresentano un fattore per l’efficacia con cui il sistema immunitario può combattere il virus.

I ricercatori hanno analizzato il sistema dell’antigene leucocitario umano (human leukocyte antigen, HLA) per determinare quali alleli HLA si legassero più efficacemente ai peptidi del coronavirus. Il documento è pubblicato online sul Journal of Virology come manoscritto accettato. Gli autori hanno usato un modello informatico con un database noto delle proteine che compongono SARS-CoV-2 e poi hanno utilizzato algoritmi per prevedere il grado di legame tra i diversi HLA e queste proteine del coronavirus. Dei 145 diversi alleli HLA, i ricercatori hanno identificato i 3 migliori (A*02:02, B*15:03, C*12:03) e i 3 peggiori (A*25:01, B*46:01, C*01:02) alla presentazione dell’antigene virale. Il modello ha previsto che un allele HLA, B*46:01 era particolarmente negativo nel presentare l’antigene sia di SARS-CoV-2 che di SARS-CoV. I risultati sono stati quindi confrontati con quelli degli studi precedenti. Il confronto ha rivelato che le persone con questo allele (B*46:01) tendevano ad avere infezioni SARS più gravi e carichi virali più elevati. I risultati possono aiutare a spiegare l’ampia disparità nelle presentazioni cliniche di COVID-19, identificare individui ad alto rischio e dare priorità a tali individui per la vaccinazione.

Link allo studio: https://jvi.asm.org/content/early/2020/04/16/JVI.00510-20

                                               

  11 maggio 2020

 Una combinazione di farmaci antivirali migliora l’esito nei pazienti COVID-19

Uno studio pubblicato online l’8 maggio 2020 su The Lancet, ha arruolato 124 pazienti ricoverati a Hong Kong con un tampone nasofaringeo al basale positivo per SARS-CoV-2. Lo studio multicentrico, randomizzato (2:1), in aperto, ha confrontato la combinazione di lopinavir e ritonavir, ribavirina e tre dosi da 8 milioni di unità internazionali di interferone beta-1b con un gruppo di controllo che ha ricevuto solo lopinavir e ritonavir. Il tempo mediano dall’insorgenza dei sintomi all’arruolamento nello studio era di 5 giorni. L’endpoint primario dello studio era il tempo a un tampone nasofaringeo negativo per il virus SARS-CoV-2 mediante trascrizione inversa della PCR. Il gruppo di combinazione aveva un tempo mediano significativamente inferiore dall’inizio del trattamento dello studio al tampone nasofaringeo negativo (7 giorni) rispetto al gruppo di controllo (12 giorni; p = 0,001). Vi è stato anche un significativo miglioramento dei sintomi e della riduzione della durata del ricovero ospedaliero. Gli eventi avversi non erano diversi tra i 2 gruppi e generalmente erano lievi e autolimitanti. Pochissimi pazienti hanno richiesto assistenza in UTI e solo 1 paziente (gruppo di controllo) ha richiesto l’intubazione e il supporto ventilatorio. Non ci sono stati decessi. Questo studio ha scoperto che il trattamento con una combinazione di terapie antivirali è stato efficace nell’abbreviare la durata della diffusione del virus nei pazienti con COVID-19 da lieve a moderata. Gli autori hanno discusso il beneficio di rendere i carichi virali negativi, riducendo così l’infettività del paziente. Hanno raccomandato un successivo studio controllato con placebo per stabilire l’efficacia e la sicurezza di questa terapia combinata.

Link allo studio:  https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)31042-4/fulltext

                                               

  8 maggio 2020

 SARS-CoV-2 si stava già diffondendo in Francia a fine dicembre 2019

Il test RT-PCR su un campione conservato di espettorato di un paziente ricoverato in Francia a fine dicembre con sindrome respiratoria acuta grave è risultato positivo per il coronavirus. Questo risultato ha rivelato che l’epidemia in Francia sia iniziata molto prima di quanto ritenuto inizialmente. Questo risultato è stato pubblicato online sull’International Journal of Antimicrobial Agents il 3 maggio 2020. I ricercatori hanno esaminato le cartelle cliniche di tutti i pazienti ricoverati in UTI con malattia simil-influenzale tra il 2 dicembre 2019 e il 16 gennaio 2020 (n = 124). Hanno escluso i pazienti con un test PCR positivo per altri virus respiratori e hanno escluso i pazienti con cartelle cliniche non tipiche di COVID. Sono stati analizzati i campioni nasofaringei dei restanti 12 pazienti. Un campione è risultato positivo per COVID-19. Il campione positivo apparteneva a un immigrante algerino di 42 anni senza precedenti di viaggio o collegamenti alla Cina. Il 27 dicembre 2019 si è presentato al Pronto soccorso con emottisi, tosse, dolore toracico, cefalea e febbre, in evoluzione per 4 giorni. È importante notare che uno dei suoi figli aveva una malattia simil-influenzale prima dell’insorgenza dei sintomi. Il documento include l’anamnesi medica, la presentazione clinica, i risultati di laboratorio, i risultati radiologici e il decorso clinico della malattia. I ricercatori hanno concluso che la malattia si stava già diffondendo tra la popolazione francese alla fine di dicembre 2019.

Link allo studio: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0924857920301643

                                           

  7 maggio 2020

 Studio epidemiologico della trasmissione di SARS-CoV-2 nei contatti stretti

Uno studio epidemiologico di COVID-19 in 391 casi e 1286 dei loro contatti stretti a Shenzhen, Cina pubblicato su The Lancet, fornisce informazioni sulla storia naturale e sulla trasmissibilità del virus SARS-CoV-2. Usando un set di dati primario ampio, i ricercatori sono stati in grado di fare luce sui tempi di incubazione, i tempi di recupero e la trasmissibilità del virus. È interessante notare che il tasso di attacco secondario nei contatti stretti è in media intorno al 7%. La trasmissione tra contatti molto stretti, come le persone conviventi, era inferiore a uno su sei contatti (ovvero, tasso di attacco secondario dell’11-15%).

Lo studio ha evidenziato il risultato che i bambini avevano la stessa probabilità di infettarsi degli adulti. Sebbene i bambini spesso non si ammalino, non devono essere sottovalutati come fonte di trasmissione significativa. Lo studio ha inoltre dimostrato il valore della sorveglianza basata sui contatti nel ridurre la diffusione del virus SARS-CoV-2 nella comunità.

Link allo studio: https://www.thelancet.com/pdfs/journals/laninf/PIIS1473-3099(20)30287-5.pdf

                                           

  6 maggio 2020

 Gli inibitori dell’ACE o gli ARB peggiorano l’esito di COVID-19?

Il timore che gli inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina (angiotensin-converting enzyme, ACE) o i bloccanti del recettore dell’angiotensina (angiotensin receptor blockers, ARB) peggiorino gli esiti nei pazienti con COVID-19 ha condotto a molte ricerche relative a questa domanda. Il coronavirus che causa COVID-19 infetta le cellule polmonari legandosi alla forma legata alla membrana dell’enzima di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2). Questa consapevolezza ha condotto alla speculazione che questi farmaci potrebbero essere dannosi nei pazienti con COVID-19. Un editoriale di The New England Journal of Medicine del 1° maggio 2020 discute i risultati di tre recenti studi di database che non hanno riscontrato esiti avversi nei pazienti che assumono inibitori dell’ACE o ARB.

Link all’editoriale: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMe2012924

                                             

  5 maggio 2020

 Ictus dei grandi vasi nei pazienti giovani e di mezza età con COVID-19 

Il New England Journal of Medicine ha riferito il 28 aprile 2020 di cinque casi di ictus dei grandi vasi in pazienti di età pari o inferiore a 50 anni affetti da COVID-19. La più giovane era una donna di 33 anni. Il rapporto comprendeva tutti i pazienti con ictus di età inferiore a 50 anni presso il sistema sanitario del Mount Sinai di New York City durante un periodo di due settimane tra fine marzo e inizio aprile. Il tasso era quasi sette volte il numero di pazienti con ictus in tale fascia di età durante un periodo medio di due settimane nell’anno precedente e indica una correlazione molto forte con COVID-19.

Link all’articolo:https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMc2009787

         


  4 maggio 2020

 COVID-19, una malattia del sistema colinergico nicotinico?

In Cina, si stima che la prevalenza del tabagismo sia del 31,3%, ma i dati dell’analisi delle serie di casi in Cina rivelano che solo il 6,5% dei pazienti ricoverati con COVID-19 erano fumatori. È interessante notare che questo risultato suggerisce che vi sono effetti potenzialmente benefici della nicotina. Un editoriale pubblicato su Toxicology Reports, disponibile online il 30 aprile 2020, discute la relazione tra i sistemi colinergici e immunitari e in che modo la nicotina possa influenzare le dinamiche e potenzialmente essere un trattamento per COVID-19.  

                     

  30 aprile 2020

 Ipossiemia senza dispnea, nuovo fenomeno descritto in pazienti COVID-19

L’ipossia allarmante senza il sintomo previsto della dispnea è stata discussa in un articolo online scritto da Jennifer Couzin-Frankel il 28 aprile 2020 su Science news. Nell’articolo ha riferito su questo fenomeno, sulle ricerche in corso e sul pensiero riguardo alla sua causa e al suo trattamento. L’autrice ha attirato l’attenzione su uno studio piccolo ma interessante condotto in Brasile da Elnara Marcia Negri e colleghi (vedere link riportato di seguito alla prestampa medrxiv pubblicata il 20 aprile 2020). Questo studio consisteva in una serie di 27 pazienti consecutivi con insufficienza respiratoria dovuta a COVID-19 trattati con eparina e che avevano un tasso migliore di esiti positivi rispetto a quanto segnalato altrove. La Dott.ssa Negri, pneumologa, ha proposto che la coagulazione intravascolare disseminata (CID) o i microemboli nei vasi sanguigni di piccolo calibro nei polmoni causino un alterato rapporto di perfusione, o smistamento, causando ipossiemia. La compliance polmonare sembra essere preservata e i pazienti sono in grado di espellere l’anidride carbonica. La capacità respiratoria è influenzata dai livelli di anidride carbonica nel flusso sanguigno, non dai livelli di ossigeno. Questo spiega perché questi pazienti non presentano affanno con i soli bassi livelli di ossigeno.

 Link all’articolo di Sciencehttps://www.sciencemag.org/news/2020/04/why-don-t-some-coronavirus-patients-sense-their-alarmingly-low-oxygen-levels

                      

  29 aprile 2020

 La Yale University School of Public Health scopre che i campioni di saliva sono una promettente alternativa al tampone nasofaringeo

La Yale University School of Public Health ha condotto uno studio che ha confrontato i campioni saliva e nasofaringei in 44 pazienti ricoverati con COVID-19 e 98 operatori sanitari con esposizione occupazionale ai pazienti COVID-19. Lo studio è stato segnalato da Michael Greenwood il 24 aprile 2020 su Yale News. Sebbene lo studio fosse piccolo e limitato, è stato molto promettente circa l’uso di campioni di saliva al posto dello standard attuale di utilizzo dei tamponi nasofaringei.Lo studio ha rilevato che la saliva ha prodotto una maggiore sensibilità di rilevazione e coerenza durante tutto il corso dell’infezione rispetto ai campioni nasofaringei associati ai pazienti. Si è verificata anche una minore variabilità nella raccolta di autocampionamento. Ciò può rappresentare un grande cambiamento nei test per COVID-19. Il test della saliva non è invasivo, non si basa sui tamponi nasofaringei e può essere facilmente autosomministrato e quindi annulla i rischi, gli ostacoli e l’uso di risorse come tamponi e dispositivi di protezione individuale (DPI) che il contatto diretto con il paziente e le pratiche di test attuali utilizzano. Lo studio non è stato soggetto a revisione tra pari. I risultati della ricerca sono attualmente disponibili sul server prestampa medRxiv.

 Link allo studio: https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.04.16.20067835v1.full.pdf+html

 Link al comunicato stampa:https://news.yale.edu/2020/04/24/saliva-samples-preferable-deep-nasal-swabs-testing-covid-19

  28 aprile 2020

 L’OMS pubblica una guida sui “passaporti d’immunità”

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato un breve avvertimento (24 aprile 2020) che non vi è alcuna evidenza che la presenza di anticorpi contro il virus SARS-CoV-2 protegga dalla reinfezione e dallo sviluppo della malattia COVID-19. L’OMS avverte i governi contro l’uso di test anticorpali per guidarli circa il rilassamento delle misure sociali e l’emissione di “passaporti d’immunità” o “certificati di esenzione dal rischio” che consentono alle persone di presumere di essere protette contro la reinfezione. Non vi sono garanzie che i soggetti che abbiano contratto COVID-19, o che siano risultati positivi per gli anticorpi, possano tornare al lavoro o viaggiare senza rischi. “A questo punto nella pandemia, non vi è sufficiente evidenza sull’efficacia dell’immunità mediata dagli anticorpi per garantire l’accuratezza di un ‘passaporto d’immunità’ o ‘certificato di esenzione dal rischio’” ha dichiarato l’OMS.

L’OMS ha inoltre sottolineato che gli esami di laboratorio che rilevano gli anticorpi contro SARS-CoV-2 nelle persone, inclusi i test rapidi immunodiagnostici, necessitano di ulteriore convalida per determinare la loro accuratezza e affidabilità. I test immunodiagnostici possono classificare erroneamente le persone in due modi. Il primo è che possono falsamente etichettare le persone che sono state infettate come negative (falso negativo) e il secondo è che le persone non infette possono essere erroneamente etichettate come positive (falso positivo). Per ogni test anticorpale dovrà avere essere determinata la relativa accuratezza (tassi di falsi negativi e falsi positivi). Entrambi gli errori hanno conseguenze gravi e influiranno sugli sforzi di controllo.

 Link all’annuncio dell’OMS: https://www.who.int/news-room/commentaries/detail/immunity-passports-in-the-context-of-covid-19
                 

  27 aprile 2020

 Caratteristiche dei pazienti ricoverati con COVID-19

Un’ampia serie di casi di 5700 pazienti sequenziali ricoverati negli ospedali di New York City tra il 1° marzo e il 4 aprile 2020 con COVID-19 confermata sono stati pubblicati su JAMA Network online il 22 aprile 2020. Lo studio fornisce una descrizione completa delle caratteristiche alla presentazione, delle comorbilità e degli esiti. L’aspetto più evidente è che molti pazienti avevano anche altri problemi medici come ipertensione arteriosa (57%), obesità (42%) e diabete (34%). Al triage, solo il 31% aveva febbre. Lo studio si è concentrato su 2.643 pazienti dimessi (2090) o deceduti (553) durante il periodo dello studio. In questo gruppo di pazienti che hanno ottenuto questi esiti, 320 avevano ricevuto ventilazione meccanica, dei quali l’88% è deceduto; tra quelli di età superiore ai 65 anni che hanno ricevuto ventilazione meccanica il 97% è deceduto. Va notato che 3066 pazienti erano ancora ricoverati al momento della raccolta dei dati sull’esito e ciò include certamente una serie di pazienti di età superiore ai 65 anni che hanno richiesto ventilazione meccanica ed erano sopravvissuti fino a quel momento.

 Link allo studio: https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2765184

  24 aprile 2020

 Ulteriori dati sugli antimalarici per COVID-19

L’entusiasmo iniziale e l’abbraccio precoce dell’idrossiclorochina sono stati temperati da timori sull’efficacia e sui potenziali effetti avversi. Diversi studi e rapporti recenti sono riassunti (e menzionati di seguito) in un articolo di revisione online del 21 aprile su Science (1), che evidenzia le ragioni di questi timori:

Un’analisi retrospettiva (2) pubblicata il 21 aprile su 368 veterani ricoverati trattati con idrossiclorochina (hydroxychloroquine, HCQ), HCQ + azitromicina (AZ), o senza HCQ, non ha mostrato alcun beneficio in termini di riduzione della mortalità o della necessità di ventilazione meccanica nei gruppi che ricevevano HCQ in monoterapia o in combinazione con AZ. I tassi di mortalità nei gruppi HCQ, HCQ + AZ e senza HCQ erano rispettivamente del 27,8%, 22,1% e 11,4%. Il gruppo che ha ricevuto solo HCQ ha avuto un aumento della mortalità per qualsiasi causa.

Una pubblicazione di Mayo Clinic Proceedings del 7 aprile (3) ha discusso il meccanismo del prolungamento dell’intervallo QTc di clorochina e idrossiclorochina e ha fornito indicazioni sul relativo monitoraggio e sull’evitare questa complicanza potenzialmente letale. Il documento descrive la farmacologia della clorochina e dell’idrossiclorochina, sottolineando che entrambi i farmaci bloccano il canale del potassio HERG/Kv11.1 codificato dal gene KCNH2, che può prolungare l’intervallo QTc, aumentando il rischio di aritmie pericolose (ad es.: torsione di punta) e morte cardiaca improvvisa. Gli autori elencano i fattori di rischio e raccomandano lo screening per questi prima del trattamento, correggendo i fattori di rischio modificabili e monitorando il prolungamento dell’intervallo QTc durante il trattamento.

Uno studio della New York University School of Medicine (4) ha esaminato la variazione dell’intervallo QT in 84 pazienti adulti con infezione da SARS-CoV-2 trattati con idrossiclorochina + azitromicina. Nel 30% dei pazienti, l’intervallo QTc è aumentato di > 40 ms Nell’11% dei pazienti, l’intervallo QTc è aumentato a > 500 ms, il che rappresenta un alto rischio di aritmia.

In Brasile, una sperimentazione clinica randomizzata in cieco (5) di clorochina ad alto e basso dosaggio (somministrata con ceftriaxone e azitromicina) in soggetti ricoverati in ospedale per COVID-19 è stata interrotta precocemente dopo l’arruolamento di appena 81 pazienti, quando gli sperimentatori hanno riscontrato più decessi nel gruppo che riceveva la più alta tra le due dosi.

 

Bibliografia

 1. Servick K: Antimalarials widely used against COVID-19 heighten risk of cardiac arrest. How can doctors minimize the danger? Science 21 aprile 2020. https://www.sciencemag.org/news/2020/04/antimalarials-widely-used-against-covid-19-heighten-risk-cardiac-arrest-how-can-doctors

2. Magagnoli J, Siddharth N, Pereira F, et al: Outcomes of hydroxychloroquine usage in United States veterans hospitalized with Covid-19. 23 aprile 2020 PRESTAMPA medRxiv disponibile su https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.04.16.20065920v2. doi: https://doi.org/10.1101/2020.04.16.20065920

3. Giudicessi JR, Noseworthy PA, Friedman PA, et al: Urgent guidance for navigating and circumventing the QTc-prolonging and torsadogenic potential of possible pharmacotherapies for coronavirus disease 19 (COVID-19). Mayo Clin Proc 7 aprile 2020 doi: 10.1016/j.mayocp.2020.03.024 [Pubblicazione online prima della stampa]

4. Chorin E, Dai M, Schulman E, et al: The QT interval in patients with SARS-CoV-2 infection treated with hydroxychloroquine/azithromycin. 3 aprile 2020 PRESTAMPA medRxiv disponibile su https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.04.02.20047050v1. doi: https://doi.org/10.1101/2020.04.02.20047050

5. Silva Borba MG, de Almeida Val F, Sampaio VS, et al: Chloroquine diphosphate in two different dosages as adjunctive therapy of hospitalized patients with severe respiratory syndrome in the context of coronavirus (SARS-CoV-2) infection: Preliminary safety results of a randomized, double-blinded, phase IIb clinical trial (CloroCovid-19 Study). 16 aprile 2020 PRESTAMPA medRxiv disponibile su https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.04.07.20056424v2  doi: https://doi.org/10.1101/2020.04.07.20056424

       


  23 aprile 2020

 Proposto piano d’azione nazionale per il test COVID-19

La Fondazione Rockefeller ha fornito un piano completo (in data 21/4/2020, vedere link riportato di seguito) per riaprire i luoghi di lavoro e le comunità sulla base dei test per COVID-19 e lo stretto follow-up dei risultati positivi al test. L’obiettivo del piano è di costruire un programma nazionale guidato dallo stato di test COVID-19 che supporti la riapertura dell’economia attraverso gli obiettivi di monitoraggio della forza lavoro, il rilevamento precoce delle epidemie ricorrenti e test diagnostici e domiciliari. Il piano ha 3 componenti principali:

  • Espandere drasticamente i test COVID-19 dall’attuale milione di test a settimana a 3 milioni a settimana nelle prossime 8 settimane e successivamente a 30 milioni di test a settimana nei prossimi 6 mesi. Ciò richiederà investimenti e rafforzamento della capacità di test presso i laboratori nazionali, universitari e migliaia di piccoli laboratori locali in tutto il Paese.
  • Formare e lanciare un esercito di operatori sanitari per somministrare i test e per effettuare il tracciamento dei contatti per quelli con test positivi. Suggeriscono che questo sia organizzato intorno ai dipartimenti di sanità pubblica statali. Propongono di assumere da 100.000 a 300.000 lavoratori che dovranno essere supportati da reti informatiche collegate a molte cartelle cliniche elettroniche.
  • Integrare ed espandere piattaforme dati federali, statali e private per facilitare l’analisi in tempo reale e il tracciamento della malattia. Ciò identificherà le epidemie ricorrenti di COVID-19 e i picchi diretti nei volumi dei test e nel follow-up.

Questo white paper fornito dalla Fondazione Rockefeller ha molte buone idee e merita di essere letto. Il piano imponente richiederà l’integrazione di molte piattaforme disperse di dati informatici. Tutto ciò dovrà bilanciare la privacy con la necessità di controllo delle infezioni.

Link al piano: https://www.rockefellerfoundation.org/wp-content/uploads/2020/04/TheRockefellerFoundation_WhitePaper_Covid19_4_21_2020.pdf


  22 aprile 2020

 Evidenziare l’importanza dei disturbi della coagulazione nel COVID-19

Le complicanze trombotiche sono un problema emergente nei pazienti con COVID-19. È importante essere consapevoli delle notevoli complicanze che derivano dalla e contribuiscono alla morbilità e alla mortalità della malattia. La disregolazione della cascata della coagulazione da parte dell’infezione crea uno stato protrombotico. Ciò può causare coagulazione intravascolare disseminata, tromboembolia, emorragia, o la formazione di coaguli evidente. Un documento pubblicato online (vedere link riportato di seguito) per il Journal of Clinical Virology (giugno 2020), evidenzia l’importanza dei disturbi della coagulazione in pazienti con COVID-19 e rivede le esperienze passate con la sindrome respiratoria acuta grave da coronavirus 1 (Sars-CoV-1) e il coronavirus della sindrome respiratoria mediorientale (MERS-CoV).

Link allo studio: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1386653220301049

   

  21 aprile 2020

 28.000 decessi mancanti: tracciare i numeri effettivi della crisi coronavirus

Una revisione dei dati sulla mortalità in 11 Paesi che ha dimostrato che in questi Paesi sono decedute molte più persone rispetto agli anni precedenti è stata riportata da Jin Wu e Allison McCann sul New York Times il 21 aprile 2020. Hanno stimato l’eccesso di mortalità per ciascun Paese confrontando il numero di persone decedute per qualsiasi causa quest’anno con la media storica nello stesso periodo. Il risultato è stato che almeno 28.000 persone in più sono decedute durante la pandemia da coronavirus nel corso dell’ultimo mese rispetto al rapporto ufficiale sulla conta dei decessi per COVID-19. Poiché la maggior parte dei Paesi segnala solo i decessi COVID-19 che si verificano negli ospedali, vi sono molti decessi COVID-19 non segnalati. I 28.000 decessi in più riscontrati in questo studio includono i decessi per COVID-19 e quelli per altre cause, probabilmente compresi i soggetti con altri disturbi che non erano stati trattati perché gli ospedali erano pieni. Questo articolo suggerisce che il numero complessivo globale di decessi per COVID-19 sarà molto più alto rispetto ai rapporti sui decessi dovuti a COVID-19 confermata mediante test. Per una presentazione grafica ragguardevole di queste tendenze in ogni Paese, utilizzare il seguente link all’articolo.

Link all’articolo: https://www.nytimes.com/interactive/2020/04/21/world/coronavirus-missing-deaths.html?smid=em-share

 

  20 aprile 2020

 Il 60% dei marinai che sono risultati positivi è asintomatico

Una storia segnalata da Idress Ali e Phil Stewart di Reuters il 16 aprile 2020 rivela un indizio sulla pandemia. Sebbene sia noto che i pazienti possono essere infetti ed essere asintomatici, con rischio di trasmissione, l’entità dell’infezione asintomatica è sconosciuta e può essere sottovalutata. I test della Marina Militare sull’intero equipaggio di 4.800 membri della portaerei Theodore Roosevelt sono stati completati al 94%. Degli oltre 600 marinai risultati positivi, il 60% era asintomatico. Questa cifra è stata presentata ai giornalisti in una telefonata con il vice ammiraglio Phillip Sawyer, vice capo delle operazioni navali al centro degli sforzi contro il coronavirus della Marina, e commentata in un’intervista televisiva dal Segretario della Difesa Mark Esper. L’articolo commenta che la cifra è superiore all’intervallo del 25-50% offerto dal Dott. Anthony Fauci il 5 aprile. I risultati sono di notevole interesse e forniscono indicazioni sulla possibile portata dell’infezione asintomatica.

Link all’articolo: https://taskandpurpose.com/news/uss-theodore-roosevelt-sailors-coronavirus-asymptomatic

 


   17 aprile 2020

 Modello di assegnazione del punteggio predice il rischio di progressione di COVID-19

I ricercatori cinesi hanno sviluppato un modello a quattro fattori basato su comorbilità, età, conta linfocitaria e livello di lattato deidrogenasi (lactate dehydrogenase, LDH) che prevedeva quali pazienti avrebbero progredito o meno con infezioni confermate da COVID-19. Il modello mira ad aiutare i medici a identificare la strategia terapeutica ottimale per un particolare paziente. Il modello di rischio è stato sviluppato dal Dott. Enqiang Qin e colleghi e pubblicato online sul diario Clinical Infectious Diseases il 9 aprile 2020.

I dati di 208 pazienti consecutivi sono stati raccolti retrospettivamente e analizzati usando una multivariata con regressione di COX che ha identificato quattro fattori alla presentazione: comorbilità, età > 60 anni, bassa conta linfocitaria e livello elevato di LDH, associati in modo indipendente alla progressione della malattia COVID-19. In base a questi fattori, è stato sviluppato un modello di punteggio per classificare le persone in una di tre categorie:

  • Basso rischio con una probabilità di progressione del 10%
  • Rischio intermedio con un rischio di progressione dal 10 al 40%
  • Alto rischio con > 50 % di probabilità di progressione

Questo modello dovrà essere convalidato in studi prospettici per confermare la capacità di questi fattori di rischio di prevedere la progressione di COVID-19.

Link allo studio: https://academic.oup.com/cid/article/doi/10.1093/cid/ciaa414/5818317


 

  16 aprile 2020

 Serosurvey dei NIH è alla ricerca di volontari

Per ottenere un quadro più chiaro della portata della pandemia da COVID-19 negli Stati Uniti, gli istituti nazionali per la sanità (National Institutes for Health, NIH) stanno arruolando fino a 10.000 volontari. I soggetti con anamnesi confermata di COVID-19 o sintomi attuali di COVID-19 non sono idonei a partecipare. “Questo studio…ci indicherà quante persone in comunità diverse sono state infettate senza saperlo, perché avevano una malattia molto lieve e non documentata o non hanno avuto accesso ai test mentre erano malate”, ha affermato Anthony S. Fauci, MD, Direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID). I ricercatori raccoglieranno e analizzeranno i campioni di sangue per gli anticorpi contro la proteina S Sars-CoV-2. I risultati aiuteranno a spiegare la misura in cui il virus si è diffuso in modo non rilevato nella popolazione. Ai partecipanti saranno spediti kit per il prelievo di sangue a casa e saranno fornite loro istruzioni dettagliate sul prelievo di un microcampione di sangue e su come rispedirlo per l’analisi. Le persone interessate a partecipare allo studio devono contattare: clinicalstudiesunit@nih.gov

Link al comunicato stampa: https://www.nih.gov/news-events/news-releases/nih-begins-study-quantify-undetected-cases-coronavirus-infection

 


 

 

 14 aprile 2020

 Perché i tassi di decesso del coronavirus non possono essere riassunti in un unico numero

Johnathan Fuller, MD, PHD, fornisce un articolo chiaro in cui spiega la prospettiva più ampia sulle statistiche COVID-19 in continua evoluzione. Il 10 aprile 2020, in un articolo della rivista online, The Conversation, il Dott. Fuller spiega perché le statistiche e i modelli differiscono. La sua erudizione fornisce al lettore un quadro e una prospettiva per aiutare a interpretare il grande volume di informazioni epidemiologiche riportate sulla pandemia COVID-19. Prendere le decisioni migliori sulla politica sanitaria pubblica e sui singoli casi richiede una comprensione più approfondita dei modelli rispetto ai soli numeri.

Link all’articolo: Why coronavirus death rates cant be summed up in one simple number

 


 

10 aprile 2020

 Le app per smartphone possono aiutare a combattere le pandemie?

 Un articolo interessante è stato pubblicato il 9 aprile 2020 dal Dott. Francis Collins, Direttore del National Institutes of Health (NIH). Sul blog del Direttore del NIH, discute dell’opportunità di utilizzare gli smartphone per il tracciamento e la notifica dei contatti nella lotta alla pandemia COVID-19. I metodi tradizionali che coinvolgono team di operatori sanitari pubblici che parlano con le persone tramite telefono o in riunioni faccia a faccia richiedono molto tempo. Il tempo perso consente all’infezione di diffondersi più diffusamente perché c’è un ritardo nel trovare e informare le persone esposte al virus. Sfruttando la tecnologia Bluetooth wireless degli smartphone, il tracciamento digitale può migliorare le possibilità di mantenere il COVID-19 sotto controllo. In Cina, la ricerca ha dimostrato una correlazione tra l’uso delle app di tracciamento dei contatti e ciò che sembra essere una soppressione sostenuta dell’infezione da COVID-19. Il Dott. Collins affronta importanti questioni etiche, legali e sociali.

Link al post sul blog: https://directorsblog.nih.gov/author/collinsfs/


9 aprile 2020

Il COVID-19 può colpire il cuore e presentare sintomi cardiovascolari. Quattro casi molto interessanti

I pazienti con COVID-19 spesso presentano sintomi respiratori che possono progredire verso la polmonite e in casi gravi sindrome da distress respiratorio acuto (SDRA) e shock. Ora è evidente che l’infezione da COVID-19 può colpire il cuore. La dispnea è un sintomo comune che presenta sia il coinvolgimento polmonare che il coinvolgimento cardiaco e la discriminazione tra eziologia cardiaca e respiratoria può essere difficile. È fondamentale riconoscere quando il coinvolgimento cardiaco e polmonare coesistono e vi sono varie presentazioni cardiovascolari di infezione da COVID-19. Il documento pubblicato online su Circulation il 3 aprile discute quattro casi che illustrano questo punto. 

Link allo studio: https://www.ahajournals.org/doi/pdf/10.1161/CIRCULATIONAHA.120.047164

 


9 aprile 2020

Un nuovo farmaco antivirale in fase di sperimentazione clinica offre una speranza per il trattamento di COVID-19

Un nuovo farmaco che prende il nome di EIDD-2801 si dimostra promettente nel trattamento dei danni polmonari causati dal nuovo coronavirus Sars-CoV-2.  EIDD-2801, un analogo ribonucleosidico con attività antivirale sulla RNA polimerasi RNA-dipendente, è stato sviluppato dai ricercatori dell’UNC-Chapel Hill Gillings School of Global Public Health. I risultati del recentissimo studio sono stati pubblicati il 6 aprile 2020 online sulla rivista Science Translational Medicine. Lo studio pubblicato ha scoperto che EIDD-2801 può proteggere le colture di cellule polmonari umane infettate da SARS-Cov-2. Il farmaco sembra anche efficace nel trattamento di altre gravi infezioni da coronavirus. Gli esperimenti sui topi hanno scoperto che quando EIDD-2801 viene somministrato da 12 a 24 ore dall’insorgenza dell’infezione da virus correlati a COVID-19, i danni polmonari e la perdita di peso sono significativamente ridotti. Un ulteriore vantaggio è che il farmaco può essere somministrato per via orale rispetto ad altri trattamenti che devono essere somministrati per via endovenosa. La facilità di trattamento offre il potenziale di trattare pazienti meno gravemente malati o per la profilassi.

Link allo studio: https://stm.sciencemag.org/content/early/2020/04/03/scitranslmed.abb5883


8 aprile 2020

La ricerca dimostra che un vaccino candidato per COVID-19 si dimostra promettente

Notizie interessanti da una storia pubblicata su ScienceDaily

Gli scienziati della University of Pittsburgh School of Medicine hanno annunciato un possibile vaccino contro COVID-19. Il vaccino, quando testato sui topi, ha prodotto anticorpi specifici per Sars-CoV-2 in quantità sufficienti per neutralizzare il virus. Il documento che illustra dettagliatamente la ricerca è apparso il 2 aprile 2020 su EBioMedicine, pubblicazione di Lancet. Utilizzando i lavori preliminari svolti durante le epidemie di coronavirus precedenti, il vaccino mira alla proteina “spike” del coronavirus. Il vaccino viene prodotto utilizzando pezzi di proteine virali prodotte in laboratorio per sviluppare l’immunità. È lo stesso modo in cui funzionano gli attuali vaccini antinfluenzali. I ricercatori utilizzano un nuovo approccio per somministrare il farmaco, chiamato serie di microaghi, per aumentarne la potenza. L’autore co-senior dello studio ha dichiarato che “i test sui pazienti richiederebbero generalmente almeno un anno e probabilmente anche di più”.

Link allo studio: https://www.thelancet.com/journals/ebiom/article/PIIS2352-3964(20)30118-3/fulltext#coronavirus-linkback-header

Link all’articolo: https://www.sciencedaily.com/releases/2020/04/200402144508.htm


6 aprile 2020

Il nuovo rapporto non ha rilevato alcun beneficio dalla combinazione di idrossiclorochina e azitromicina in pazienti gravemente affetti da COVID-19

Una piccola sperimentazione che ha esaminato il farmaco idrossiclorochina, in combinazione con azitromicina in pazienti con sintomi gravi, non ha riscontrato alcuna evidenza di forte attività antivirale o beneficio clinico derivante dalla combinazione di farmaci.  Nello studio erano presenti solo undici pazienti, otto pazienti presentavano patologie di base che li mettevano a scarso rischio. Questa sperimentazione è troppo piccola per consentire un’analisi statistica significativa o conclusioni riguardanti l’efficacia o la sicurezza dei farmaci. Tuttavia, questo rapporto ha sollevato dubbi sull’efficacia antivirale di questa combinazione nei pazienti gravemente affetti da COVID-19 come suggerito da un precedente studio francese.

Link allo studio:  https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0399077X20300858?via%3Dihub


6 aprile 2020

I CDC raccomandano l’uso di coperture per il viso in tessuto, specialmente in aree di significativa trasmissione comunitaria

Una parte significativa di persone affette da coronavirus non presenta sintomi e anche coloro che sviluppano i sintomi possono trasmettere il virus ad altri prima di mostrare i sintomi.  Ciò significa che il virus può diffondersi tra le persone che interagiscono in stretta prossimità, ad esempio parlando, tossendo o starnutendo, anche se non mostrano sintomi.  Alla luce di ciò, i CDC raccomandano di indossare coperture per il viso in tessuto in ambienti pubblici in cui altre misure di distanziamento sociale sono difficili da mantenere (ad es., negozi alimentari e farmacie) soprattutto in aree di significativa trasmissione comunitaria. L’uso di semplici coperture per il viso in tessuto rallenterà la diffusione del virus e aiuterà le persone che potrebbero avere il virus senza saperlo a evitare di trasmetterlo ad altre.  Le coperture per il viso in tessuto prodotte da articoli per la casa o realizzate a casa da materiali comuni a basso costo possono essere utilizzate come misura aggiuntiva e volontaria per la salute pubblica.

È fondamentale sottolineare che mantenere il distanziamento sociale di 1,8 metri (6 piedi) resta importante per rallentare la diffusione del virus. 

Le coperture per il viso in tessuto consigliate non sono maschere chirurgiche o respiratori N-95.  Queste sono forniture cruciali che devono continuare a essere riservate agli operatori sanitari e ad altri soccorritori di primo intervento, come raccomandato dalle attuali linee guida CDC.

Per le raccomandazioni complete dei CDC, vedere: https://www.cdc.gov/coronavirus/2019-ncov/prevent-getting-sick/cloth-face-cover.html


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8 aprile 2020

La ricerca dimostra che un vaccino candidato per COVID-19 si dimostra promettente

Notizie interessanti da una storia pubblicata su ScienceDaily

 

Gli scienziati della University of Pittsburgh School of Medicine hanno annunciato un possibile vaccino contro COVID-19. Il vaccino, quando testato sui topi, ha prodotto anticorpi specifici per Sars-CoV-2 in quantità sufficienti per neutralizzare il virus. Il documento che illustra dettagliatamente la ricerca è apparso il 2 aprile 2020 su EBioMedicine, pubblicazione di Lancet. Utilizzando i lavori preliminari svolti durante le epidemie di coronavirus precedenti, il vaccino mira alla proteina “spike” del coronavirus. Il vaccino viene prodotto utilizzando pezzi di proteine virali prodotte in laboratorio per sviluppare l’immunità. È lo stesso modo in cui funzionano gli attuali vaccini antinfluenzali. I ricercatori utilizzano un nuovo approccio per somministrare il farmaco, chiamato serie di microaghi, per aumentarne la potenza. L’autore co-senior dello studio ha dichiarato che “i test sui pazienti richiederebbero generalmente almeno un anno e probabilmente anche di più”.

Link allo studio: https://www.thelancet.com/journals/ebiom/article/PIIS2352-3964(20)30118-3/fulltext#coronavirus-linkback-header

Link all’articolo: https://www.sciencedaily.com/releases/2020/04/200402144508.htm

                                                              

  19 maggio 2020

 COVID-19: La trasmissione spiegata

In un recente post sul blog, “The Risks-Know Them-Avoid Them” (I rischi: conoscerli per evitarli), Erin S. Bromage, Phd, professore associato di biologia presso la University of Massachusetts Dartmouth, spiega la scienza di una dose contagiosa, dove e come il virus si diffonde e quali ambienti sono i più rischiosi.  Il Dott. Bromage ha svolto un ottimo lavoro per tradurre i dati e i risultati in prosa che i non scienziati possono comprendere più facilmente. Ci auguriamo che una migliore comprensione del modo in cui si diffonde il virus COVID-19 aiuterà le persone a prendere decisioni su come evitare di contrarre il virus.

Link al post sul blog: https://www.erinbromage.com/post/the-risks-know-them-avoid-them


8 aprile 2020

La ricerca dimostra che un vaccino candidato per COVID-19 si dimostra promettente

Notizie interessanti da una storia pubblicata su ScienceDaily

 

Gli scienziati della University of Pittsburgh School of Medicine hanno annunciato un possibile vaccino contro COVID-19. Il vaccino, quando testato sui topi, ha prodotto anticorpi specifici per Sars-CoV-2 in quantità sufficienti per neutralizzare il virus. Il documento che illustra dettagliatamente la ricerca è apparso il 2 aprile 2020 su EBioMedicine, pubblicazione di Lancet. Utilizzando i lavori preliminari svolti durante le epidemie di coronavirus precedenti, il vaccino mira alla proteina “spike” del coronavirus. Il vaccino viene prodotto utilizzando pezzi di proteine virali prodotte in laboratorio per sviluppare l’immunità. È lo stesso modo in cui funzionano gli attuali vaccini antinfluenzali. I ricercatori utilizzano un nuovo approccio per somministrare il farmaco, chiamato serie di microaghi, per aumentarne la potenza. L’autore co-senior dello studio ha dichiarato che “i test sui pazienti richiederebbero generalmente almeno un anno e probabilmente anche di più”.

Link allo studio: https://www.thelancet.com/journals/ebiom/article/PIIS2352-3964(20)30118-3/fulltext#coronavirus-linkback-header

Link all’articolo: https://www.sciencedaily.com/releases/2020/04/200402144508.htm



 

10 aprile 2020

 Le app per smartphone possono aiutare a combattere le pandemie?

 Un articolo interessante è stato pubblicato il 9 aprile 2020 dal Dott. Francis Collins, Direttore del National Institutes of Health (NIH). Sul blog del Direttore del NIH, discute dell’opportunità di utilizzare gli smartphone per il tracciamento e la notifica dei contatti nella lotta alla pandemia COVID-19. I metodi tradizionali che coinvolgono team di operatori sanitari pubblici che parlano con le persone tramite telefono o in riunioni faccia a faccia richiedono molto tempo. Il tempo perso consente all’infezione di diffondersi più diffusamente perché c’è un ritardo nel trovare e informare le persone esposte al virus. Sfruttando la tecnologia Bluetooth wireless degli smartphone, il tracciamento digitale può migliorare le possibilità di mantenere il COVID-19 sotto controllo. In Cina, la ricerca ha dimostrato una correlazione tra l’uso delle app di tracciamento dei contatti e ciò che sembra essere una soppressione sostenuta dell’infezione da COVID-19. Il Dott. Collins affronta importanti questioni etiche, legali e sociali.

Link al post sul blog: https://directorsblog.nih.gov/author/collinsfs/


 

  29 maggio 2020

 Nessun beneficio di idrossiclorochina o clorochina in monoterapia o con macrolidi in un ampio studio di database retrospettivo multinazionale

Un ampio studio multinazionale che ha analizzato gli esiti ospedalieri per i pazienti con COVID-19 trattati con clorochina o idrossiclorochina in monoterapia o in combinazione con macrolidi è stato pubblicato sulla rivista Lancet il 22 maggio 2020. È stato analizzato un registro multinazionale comprendente dati di 671 ospedali in sei continenti. I dati includevano pazienti ricoverati tra il 20 dicembre 2019 e il 14 aprile 2020, con un risultato di laboratorio positivo di SARS-CoV-2. Il registro ha prodotto i dati di 96.032 pazienti per l’inclusione nello studio; 14.888 pazienti hanno ricevuto uno dei trattamenti di interesse entro 48 ore dalla diagnosi e 81.114 pazienti erano nel gruppo di controllo che non ha ricevuto clorochina o idrossiclorochina in monoterapia o in combinazione con macrolidi. Gli esiti non hanno prodotto alcuna evidenza a conferma del beneficio di idrossiclorochina o clorochina quando utilizzate in monoterapia o con un macrolide in termini di esiti ospedalieri per COVID-19. Lo studio ha dimostrato un’associazione di ciascuno di questi regimi farmacologici con una ridotta sopravvivenza ospedaliera e una maggiore frequenza delle aritmie ventricolari rispetto al gruppo di controllo. A causa del disegno retrospettivo dello studio osservazionale, la possibilità di fattori confondenti non misurati non può essere esclusa. Una di queste possibilità è che i medici curassero i pazienti più malati con i farmaci. Gli autori hanno concluso che “saranno necessarie sperimentazioni cliniche randomizzate prima di poter giungere a qualsiasi conclusione in merito ai benefici o ai danni di questi agenti nei pazienti con COVID-19”. Gli autori hanno inoltre dichiarato che “questi risultati suggeriscono che questi regimi farmacologici non devono essere utilizzati al di fuori delle sperimentazioni cliniche”.

Link allo studio: https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)31180-6/fulltext?rss=yes

  23 aprile 2020

 Proposto piano d’azione nazionale per il test COVID-19

La Fondazione Rockefeller ha fornito un piano completo (in data 21/4/2020, vedere link riportato di seguito) per riaprire i luoghi di lavoro e le comunità sulla base dei test per COVID-19 e lo stretto follow-up dei risultati positivi al test. L’obiettivo del piano è di costruire un programma nazionale guidato dallo stato di test COVID-19 che supporti la riapertura dell’economia attraverso gli obiettivi di monitoraggio della forza lavoro, il rilevamento precoce delle epidemie ricorrenti e test diagnostici e domiciliari. Il piano ha 3 componenti principali:

  • Espandere drasticamente i test COVID-19 dall’attuale milione di test a settimana a 3 milioni a settimana nelle prossime 8 settimane e successivamente a 30 milioni di test a settimana nei prossimi 6 mesi. Ciò richiederà investimenti e rafforzamento della capacità di test presso i laboratori nazionali, universitari e migliaia di piccoli laboratori locali in tutto il Paese.
  • Formare e lanciare un esercito di operatori sanitari per somministrare i test e per effettuare il tracciamento dei contatti per quelli con test positivi. Suggeriscono che questo sia organizzato intorno ai dipartimenti di sanità pubblica statali. Propongono di assumere da 100.000 a 300.000 lavoratori che dovranno essere supportati da reti informatiche collegate a molte cartelle cliniche elettroniche.
  • Integrare ed espandere piattaforme dati federali, statali e private per facilitare l’analisi in tempo reale e il tracciamento della malattia. Ciò identificherà le epidemie ricorrenti di COVID-19 e i picchi diretti nei volumi dei test e nel follow-up.

Questo white paper fornito dalla Fondazione Rockefeller ha molte buone idee e merita di essere letto. Il piano imponente richiederà l’integrazione di molte piattaforme disperse di dati informatici. Tutto ciò dovrà bilanciare la privacy con la necessità di controllo delle infezioni.

Link al piano: https://www.rockefellerfoundation.org/wp-content/uploads/2020/04/TheRockefellerFoundation_WhitePaper_Covid19_4_21_2020.pdf


 

10 aprile 2020

 Le app per smartphone possono aiutare a combattere le pandemie?

 Un articolo interessante è stato pubblicato il 9 aprile 2020 dal Dott. Francis Collins, Direttore del National Institutes of Health (NIH). Sul blog del Direttore del NIH, discute dell’opportunità di utilizzare gli smartphone per il tracciamento e la notifica dei contatti nella lotta alla pandemia COVID-19. I metodi tradizionali che coinvolgono team di operatori sanitari pubblici che parlano con le persone tramite telefono o in riunioni faccia a faccia richiedono molto tempo. Il tempo perso consente all’infezione di diffondersi più diffusamente perché c’è un ritardo nel trovare e informare le persone esposte al virus. Sfruttando la tecnologia Bluetooth wireless degli smartphone, il tracciamento digitale può migliorare le possibilità di mantenere il COVID-19 sotto controllo. In Cina, la ricerca ha dimostrato una correlazione tra l’uso delle app di tracciamento dei contatti e ciò che sembra essere una soppressione sostenuta dell’infezione da COVID-19. Il Dott. Collins affronta importanti questioni etiche, legali e sociali.

Link al post sul blog: https://directorsblog.nih.gov/author/collinsfs/


 

10 aprile 2020

 Le app per smartphone possono aiutare a combattere le pandemie?

 Un articolo interessante è stato pubblicato il 9 aprile 2020 dal Dott. Francis Collins, Direttore del National Institutes of Health (NIH). Sul blog del Direttore del NIH, discute dell’opportunità di utilizzare gli smartphone per il tracciamento e la notifica dei contatti nella lotta alla pandemia COVID-19. I metodi tradizionali che coinvolgono team di operatori sanitari pubblici che parlano con le persone tramite telefono o in riunioni faccia a faccia richiedono molto tempo. Il tempo perso consente all’infezione di diffondersi più diffusamente perché c’è un ritardo nel trovare e informare le persone esposte al virus. Sfruttando la tecnologia Bluetooth wireless degli smartphone, il tracciamento digitale può migliorare le possibilità di mantenere il COVID-19 sotto controllo. In Cina, la ricerca ha dimostrato una correlazione tra l’uso delle app di tracciamento dei contatti e ciò che sembra essere una soppressione sostenuta dell’infezione da COVID-19. Il Dott. Collins affronta importanti questioni etiche, legali e sociali.

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10 aprile 2020

 Le app per smartphone possono aiutare a combattere le pandemie?

 Un articolo interessante è stato pubblicato il 9 aprile 2020 dal Dott. Francis Collins, Direttore del National Institutes of Health (NIH). Sul blog del Direttore del NIH, discute dell’opportunità di utilizzare gli smartphone per il tracciamento e la notifica dei contatti nella lotta alla pandemia COVID-19. I metodi tradizionali che coinvolgono team di operatori sanitari pubblici che parlano con le persone tramite telefono o in riunioni faccia a faccia richiedono molto tempo. Il tempo perso consente all’infezione di diffondersi più diffusamente perché c’è un ritardo nel trovare e informare le persone esposte al virus. Sfruttando la tecnologia Bluetooth wireless degli smartphone, il tracciamento digitale può migliorare le possibilità di mantenere il COVID-19 sotto controllo. In Cina, la ricerca ha dimostrato una correlazione tra l’uso delle app di tracciamento dei contatti e ciò che sembra essere una soppressione sostenuta dell’infezione da COVID-19. Il Dott. Collins affronta importanti questioni etiche, legali e sociali.

Link al post sul blog: https://directorsblog.nih.gov/author/collinsfs/


 

10 aprile 2020

 Le app per smartphone possono aiutare a combattere le pandemie?

 Un articolo interessante è stato pubblicato il 9 aprile 2020 dal Dott. Francis Collins, Direttore del National Institutes of Health (NIH). Sul blog del Direttore del NIH, discute dell’opportunità di utilizzare gli smartphone per il tracciamento e la notifica dei contatti nella lotta alla pandemia COVID-19. I metodi tradizionali che coinvolgono team di operatori sanitari pubblici che parlano con le persone tramite telefono o in riunioni faccia a faccia richiedono molto tempo. Il tempo perso consente all’infezione di diffondersi più diffusamente perché c’è un ritardo nel trovare e informare le persone esposte al virus. Sfruttando la tecnologia Bluetooth wireless degli smartphone, il tracciamento digitale può migliorare le possibilità di mantenere il COVID-19 sotto controllo. In Cina, la ricerca ha dimostrato una correlazione tra l’uso delle app di tracciamento dei contatti e ciò che sembra essere una soppressione sostenuta dell’infezione da COVID-19. Il Dott. Collins affronta importanti questioni etiche, legali e sociali.

Link al post sul blog: https://directorsblog.nih.gov/author/collinsfs/



  21 aprile 2020

 28.000 decessi mancanti: tracciare i numeri effettivi della crisi coronavirus

Una revisione dei dati sulla mortalità in 11 Paesi che ha dimostrato che in questi Paesi sono decedute molte più persone rispetto agli anni precedenti è stata riportata da Jin Wu e Allison McCann sul New York Times il 21 aprile 2020. Hanno stimato l’eccesso di mortalità per ciascun Paese confrontando il numero di persone decedute per qualsiasi causa quest’anno con la media storica nello stesso periodo. Il risultato è stato che almeno 28.000 persone in più sono decedute durante la pandemia da coronavirus nel corso dell’ultimo mese rispetto al rapporto ufficiale sulla conta dei decessi per COVID-19. Poiché la maggior parte dei Paesi segnala solo i decessi COVID-19 che si verificano negli ospedali, vi sono molti decessi COVID-19 non segnalati. I 28.000 decessi in più riscontrati in questo studio includono i decessi per COVID-19 e quelli per altre cause, probabilmente compresi i soggetti con altri disturbi che non erano stati trattati perché gli ospedali erano pieni. Questo articolo suggerisce che il numero complessivo globale di decessi per COVID-19 sarà molto più alto rispetto ai rapporti sui decessi dovuti a COVID-19 confermata mediante test. Per una presentazione grafica ragguardevole di queste tendenze in ogni Paese, utilizzare il seguente link all’articolo.

Link all’articolo: https://www.nytimes.com/interactive/2020/04/21/world/coronavirus-missing-deaths.html?smid=em-share

 


  21 aprile 2020

 28.000 decessi mancanti: tracciare i numeri effettivi della crisi coronavirus

Una revisione dei dati sulla mortalità in 11 Paesi che ha dimostrato che in questi Paesi sono decedute molte più persone rispetto agli anni precedenti è stata riportata da Jin Wu e Allison McCann sul New York Times il 21 aprile 2020. Hanno stimato l’eccesso di mortalità per ciascun Paese confrontando il numero di persone decedute per qualsiasi causa quest’anno con la media storica nello stesso periodo. Il risultato è stato che almeno 28.000 persone in più sono decedute durante la pandemia da coronavirus nel corso dell’ultimo mese rispetto al rapporto ufficiale sulla conta dei decessi per COVID-19. Poiché la maggior parte dei Paesi segnala solo i decessi COVID-19 che si verificano negli ospedali, vi sono molti decessi COVID-19 non segnalati. I 28.000 decessi in più riscontrati in questo studio includono i decessi per COVID-19 e quelli per altre cause, probabilmente compresi i soggetti con altri disturbi che non erano stati trattati perché gli ospedali erano pieni. Questo articolo suggerisce che il numero complessivo globale di decessi per COVID-19 sarà molto più alto rispetto ai rapporti sui decessi dovuti a COVID-19 confermata mediante test. Per una presentazione grafica ragguardevole di queste tendenze in ogni Paese, utilizzare il seguente link all’articolo.

Link all’articolo: https://www.nytimes.com/interactive/2020/04/21/world/coronavirus-missing-deaths.html?smid=em-share

 


                                                                                                                                             

  1° giugno 2020

 A New York City, la dimensione del nucleo familiare può essere un fattore determinante più importante del tasso di infezione da COVID-19 rispetto alla densità della popolazione

Negli Stati Uniti e anche nella stessa città, il numero di casi di COVID-19 confermati relativi alla dimensione della popolazione è variato notevolmente. È importante sapere quali fattori determinano questa variazione perché ciò comporta importanti implicazioni politiche su come contenere l’epidemia. Uno studio statistico (pubblicato nella prestampa di medRxiv il 20 maggio 2020; non ancora sottoposto a revisione tra pari) di questa variazione a New York City, ha utilizzato i dati disponibili per analizzare questi fattori in base al codice postale (CAP). Lo studio ha scoperto che quando prendeva in considerazione fattori importanti come la densità della popolazione, la dimensione media del nucleo familiare, la percentuale di popolazione al di sotto della linea della povertà e la percentuale di età superiore ai 65 anni, era una dimensione media della famiglia che si è rivelata la variabile più importante associata al tasso di casi confermati. La percentuale di popolazione superiore ai 65 anni e la popolazione sotto la linea della povertà erano indicatori aggiuntivi che influenzavano il tasso di incidenza dei casi. È interessante notare che, contrariamente alla convinzione comune, la densità della popolazione non ha avuto un impatto significativo sul tasso dei casi in un determinato CAP. Infatti, quando sono stati presi in considerazione gli altri fattori, lo studio ha scoperto che la densità della popolazione e l’incidenza di casi erano negativamente correlati. Tuttavia, lo studio ha utilizzato dati statistici del 2018 che non hanno tenuto conto di eventuali variazioni della popolazione durante l’epidemia. Inoltre, non era chiaro come le case di cura e i loro residenti siano stati classificati ai fini di questo studio, il che potrebbe avere influenzato i risultati dello studio.

Link allo studio: https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.05.25.20112797v1.full.pdf+html

 

  18 maggio 2020

 Vaccino per COVID-19 promettente usando il virus inattivato

I virus inattivati purificati sono stati tradizionalmente utilizzati nello sviluppo dei vaccini, fornendo vaccini sicuri ed efficaci per prevenire le malattie causate da virus come il poliovirus e il virus influenzale. In un documento pubblicato su Science il 6 maggio 2020, un gruppo di ricercatori in Cina ha riferito di un vaccino (PiCoVacc) per SARS-CoV-2 inattivato, purificato, che ha prodotto anticorpi neutralizzanti in topi, ratti e primati non umani. Gli anticorpi hanno dimostrato di neutralizzare 10 ceppi rappresentativi del virus. In seguito all’infezione da SARS-CoV-2, i macachi Rhesus (specie di primati non umani che presentano una malattia simile a COVID-19 causata da infezione da SARS-CoV-2) che hanno ricevuto una dose da 6 microgrammi, hanno mostrato una protezione completa. Il vaccino non ha provocato alcun effetto avverso osservabile o biochimico. In particolare, non vi è stata alcuna evidenza di un fenomeno noto come rafforzamento dell’infezione dipendente da anticorpi, che i precedenti rapporti avevano sollevato come timore.

Gli autori hanno affermato: “Questi risultati suggeriscono un percorso verso lo sviluppo clinico dei vaccini per SARS-CoV-2 per l’uso negli esseri umani”. Si prevede che le sperimentazioni cliniche con PiCoVacc inizieranno nel corso di quest’anno.

Link allo studio: https://science.sciencemag.org/content/early/2020/05/06/science.abc1932


  21 aprile 2020

 28.000 decessi mancanti: tracciare i numeri effettivi della crisi coronavirus

Una revisione dei dati sulla mortalità in 11 Paesi che ha dimostrato che in questi Paesi sono decedute molte più persone rispetto agli anni precedenti è stata riportata da Jin Wu e Allison McCann sul New York Times il 21 aprile 2020. Hanno stimato l’eccesso di mortalità per ciascun Paese confrontando il numero di persone decedute per qualsiasi causa quest’anno con la media storica nello stesso periodo. Il risultato è stato che almeno 28.000 persone in più sono decedute durante la pandemia da coronavirus nel corso dell’ultimo mese rispetto al rapporto ufficiale sulla conta dei decessi per COVID-19. Poiché la maggior parte dei Paesi segnala solo i decessi COVID-19 che si verificano negli ospedali, vi sono molti decessi COVID-19 non segnalati. I 28.000 decessi in più riscontrati in questo studio includono i decessi per COVID-19 e quelli per altre cause, probabilmente compresi i soggetti con altri disturbi che non erano stati trattati perché gli ospedali erano pieni. Questo articolo suggerisce che il numero complessivo globale di decessi per COVID-19 sarà molto più alto rispetto ai rapporti sui decessi dovuti a COVID-19 confermata mediante test. Per una presentazione grafica ragguardevole di queste tendenze in ogni Paese, utilizzare il seguente link all’articolo.

Link all’articolo: https://www.nytimes.com/interactive/2020/04/21/world/coronavirus-missing-deaths.html?smid=em-share